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Radici antiche, partito nuovo

LIBERAL BIMESTRALE
di Claudio Scajola
Liberal n. 28 - Febbraio-Marzo 2005

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febbraio 2001 - liberal bimestrale
La «discesa in campo» di Silvio Berlusconi nel 1994 risultò spiazzante non soltanto per gran parte della classe politica dell’epoca, ma anche e soprattutto per il conformismo e la pigrizia intellettuale di molti intellettuali, giornalisti, commentatori, posti di fronte a un fenomeno completamente nuovo nella storia politica italiana. Certo, la stagione apertasi nel 1992, quella della demolizione per via giudiziaria di gran parte della classe politica che aveva governato il Paese per cinquant’anni, era una stagione eccezionale, di assoluta anomalia. Soltanto nelle situazioni storiche e politiche straordinarie, d’altronde, sono possibili eventi eccezionali, per i modi e i tempi nei quali si realizzano, e per gli effetti che hanno sulla vita di una nazione. Ed è difficile negare, obbiettivamente, che l’ingresso di Berlusconi nella politica italiana abbia rivoluzionato completamente gli scenari. Dal 1994 a oggi, amici e nemici sono costretti a fare di Berlusconi e della sua creatura politica, Forza Italia, il parametro di riferimento intorno al quale ruota la vita politica italiana. Le aggregazioni, le alleanza, gli schieramenti sono fatti «con Berlusconi» o «contro Berlusconi», che ha assunto, piaccia o no, quella centralità che per decenni fu esclusiva della Democrazia cristiana, e che negli anni Ottanta riuscì in qualche misura ad assumere il Psi di Craxi. Se in Italia oggi esiste qualcosa di simile a un sistema bipolare, se esiste uno schieramento moderato alternativo alla sinistra, omogeneo al proprio interno, e saldamente ancorato al centro, questo è certamente l’effetto della funzione svolta in questi anni da Berlusconi.
Eppure le caratteristiche culturali e sociologiche di questo fenomeno non sono state capite per molto tempo, e forse non lo sono neppure oggi. Nel 1994 ci si accontentò di formulare una paio di slogan («partito di plastica», «partito-azienda») facili quanto superficiali, e di irridere uno stile nella comunicazione estremamente diretto, semplice, lontano anni-luce dal carattere iniziatico ed elusivo del linguaggio politico tradizionale. Certo, quelle definizioni di Forza Italia, al principio, pur essendo banalizzazioni caricaturali, partivano da un presupposto oggettivo assolutamente ovvio (e del quale non c’è ragione di provare imbarazzo): Forza Italia alla nascita non era (ma come avrebbe potuto esserlo?) un movimento radicato sul territorio, con una struttura organizzata, con una presenza capillare nelle amministrazioni locali, nelle associazioni, nel sociale, paragonabile a quella dei partiti tradizionali. Una rete costruita da altri in decenni di lavoro, e di esercizio spregiudicato del potere, non poteva certamente essere improvvisata in qualche giorno o in qualche settimana. Ed è persino vero (ma anche questo è ovvio) che fra i primi che parteciparono con Silvio Berlusconi a questa scommessa, alcuni (non tutti) erano uomini legati a lui anche da esperienze professionali. Non c’è nulla di strano in questo: è naturale che - in qualunque campo delle attività umane - i primi a partecipare a un progetto che nasce siano coloro con i quali già esiste una consuetudine di rapporti, di riflessioni, di lavoro. Evidentemente, man mano che Forza Italia è cresciuta strutturalmente, si è allargato il numero di coloro che hanno assunto ruoli di responsabilità, e quindi la composizione del gruppo dirigente si è profondamente modificata.
In effetti, Forza Italia al principio fu soprattutto un’intuizione sociologica e politologica al tempo stesso semplice e geniale, basata sull’esistenza in Italia di un ceto moderato, molto ampio, sostanzialmente interclassista, estraneo per cultura e per interessi alle parole d’ordine della sinistra. Quel ceto che in tutt’Europa vota e trova un’oggettiva rappresentanza dei suoi interessi nei partiti moderati, alternativi a quelli socialisti: la Cdu in Germania, il Partito Popolare in Spagna, i conservatori in Gran Bretagna e così via, naturalmente con accentuazioni e sensibilità diverse secondo le aree geografiche, le tradizioni storiche, le situazioni economiche e sociali. In Italia, storicamente tale elettorato dava il suo voto principalmente ai partiti del pentapartito, e in misura minore anche al Msi. Ma si trattava comunque di una rappresentanza in qualche modo ibrida: all’interno di ciascuno di questi partiti, a partire proprio dalla Democrazia cristiana, esistevano componenti e tendenze molto diverse, alcune delle quali per cultura e ispirazione ideale guardavano al rapporto consociativo con la sinistra comunista come alla prospettiva strategica da perseguire. Di conseguenza, nessun partito, neppure la Dc, accettava volentieri e senza ambiguità la definizione di rappresentante dei moderati.
Questa situazione, già esistente soprattutto nelle fasi finali della cosiddetta «prima Repubblica» divenne una contraddizione clamorosa quando, nel 1993-1994 il crollo dei partiti tradizionalmente di governo, dei quali sopravvivevano soltanto le componenti più accondiscendenti alla sinistra, stava portando al governo del Paese un’area politica che storicamente non aveva mai rappresentato più di 1/3 dell’elettorato. L’intuizione di Silvio Berlusconi fu quella di dare cittadinanza politica, e con orgoglio di sé, a quei ceti moderati che non erano mai stati rappresentati a pieno titolo. Il clamoroso, rapidissimo successo di Forza Italia, pur senza una struttura e un radicamento, nacque in realtà da questo fortissimo bisogno diffuso che Berlusconi seppe cogliere e interpretare. Egli ebbe, nello stesso tempo, la lucidità e il coraggio intellettuale di accettare la sfida in prima persona, infrangendo il conformismo e l’ipocrisia di una certa classe imprenditoriale abituata a negoziare i propri interessi con la politica, ostentando nello stesso tempo neutralità e distacco. L’indubbia capacità di Berlusconi di parlare lo stesso linguaggio del pubblico, il suo carisma, legato agli straordinari successi imprenditoriali, e quindi alla dimostrata capacità di realizzare obiettivi concreti, quelli che il pubblico si attende, la capacità di offrire un referente politico e una speranza ai moderati dispersi e smarriti: queste in realtà furono le ragioni del clamoroso successo iniziale di Forza Italia. Nel 1994, obiettivamente, in pochissimi mesi più di così non si sarebbe potuto fare. Certamente questo modello, di puro movimento di opinione raccoltosi improvvisamente intorno a un uomo e al suo progetto, era l’unico allora realizzabile in tempi e in modi utili ad affrontare una sfida elettorale indetta dal Quirinale esattamente nel momento considerato più utile per garantire la vittoria della sinistra. Fu la stessa esperienza del governo Berlusconi, tuttavia, a dimostrare che quel modello era insufficiente. Non era né un partito di plastica né partito-azienda, in verità, era semmai l’opposto: una galassia dai contorni poco definiti che, avendo come punto di riferimento Silvio Berlusconi, aveva tuttavia caratteristiche piuttosto indistinte riguardo all’appartenenza, alla presenza sul territorio, alle competenze e alle gerarchie. Le conseguenze di tutto questo furono per esempio risultati negativi, nelle elezioni amministrative, laddove non era candidato direttamente Berlusconi, e l’elettore non percepiva di stare compiendo quella che più tardi sarebbe stata definita una «scelta di campo».
Il processo di trasformazione di Forza Italia dal movimento del 1994 al partito di oggi non è stato e non sarebbe potuto essere, né rapido né automatico. Oggi può apparire una curiosità, ma all’epoca si discusse seriamente, e alcuni propugnarono con convinzione, l’idea che Forza Italia non dovesse neppure partecipare alle elezioni amministrative e presentare le proprie liste solo in occasione delle politiche. D’altronde il susseguirsi di fatti convulsi e clamorosi, che caratterizzarono la stagione politica 1994-1996, rendevano in quegli anni estremamente difficile dedicare tempo e attenzione al problema dell’assetto e della struttura di Forza Italia. Dopo le elezioni del 1996, gli avversari politici e i soliti commentatori distratti o faziosi, rivelarono ancora una volta tutta la loro miopia descrivendo Forza Italia allo sfascio e Berlusconi pronto a lasciare la politica (e - perché no - magari anche il Paese, per effetto della persecuzione giudiziaria). Si divertivano a disegnare scenari per il dopo Forza Italia, immaginando massicce trasmigrazioni verso la maggioranza. Proprio in quel momento, invece, stavamo ponendo mano al radicamento di Forza Italia, alla sua trasformazione in una struttura organizzata e attrezzata ad affrontare una lunga e difficile stagione politica all’opposizione, preparandoci al ritorno al governo del Paese. Ci siamo dati uno Statuto, tentando di evitare gli errori dei vecchi partiti, e ispirandoci anche all’estero ai modelli più innovativi; abbiamo effettuato un tesseramento, che credo sia obbiettivamente il più aperto e il più garantista fra quelli dei partiti italiani; abbiamo celebrato migliaia di congressi provinciali e comunali, nei quali iscritti ed eletti hanno scelto direttamente i propri vertici locali e nel 1998 ad Assago abbiamo tenuto il nostro primo congresso nazionale. Per realizzare questo progetto, del quale Silvio Berlusconi non fu soltanto l’ideatore, ma seguì passo dopo passo la realizzazione, dovemmo scontare lo scetticismo preconcetto di molti all’esterno, e anche di qualcuno all’interno. Singolare fu ancora una volta la miopia dei nostri avversari: mentre ad Assago migliaia di delegati, di quadri di partito, di eletti, discutevano e votavano, il presidente del Consiglio, Romano Prodi, che da lì a poco sarebbe stato travolto dalla frantumazione della sua maggioranza, ebbe l’imprudenza di parlare di «congresso del nulla». La risposta a quel «nulla» furono le 300 mila persone che nella giornata finale sfilarono a piazza Duomo per ascoltare il discorso di chiusura di Silvio Berlusconi. Oggi Forza Italia viene citata anche dagli avversari politici, anche all’estero, come un modello di organizzazione da studiare e da copiare. I clamorosi successi in molte elezioni amministrative, alle europee e poi alle regionali, sono anche l’effetto di un partito che ha saputo organizzare la sua presenza sul territorio in modo capillare, e attraverso questa, esprimere candidature credibili e capaci di produrre consenso; di un partito che ha saputo rinsaldare il senso di appartenenza e definire l’identità dei propri aderenti, dirigenti ed eletti in parlamento e nelle sedi locali, rendendoli compartecipi e protagonisti attivi del comune progetto politico. Questo è naturalmente soltanto un aspetto dei successi che abbiamo ottenuto: la ragione principale sta nella credibilità della proposta politica di Berlusconi, che ha saputo accreditarsi come leader fra i più autorevoli in Europa, dopo l’ingresso nel Partito popolare europeo, e in Italia, gestendo un’opposizione chiara e netta, ma nello stesso tempo responsabile, non facendo mancare il proprio apporto in occasione di crisi internazionali come quelle dei Balcani, oppure concorrendo in modo determinante all’elezione di Carlo Azeglio Ciampi alla Presidenza della Repubblica. Ho l’impressione che ancora oggi, siano in molti a fraintendere ciò che Forza Italia è diventata in questi anni, le ragioni del nostro successo, e quindi anche la logica e lo spirito con i quali affrontiamo la campagna elettorale decisiva della primavera 2001. Se Forza Italia non era in passato il «partito di plastica», oggi esso non è - come si dice con un’altra semplificazione giornalistica - la «nuova Dc». Non è questa la nostra aspirazione: svolgere una funzione come quella che storicamente appartenne alla Dc non sarebbe né compatibile con i mutati scenari politici e sociali, né coerente con la ragion d’essere di Forza Italia. Questo non significa non considerare con grande rispetto l’esperienza storica della Democrazia cristiana, alla quale alcuni dirigenti di Forza Italia hanno anche attivamente partecipato (come altri a quella di altri partiti democratici): e anzi credo che in comune con la Dc Forza Italia abbia senz’altro la vocazione interclassista e popolare. Ma con questo ogni parallelismo finisce. La Democrazia cristiana era una galassia di componenti, fra loro molto diverse, con una comune matrice cattolica, e in grado di stare insieme a patto di continue mediazioni piuttosto che di scelte definite. Forza Italia, che mantiene i valori cristiani al centro del proprio progetto politico, ma non è un partito confessionale, e al cui interno anzi c’è posto per laici e cattolici, è una realtà completamente nuova nel sistema politico italiano. Potremmo definirlo un partito liberale e popolare nello stesso tempo, due categorie e due definizioni che nella storia politica italiana sono sempre state non soltanto divergenti, ma contraddittorie. Il liberalismo nella storia italiana è stato appannaggio di una minoranza, di un’élite numericamente ristretta. Questa minoranza, che fu classe dirigente dall’unità nazionale fino all’avvento del fascismo, perse nel dopoguerra sempre più ruolo e prestigio, e divenne politicamente sempre più estranea alle grandi correnti di opinione diffuse nel Paese. Lo iato che storicamente divise lo Stato liberale, nato dal Risorgimento, dalle masse popolari non è mai stato colmato, e questo è uno dei problemi storici che maggiormente hanno condizionato la vita del nostro Paese, e che sono all’origine di molte anomalie italiane, non ultima l’esistenza per cinquant’anni del più forte partito comunista dell’Occidente democratico.
Oggi per la prima volta in Italia i concetti liberali, lo Stato di diritto, l’economia di mercato, il garantismo sono i principi ispiratori di un grande partito di popolo. Questo non significa neppure, naturalmente, che Forza Italia, non essendo l’erede della Dc, sia invece l’erede del Partito liberale, o di qualche altro piccolo partito laico che improvvisamente abbia aumentato dieci o quindici volte i propri elettori. Significa piuttosto che un partito come Forza Italia non può essere letto e interpretato attraverso categorie vecchie, che appartengono a un’altra stagione politica. Noi amiamo definire Forza Italia come il «partito della gente». Questo per indicare la centralità delle persone, degli elettori, dei cittadini. Tutti i partiti professano questo principio, in teoria. Forza Italia lo è nei fatti, e questo continua probabilmente a essere il segreto del suo successo. Credo che per nessun altro partito si possa parlare di una così forte identificazione fra leader ed elettori. Abbiamo voluto evitare, anche riducendo al minimo la struttura burocratica (oggi la struttura nazionale di Forza Italia conta poco più di 50 dipendenti) che si creasse un apparato che tutela i propri interessi - come di fatto è avvenuto in tutti i partiti - allontanando il vertice dalla base. La stessa struttura rigidamente presidenzialista, che evidentemente è costruita intorno al carisma e all’incontrastata leadership di Silvio Berlusconi, è garanzia di un rapporto diretto e non mediato fra la base e il vertice. Abbiamo lavorato per accentuare questa tendenza, già in atto: oggi tutti coloro che lo desiderano possono entrare in Forza Italia, senza filtri, e votare per scegliere direttamente i propri dirigenti, mentre gli eletti, che hanno avuto il voto dei cittadini e ne sono in qualche modo rappresentativi, hanno proprio per questo un peso particolare in tutte le decisioni. In questo senso, Forza Italia continua a costituire, a sette anni dalla sua nascita, un fattore di novità: un partito nuovo, per la sua capacità di rappresentanza sociale interclassista, attenta alle esigenze dei più deboli, espressione di quei moderati che non vogliono soltanto conservare l’esistente, ma che lavorano duramente nella vita professionale e civile per trasformarlo e migliorarlo. È questa la classe dirigente che attraverso Forza Italia si è affacciata alla politica, ed è la classe dirigente che nei prossimi mesi salirà con Silvio Berlusconi alla guida del nostro Paese.
 

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