giugno 2000 - liberal bimestrale
Caro Vittorio, avevi ragione l’altra sera a dire che annoia discutere di questa sinistra così malconcia e ormai così poco interessante. Forse ricominceremo a farlo fra un po’ di tempo, mentre oggi le domande che incuriosiscono di più riguardano la destra. Due anni fa o poco più – lo ricordi? – era data per morta, non aveva niente da dire, perdeva tutte le elezioni, si tendeva a considerare risolto per sempre il problema sorto nel 1994 ed erano davvero pochi, tra questi Massimo Cacciari, a parlare e giustamente del pericolo per l’Italia della mancanza di un’opposizione, anzi di quell’opposizione. In poco tempo è cambiato tutto: è sparito l’Ulivo, c’è stata la parentesi di Massimo D’Alema a Palazzo Chigi, Silvio Berlusconi svolge di nuovo un ruolo centrale, sembra molto ascoltato dall’opinione pubblica e, fra un po’, tornerà alla presidenza del Consiglio. Si sente in giro una gran voglia di alternanza, perfino in ambienti dove fino a ieri si vedeva nel Polo l’incubatrice di tutti i mali possibili e si continuava a pensare che fosse buono ogni mezzo per contrastarne l’ascesa, a cominciare dalla par condicio, la legge che avrebbe dovuto far vincere il centrosinistra e che invece ha dimostrato che alla fin fine il consenso non dipende dagli spot televisivi. Ed ecco allora le domande su quello che ci aspetta. Perché c’è questo ritorno della destra? Che cosa rappresenta? Che cosa farà, quando sarà di nuovo al governo? Ti giro queste domande, ma prima provo anche a darti qualche risposta. Intanto c’è la prima, la più facile, di metodo. Nasce dal fatto che non riesco a resistere nemmeno io alla tentazione che ha già preso altri, cioè quella di citare il precedente di Aznar (e non lo faccio solo perché mi hanno dato fastidio tutti quei richiami ad Haider, così propagandistici e così lontani dal problema). Quando vinse, si parlò molto dell’uomo e delle sue doti, si ricordò la discontinuità rispetto al franchismo, si sottolineò la stanchezza verso il «felipismo», ma pochi sapevano davvero cosa sarebbe stata la nuova destra spagnola alla prova del governo. Ora lo si sa. Perché il discorso dovrebbe essere diverso per questa nuova destra italiana, che oltretutto sta anch’essa in gran parte nel Partito popolare europeo? Perché non si deve pensare che il vero esame avverrà sulla base di una concreta attività di governo? Ti ricordi, ad esempio, che è stato proprio Aznar, un discendente della Falange, a portare la Spagna nell’Euro e, oltretutto, a convincere a rispettare i tempi della scelta perfino il prof. Romano Prodi, per il quale anche io avevo votato nel 1996 oltretutto pensando a Maastricht?
Ma mi rendo conto che questo è un discorso forse troppo facile, anche se non più di quello di coloro che, nel nome di «una destra normale», hanno invocato Kohl o, appunto, Aznar al posto di Berlusconi. Provo allora con un altro argomento. Sono andato a rileggermi quello che c’eravamo detti sei anni fa, nel 1994, in un dialogo che avevamo avviato per cercare di capire quello che era successo in Italia dopo la vittoria elettorale del Polo. C’eravamo detti molte cose, ancora valide adesso. Mi ha sorpreso, ad esempio, trovare una tua frase che sembra di questi primi mesi del 2000, quando parlavi di una scommessa su cui ti sembrava si giocasse la politica italiana, tra la destra che si presentava come il «nuovo» e il «vecchio» che era la sinistra.
Ho trovato invece altri giudizi che il tempo mi ha fatto cambiare. Avevamo convenuto sul fatto che esisteva in Italia una destra profonda, radicata nella paura. Forse allora la si vedeva nelle grandi incertezze di quella fase, dopo il crollo del vecchio sistema dei partiti, nell’incontro-scontro con le grandi ondate di immigrazione extracomunitaria, nella paura che il Welfare crollasse senza lasciare tutele sociali. Ora, invece, mi sembra davvero difficile che questi spostamenti di opinione possano essere ancora considerati figli della paura. Forse ne è rimasta una, quella nei confronti dell’immigrato, che è ineliminabile e che è più forte di ogni valutazione sulle esigenze dell’economia e di ogni riconoscimento del fatto che non è arginabile la globalizzazione delle persone. Ma delle altre paure cosa è rimasto? La grande differenza tra l’improvviso emergere della destra, tra il ’93 e il ’94, e questo suo grande ritorno – al di là delle alleanze politiche e delle sigle con cui si presenta – sta probabilmente proprio in questo: allora poteva essere ed apparire come una generica e caotica fuga dall’incertezza di ceti, interessi, gruppi e persone rimaste senza rappresentanza politica, adesso, passati tanti anni, mi sembra invece la ricerca di nuove regole per una società che sta cambiando rapidamente per la grande parte dei suoi componenti, a cominciare dalla fine del lavoro pensato come posto fisso, per tutta la vita. Anche a me nel 1994 – e torno ad alcuni dei nostri giudizi di allora – Berlusconi appariva essenzialmente come l’imprenditore di successo, che era riuscito a costruire un grande impero mediatico e finanziario grazie alle sue capacità ma anche a solidi intrecci di potere, che era forte più della sua immagine che della sua cultura politica, che sembrava soprattutto chiedere una delega in bianco e che quindi, alla fine, avrebbe potuto provocare la caduta verticale delle idee di impegno e di responsabilità che sono tra le basi di ogni democrazia. Per questo, nel linguaggio corrente della sinistra, la sua politica era stata ridotta al rango di «un’avventura».
Ma ora, alla luce di ciò che è successo in questi anni, non mi sembra che regga più quella che poteva essere allora una realistica chiave di lettura. Mi pare che, al di là degli stessi schemi berlusconiani, a cominciare dalla «scelta di campo», ci sia molto di più. Sento già la tua domanda: dove l’hai visto? La risposta è nello stesso tempo semplice e complicata. In breve, ti posso dire che lo si vede dove la destra sta governando, dove cioè si è assunta delle precise responsabilità, ad esempio in alcune grandi città, come Milano, o in regioni-chiave non solo per l’Italia ma anche per l’Europa, come la Lombardia, il Veneto, il Piemonte e la Puglia. Dove, cioè, non ha cancellato idee di responsabilità nè ha avvilito il ruolo della politica ma si è presentata, ora più ora meno, come un onesto soggetto riformatore con uomini, ora un po’ grigi ora più vivaci, che tuttavia hanno dimostrato di saper gestire l’interesse collettivo. E non c’è stata poi, soprattutto qui, anche una pratica di governo che ha accompagnato attivamente un avvio di decentramento dei poteri che da anni tutti dicono essere la base della riforma dello Stato? Ma lo si vede anche altrove. Ad esempio, mi colpisce molto il fatto che ormai quasi tutte le esperienze di presenza e di mobilitazione sociale, giuste o sbagliate che siano, non avvengano più sotto il segno della sinistra. Mi colpisce poi che sia la sinistra a far coincidere sempre la sua immagine con il potere, con il conformismo, con la mancanza della critica e che, invece, sia la non sinistra a svolgere in modo crescente una funzione di critica.
Intendo dire che questa destra può essere molto diversa da come è stata descritta attraverso le categorie del «politicamente corretto». Giornalismo e politica hanno perso anni ad occuparsi solo del suo leader, delle sue ricchezze, del suo conflitto di interessi e del suo linguaggio e non si sono mai preoccupati di ciò che gli nasceva attorno. Non hanno immaginato che a un certo momento la sinistra sarebbe apparsa quasi nel modo in cui veniva rappresentato il Polo, cioè un fenomeno mediatico, plebiscitario, conservatore, capace solo di occupare il potere e così via. E solo ora cominciano a capire che Berlusconi può piacere o non piacere, ma c’è, è diventato grazie ai voti raccolti l’azionista di maggioranza della democrazia italiana e rappresenta – per usare un eufemismo - qualcosa in più dei suoi interessi privati. Come governerà lo si vedrà dopo. Per ora posso solo immaginare che varrà per lui la legge di Aznar, di Prodi e di Schroeder, cioè quella dell’obbligo del riformismo europeo. Che ne pensi?
aro Renzo, sono contento, è da tempo che ti propongo di discutere insieme della destra, è da tempo che auguro all’Italia una destra come quella dei grandi paesi europei, una destra come quella francese di Chirac o quella spagnola di Aznar o quella tedesca, di una Democrazia cristiana capace di ripulire sé stessa, senza attendere i giudici, gli angiporti corrotti del potere. Penso a una destra democratica che conviva pacificamente con la sinistra, comprendendone le ragioni e cercando insieme il futuro. Vedi, Renzo, la destra non è arrivata adesso, c’era già; dopo la fine della Democrazia cristiana la destra, nell’opinione elettorale, è sempre stata maggioranza. Anche nel 1996 il centrosinistra dell’Ulivo e di Rifondazione era minoranza; se sommavi Polo e Lega trovavi che il centrosinistra non avrebbe avuto un solo deputato nelle grandi Regioni del nord subalpino. Pur maggioranza la destra, o centrodestra. non ha potuto governare perché divisa. Se oggi ha delle buone ragioni per aspirare al governo è perché è unita, per l’alleanza Polo-Lega. Non si tratta di un episodio occasionale per contingenze elettorali come si è voluto far credere ripetendo inconsapevolmente lo schema del 1994. L’alleanza Polo-Lega è oggi un fatto politico di grande rilievo, un nuovo scenario: viene alla luce una inadempienza profonda del centrosinistra. Esso ha dato vita a governi di alta statura con Prodi e con D’Alema e coi loro ministri, ha realizzato adempimenti che saranno segnalati dalla storia, ha fornito dell’Italia una immagine relativamente prospera e pulita, ha avviato riforme essenziali come quelle della sanità, della scuola e del decentramento. Se non è riuscito a conquistare la maggioranza dei suffragi non è per un difetto di informazione e di comunicazione. In realtà esso non è riuscito a fondare quella importante trasformazione in una partecipazione dei cittadini; il risanamento, l’Europa e le riforme sono apparse come calate da fuori, dall’alto, da una politica separata dalla società. Su tutto questo la sinistra è chiamata e riconsiderare sé stessa.
Ma l’alleanza Polo-Lega, proprio per la sua forte valenza politica, pone problemi seri (e di breve periodo) alla destra. Si può facilmente accantonare il linguaggio xenofobo di Bossi e accedere a linguaggi meno indecenti, ma proprio in Forza Italia e non solo nella sua area più forte, quella settentrionale, il separatismo leghista potrebbe trovare (e già trova) forme diverse ma altrettanto pericolose. Le autonomie, sia quelle individuali che quelle territoriali, possono essere affermazione di sé nella ricerca di un bene comune con gli altri o, al contrario, possono diventare esclusione, negazione, degli altri. «Ognuno per sé» è una formula lusinghiera che può trovare, ed ha trovato, riscontri in diffusi sentimenti elementari, ma se dovesse diventare linea operativa di governo si aprirebbero spaccature civili e sociali di esito incerto.
Dalla novità della destra unita deriva urgente un bisogno di chiarezza. L’assemblaggio elettorale di posizioni diverse consentiva al Polo una larga indeterminazione. Era una destra senza programma. Cosa si voleva per l’Europa? Si allarga ad Est? In quali tempi e a quali condizioni? Si é per un esecutivo europeo forte o si difende lo Stato-nazione coi suoi interessi e i suoi valori legittimi o no? E poi cosa si pensa di fare per la svolta demografica, per conciliare l’improrogabile necessità della sicurezza dei cittadini con l’improrogabile necessità di immigrazione per le imprese? Ancora, come conciliare la necessaria promozione dell’innovazione nella produzione, nel lavoro, nei servizi con delle garanzie umane e sociali che non sono solo di parte? So bene che queste domande programmatiche tu puoi rivolgerle anche alla sinistra; questo vuol dire che sono domande italiane, che riguardano l’Italia in Europa e nel mondo. Ma nella destra richiamano la sua stessa percezione di sé: come restare in un radicale individualismo di fronte alla crescente necessità nella politica, nell’ intervento?
Guardiamoci attorno. In Europa la vecchia socialdemocrazia cede ovunque il suo storico primato a forme nuove che possono chiamarsi come vogliono ma sono nuove, lo si vede a Berlino come a Londra, a Mosca come a Madrid, e anche a Parigi. Ovunque regna la politica. E insieme al travaglio politico che accompagna il ciclo innovativo che copre il pianeta vi sono ritardi paurosi (l’Africa!) ed emergono contestazioni aggressive che sembrano irrazionali e persino irragionevoli e che testimoniano invece l’esistenza di un’area esclusa di cui ignoriamo il peso e la grandezza. E che ci riguarda. Dobbiamo tenere gli occhi aperti su quello che si innova e su quello che resta indietro e fuori. Alla politica non basta più il cabotaggio costiero, il mare è aperto. Solo ponendo delle domande la politica riesce a non separarsi dai cittadini, riesce ad associarli.
Esiste, anche se spesso è sfumata, una linea che divide la sinistra e la destra. C’è una sinistra, che per me è vecchia, che rifiuta la modernizzazione o cerca di ostacolarla o frenarla, è una posizione sbagliata che va però affrontata senza anatemi, con serietà. Vi è poi la sinistra che vuole l’innovazione e la modernità e sa che senza solidarietà, senza una costante attenzione a chi resta indietro nelle sue possibilità di vita, nella conoscenza e nel controllo del mondo, la stessa modernizzazione finirà con lo spegnersi in una disuguaglianza inaccettabile. Su questo la sinistra italiana è stata a volte in contraddizione. Il governo ha fatto cose eccellenti e si è poi lasciato fermare da una coalizione di partiti, che è persino inverosimile nella sua assurdità, e anche dai sindacati. E una destra democratica come si muoverebbe, sia nell’ opposizione sia nel governo? Saprebbe intendere la modernità non solo come strumento di potere e di ricchezza ma come un insieme di convivenza civile e sociale promuovendone tutte le componenti? Nella storia italiana come in quella europea vi è una tradizione importante, quella progressista, che in Italia va da Cavour a Giolitti. La situazione è totalmente cambiata nei suoi soggetti, ma il rapporto sinistra-destra è sempre quello.