Il ruolo che sento più vicino, più mio, è quello del centravanti. Da ragazzo, nella rappresentativa liceale e nel Bacigalupo, vestivo la maglia numero 9, mi ispiravo a Petruzzu Anastasi e alla sua rovesciata proletaria. Conquistai per tre volte consecutive la classifica-cannonieri e due medaglie d’oro. Il gol era la mia passione: ero bravo col destro, abbastanza col sinistro, ma di testa ci davo poco. Tecnica individuale: ottima. Chiedete a Giancarlo Magrini, oggi assistente di Ciccio Graziani al Cervia, ma un tempo allenatore della nazionale scrittori «Osvaldo Soriano Football Club». In un’intervista, celebrò le mie doti, con una nota: «Però si lamenta troppo». Colpa della mia ipocondria, soprattutto. Insomma: i centravanti mi hanno sempre affascinato, e continuano ad affascinarmi. Per il loro istinto della rete, per le loro doti acrobatiche, per il coraggio. Oggi il miglior «nove» è, senza ombra di dubbio, il brasiliano Adriano dell’Inter: uno che mette insieme, alla perfezione, potenza e fantasia, doti acrobatiche e vigore fisico. È stato superato il «modello» Ronaldo.
Adriano è anche il miglior attaccante brasiliano, inteso come punta centrale, degli ultimi anni. Intoccabili restano i miti antichi: Artur Friedenreich, idolo degli anni Venti, figlio di un tedesco e di una lavandaia nera, capace di realizzare 1329 reti (più di Pelé), e Leonidas da Silva, idolo degli anni Trenta (ha scritto Eduardo Galeano: «I gol di Leonidas erano così belli che anche i portieri avversari si rialzavano per congratularsi»). Ma tutti gli altri campioni devono essere posti, in un’ideale classifica, dietro al bomber nerazzurro. Sì, anche il celeberrimo Vavà, mondiale nel 1958 in Svezia e nel 1962 in Cile: possente, ma con meno abilità. Più statico. Metto da parte il «mio» José Altafini, che è stato goleador sino ai quarant’anni: José rientra nella categoria degli assi senza tempo e senza età. È stato unico nel suo genere, e ancora oggi, superati i 60, si esibisce, con successo, nelle partitelle tra amici. Oltre a essere un opinionista televisivo dotato di ironia e competenza. Nel 1970, il 9 è Tostao, più un centravanti arretrato, che un attaccante puro. Un genio dal punto di vista tattico. Poi, arriviamo ai vari Mirandinha, Dada Maravilha, Leivinha (elegantissimo), Roberto Dinamite (potentissimo), Serginho (deludente al mundial di Spagna ’82). Soltanto Careca (ex Napoli) e Romario (tuttora in attività, campione del mondo nel 1994 in Usa) possono avvicinarsi al fenomeno-Adriano. Perché di fenomeno, autentico, si tratta. Ai suoi inizi, nel Flamengo di Rio, l’ex squadra di Zico e Leo Junior, il centravanti interista era «soltanto» alto e forte. In Italia (Inter, Fiorentina, Parma, ancora Inter) ha migliorato la condizione tecnico-fisica, diventando un autentico portento nei calci di punizione, che prova, talvolta, persino da metà campo. Mi ricorda, per precisione e potenza, Roberto Rivelino ed Eder, due brasiliani dal tiro decisamente «proibito».
I sostenitori nerazzurri, dunque, non rimpiangono più Ronaldo. L’ex beniamino si è sistemato, quasi «triste solitario y final», a Madrid, ed è diventato la riserva nella Seleçao di Adriano. Ronaldo non è riuscito, in Italia, a esprimere appieno il proprio talento: vuoi per i troppi (e gravi) infortuni, vuoi per un carattere eccessivamente fragile. Adriano è un ragazzo serio, che vive poco le notti milanesi: è uno che, nato povero, ha imparato a stare con i piedi per terra. E non dimentica le sue radici: tornando spesso nella favela e impegnandosi, concretamente, al fianco di chi soffre. Il suo è un calcio che ci riporta all’epoca del sogno, di un pallone inteso come innocenza e divertimento. Il suo calcio è allegria allo stato puro. Di centravanti brasiliani ne sono arrivati tanti. Dal «Pelé bianco» Angelo Benedicto Sormani a Gaucho Toffoli. L’esperienza di Gaucho, nel Lecce, fu brevissima. Sbagliò un rigore nel derby contro il Bari (un tiro lemme-lemme che finì comodissimo tra le braccia del portiere Mancini) e fu costretto a tornare in Brasile nottetempo. Da Clerici detto «il Gringo» a Marcao, che si presentò al Torino, in pieno inverno, con una giacchetta leggera: i compagni fecero una colletta per comprargli un cappotto. Da Germano, che sposò la contessina Augusta, a Ferriera Da Silva Reginaldo, che è il fiore all’occhiello del Treviso. Ma il più bravo resta Adriano: manifesto vivente alla bravura e alla semplicità.