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Mattei, Moro, Prodi La strada sbagliata

LIBERAL BIMESTRALE
colloquio con Silvio Berlusconi di Marco Giudici
Liberal n. 28 - Febbraio-Marzo 2005

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aprile 1995 - liberal mensile
Quella scazzottata, a parte un occhio blu e lividi un po’ dappertutto, gli deve aver fatto un gran bene. Allievo dei salesiani a Milano nella drammatica vigilia elettorale del ’48, dodicenne insieme ad altri ragazzini dell’oratorio, venne inseguito e pestato. Gli strapparono i manifesti della Dc con su scritto «Dio ti vede, Stalin no», la colla andò persa sul marciapiedi. Che la politica era una cosa dura, durissima, Silvio lo capì allora sulla propria pelle. Letteralmente. Ma già quando faceva le elementari, sopportò le frustate psicologiche che segnarono tutti i bambini del tempo di guerra. Per un’infinità di mattine, nella primavera del ’45 - nel paesino di Oltrona San Mamette, tra Como e Varese, dove viveva sfollato con la mamma - si affacciò in cima alla salita a scrutare i gruppi di rifugiati. Finalmente un giorno scorse minuscola, in lontananza, la figurina di papà e finì un incubo. «Meglio in Svizzera che in campo di concentramento in Germania», si era consolata come poteva, per mesi e mesi, la mamma. Lei lavorava a Milano, levata alle cinque, ritorno col buio. Capitò anche al suo treno di essere bloccato dai tedeschi: le andò bene, riuscì a fuggire in mezzo alla neve.
Berlusconi parla della tradizione antifascista della sua famiglia senza che gliene sia stato chiesto, semplicemente raccontando di sé e del suo rapporto - appunto - con gli accadimenti del passato remoto. Mescola questi ricordi di vita e di storia, seduto nei bianchi divani di via dell’Anima, la casa degli appuntamenti romani. Domanda: è possibile anche al pubblicitario, al broadcaster, al «politico nuovo», un’intervista diversa, al riparo dal contingente, che raccolga polvere di storia invece delle immancabili polemiche sulla data delle elezioni? In queste pagine la risposta.

Presidente, lei non proviene dalla politica di professione, e questo ha favorito l’idea di un certo sradicamento del suo agire. Nessuno conosce la sua opinione sulle grandi scelte, positive o no, della classe dirigente italiana del dopoguerra.
Sono un leader politico atipico e nuovo, questo non lo nego. Ma perché dice «sradicamento»? Sono un italiano che ha fatto quel che ha potuto, che ha studiato, letto, lavorato, intrapreso, messo su famiglia, insomma uno che ha conosciuto la vita esattamente alla stessa stregua di tanti altri italiani. Il successo, il patrimonio industriale creato e la mia storia politica, controversa come tutte le storie politiche, non cancellano un normalissimo Silvio Berlusconi, un democratico e un liberale di fede cattolica che ha in mente idee e valori comuni a gran parte del Paese.

Facciamo qualche nome, altamente simbolico per questo Paese. De Gasperi, ad esempio. O Aldo Moro. Che giudizio si sente di dare il politico Silvio Berlusconi?
De Gasperi ha definito i confini geografici e politici dell’Italia repubblicana. Con la sua opera politica, sulla quale perfino il suo avversario Togliatti invitò a un giudizio «equanime», De Gasperi ha fatto di noi e delle nostre libertà appena riconquistate esattamente quel che noi siamo: una nazione occidentale, con un sistema economico e politico ispirato ai principi della liberaldemocrazia. Non mi sembra poco, ed è importante che queste cose siano state realizzate da un leader cattolico che credeva nel valore laico, non confessionale della politica.

E Aldo Moro? Che cosa provò durante il suo sequestro?
Ricordo con struggente malinconia la prigionia e le lettere alla famiglia e il tentativo vano di salvarlo. Il suo è stato un martirio pieno di umanità e di fragilità personale, ma con un grande significato spirituale.

Politicamente che cosa pensa di lui?
Che esprimeva una classe politica lontana dalla gente. Il suo parlare era fatto per tenerla distante, la gente, non per sintonizzarla con le scelte di governo. Il suo linguaggio sfumato e talvolta astruso sembrava fatto apposta per tenere le persone pratiche del mio stampo al riparo dalle idee che aveva sull’Italia. La sua costruzione politica, debbo dirle, non mi è mai stata chiara.

Eppure l’emozione popolare fu grande, alla notizia del rapimento e poi dell’assassinio.
Lo sgomento che assalì me, e che credo fosse della maggioranza degli italiani, al di là del lato umano della vicenda, aveva a che fare più che altro con la sensazione di sconfitta dello Stato.

Ha mai avuto occasione di incontrare Enrico Berlinguer?
Personalmente no. Facevo l’imprenditore e alla politica guardavo dal di fuori. Mi ricordo lo sguardo triste e il fascino di quella sua severità di vita. Ma la teoria della diversità comunista mi è sempre sembrata il contrario dei valori democratici: la democrazia è una competizione tra eguali, magari anche aspra, ma con un reciproco riconoscimento di valori e di identità.

Quanto è reale, secondo lei, oggi il pericolo di un ritorno della violenza politica?
Non è reale, se solo finisse quella brutale campagna di odio verso di me e si costruissero davvero le condizioni per una politica che si svolga nella pace e nella serenità.

Non le sembra di legare troppo la questione - una così decisa questione - alla sua vicenda personale, per quanto lei rappresenti politicamente milioni di elettori?
Guardi, sono sincero: quando ho cominciato a fare politica non mi aspettavo certe forme di odio. Ricordo che quando da imprenditore televisivo sono entrato nel calcio, non ho creduto agli amici che mi pronosticavano una diminuzione di simpatia popolare. E ho avuto ragione io, perché è vero che una squadra «divide», ma poi c’è la discussione, la conversazione, l’ironia, lo sfottò su una comune passione, che, appunto, accomuna. Quando è venuta la politica, invece, ho scoperto per la prima volta, diretti verso di me, anche gli sguardi della durezza, della cattiveria, dell’odio. Confesso che ho anche provato paura.

Mi scusi, sa. Ma c’è chi dice che ha cominciato lei, alla vigilia del voto del 27 marzo. Dichiarava ultimativo: se vince la sinistra, addio libertà.
E che cosa si può pensare di una sponda politica dove gli uomini sono rimasti gli stessi, da sempre, con la stessa cultura, la stessa mentalità, le stesse idee, gli stessi comportamenti? Se possibile, oggi, il mio giudizio, conoscendoli da vicino, è anche peggiorato. Sino a che non cambiano gli uomini, la musica è identica, e agghiacciante: i problemi italiani si risolvono dilatando il pubblico, e cioè la spesa, e cioè le tasse, sottraendo risorse agli investimenti e all’iniziativa privata. L’avversario è un nemico da demonizzare e da distruggere e va combattuto con le armi dell’insulto, della calunnia, della diffamazione. L’opposto di una concezione liberale.

Ma cosa dovrebbe fare la sinistra per non essere considerata più comunista? Quanti congressi, quante svolte, quanti lavaggi? Non pensa che per entrare davvero in una nuova era politica bisognerebbe che ciascuno facesse uno sforzo di reciproca legittimazione?
Quello sforzo è assolutamente necessario. Ma non riesco a capire una cosa. Perché si offendono quando dico «comunisti»? Che senso ha rinnegare il proprio passato, che è ciò di cui siamo fatti? Alleanza nazionale aveva un rapporto molto meno vincolante con il ventennio fascista, che all’atto della sua nascita era trascorso da mezzo secolo; eppure Fini ha proclamato il valore dell’antifascismo come metodo per la restaurazione della democrazia in Italia. Il Pds è nato solo dopo la caduta del Muro di Berlino. Si sono decisi quando la storia li ha presi a calci nel sedere. E per giunta l’apparato è rimasto quello del Pci. Stessi dirigenti, con l’esperienza personale di quel che era il comunismo sovietico. Breznev era loro compagno di strada, su questo non ci piove. Non nego che tra di essi ci sia stata anche un’ampia esperienza democratica, e che alcuni di loro siano persone di buona stoffa. Ma chi sta dentro la continuità del comunismo, sia pure ribattezzandosi, non deve lamentarsi se altri glielo ricordano.

Perché non fa lei, che ritiene di essere ingiustamente aggredito, il primo passo di una pacificazione?
Io non ho mai fatto passi di guerra, dunque non posso offrire la pace. Posso avere usato un linguaggio duro, in qualche caso, ma sempre e soltanto in risposta a offese o attacchi di una violenza inaudita nella politica italiana. Io non ho un carattere aspro, sono notoriamente gentile, perfino troppo gentile. Eppure per quindici anni il Berlusconi imprenditore e poi il Berlusconi politico sono stati la bestia nera della sinistra... Cosa vuole che le dica, io a D’Alema avevo scritto: vediamoci e discutiamo delle nuove regole, ma per tutta risposta ho ottenuto un ostile silenzio.

Se le fosse consentito scegliere, quale sinistra si augurerebbe di avere in competizione con il suo polo, quella di un Brandt, di un Mitterrand o di un Clinton?
Se potessi scegliere, forse preferirei una solida socialdemocrazia tedesca a questi scimmiottamenti dell’America bostoniana.

Ma lei ha di fronte Prodi. Perché metterla giù così tranchant, e dire che il professore di Bologna è la maschera di D’Alema? Non sarebbe bene, per l’Italia e per l’alternanza, che Prodi creasse un soggetto politico di centro distinto dal Pds? Non crede che, demonizzando Prodi, lei si comporta esattamente come dice che i suoi avversari si comportano con lei?
Intanto io Prodi non l’ho mai demonizzato, al più, in risposta ai suoi giudizi pesanti su di me e sui miei programmi ho fatto dell’ironia dandogli del simpatico ciclista o del dottor Balanzone. Per il resto, abbia pazienza, ma come posso mettermi sullo stesso piano di Prodi? Politicamente, intendo, perché personalmente credo che l’uomo abbia delle qualità, e comunque non mi permetto di giudicare. Ma sul piano politico, questo è il punto, c’è una differenza che renderebbe squilibrato e asimmetrico il rapporto: io ho dato vita a un movimento politico d’opinione, mi sono bruciato nel fuoco di una lotta molto aspra, vincere o perdere, mentre il professor Prodi si è candidato dalla sera alla mattina, senza alcuno sforzo, per il puro piacere di avere un’investitura di forze che gli sono estranee. Si è talmente messo sotto l’ala altrui che, essendosi candidato a suo dire nello spirito del maggioritario, non ha nemmeno avuto il coraggio di chiedere rapide elezioni, preferendo accucciarsi all’ombra del ribaltone.

Lasciamo l’altra metà del campo. Veniamo al suo polo. Che modello ha in mente: la Cdu di Kohl, come piacerebbe a Buttiglione, oppure de Gaulle, oppure la signora Thatcher?
Avendo un’altra preparazione, ed essendo nuovo all’esperienza politica, non mi sono ripromesso tanto di seguire un modello, quanto di guardare dentro la realtà italiana e di badare a come sia possibile raddrizzarne i guai. L’azienda governo, fatto senza precedenti nel mio bagaglio di conoscenze, vive della mediazione dei ministeri e della burocrazia: beh, devo dire che gli otto mesi della mia presidenza li considero miracolosi. Sono stato assistito dalla ... «Grazia dello Stato», si dice così? La prima cosa pratica che ho dovuto affrontare, una cosuccia da niente, di fronte all’attenzione di tutto il mondo, è stata la direzione del G7. Ho studiato 25 ore al giorno, alzandomi un’ora prima!

Ma la Cdu le piace?
Credo che Buttiglione usasse questa esemplificazione quando doveva cercare di tenere unito il partito.

E invece adesso?
Ogni momento ha la sua ambizione. Credo che quella di rifare la Dc sia l’ambizione di un momento che, per lo stesso Buttiglione, ormai è passato. Partecipare con dignità alla costruzione di un centro, in cui vivevano i valori cristiani, questo è un altro discorso, ed è per l’appunto il discorso in cui è impegnato Buttiglione.

Cosa risponde a chi obietta che il suo è un partito virtuale? Come pensa di passare dal partito-immagine al partito-società?
C’è più società e meno apparato nel mio movimento che in qualunque altro partito. Bisogna, forse con l’introduzione delle elezioni primarie all’americana, sviluppare le cose nella direzione del partito-constituency, un comitato elettorale che ha un chiaro quadro di valori di base e, a ogni elezione, seleziona un personale politico e il programma di cui esso è portatore. Ho 58 anni e non vorrei mai trascorrere i miei prossimi vent’anni in una eterna nomenclatura politica che si riproduce immobile. Ho un’altra ambizione: dare una mano al mio Paese, dare un contributo al suo governo per un periodo di tempo delimitato, con un governo di legislatura che sia espressione di un chiaro mandato elettorale, e poi tornare alla mia vita privata.

Che giudizio storico e politico dà del cosiddetto Caf, dell’asse Craxi-Andreotti-Forlani? Gli anni Ottanta sono stati gli anni della massima espansione del debito pubblico...
Questo è vero. Va aggiunto che gli anni Ottanta sono stati anni di crescita della ricchezza e del benessere, e che il permanere di gravi squilibri, perfino in certi casi il loro aggravarsi, non può offuscare quel segno positivo e dinamico del decennio. A coloro che demonizzano gli anni Ottanta, e anche la classe dirigente di allora, consiglierei di riguardarsi le annate dei quotidiani dei cupi anni Settanta, anni di violenza, di prevaricazione e di marcescenza delle ideologie totalitarie di questo secolo.

Lei che cosa faceva nel ’68? Era tra coloro che lamentavano licenza e permissivismo, oppure considerava positiva la rottura delle regole?
Il ’68 è stato sommerso dagli errori della classe dirigente di allora. Invece di resistere all’ondata libertaria, nelle sue forme intimidatorie e violente, per trasformare libertarismo in liberalismo, ci fu una generale abdicazione ai propri doveri. Io ero giovane e mi muovevo su un’altra lunghezza d’onda. Ero un giovanissimo imprenditore che si dedicava anima e corpo alla sua impresa; quanto a idee politiche e partecipazione alla vita pubblica, preferivo restare su un binario più ragionevole e tradizionale.

Ancora un passo indietro, al tempo del centro-sinistra: lei aveva meno di trent’anni. Che cosa pensava all’epoca di personaggi come Nenni e Mattei?
Nenni lanciava una sfida difficile per modernizzare il Paese e rinnovarlo, ma lo faceva già allora con strumenti un po’ vecchi, con un’oratoria e una concezione della politica che avevano qualcosa di straordinariamente limpido e insieme di terribilmente polveroso. Mattei era un uomo avventuroso e brillante: ha fatto del bene a questo Paese, ma per arrivare a farlo deve averne combinate di ogni genere, se è vero quel che gli è stato attribuito, e cioè che usava i partiti come un taxi, cioè a pagamento. Ha poi fondato la sinistra democristiana cosiddetta «di base», e su questo atto giudicherà la storia, ma a me, sia detto con ironia, sembra un delitto imperdonabile. Il centro-sinistra delle origini, comunque, fu una stagione di progresso.

Il Caf meglio di Moro e Mattei, la sinistra dc peggio del diavolo. C’è un po’ di presente di troppo nel suo bilancio, non le sembra? E anche la faccenda, che la fa inorridire, dei partiti «usati come taxi»: qualcuno ha rimproverato a lei di essersene divorati cinque in un sol boccone (ricorda il pentapartito?), e il sesto, ancora fragile nella culla, di esserselo spolpato a metà il mese scorso.
Non ho dato giudizi di valore, non stilo pagelle. Esprimo semplicemente opinioni, caso per caso, persona per persona, situazione politica per situazione politica. Non ho mai liquidato con verdetti sommari la vecchia classe dirigente, mi limito a criticare quel che non è andato bene, storicamente, in questo Paese. Quanto a me, io non ho mai usato i partiti, mi sono difeso dall’aggressione di politicanti senza scrupoli che volevano ammazzare la tv commerciale per interessi spesso meschini. Mi sono difeso, a suo tempo, dal potente partito Rai, che stava a guardia del vecchio e illiberale monopolio di Stato della tv. Ho fatto normalissimo lobbying industriale, sempre in forma limpida, trasparente e corretta, cercando di convincere il Parlamento che non era interesse della nazione oscurare le tv commerciali e ammazzare un’impresa che rendeva un grande servizio all’economia del Paese, offriva un’alternativa all’informazione «ufficiale» della Rai, produceva entrate cospicue per l’erario, aveva creato e creava migliaia di posti di lavoro soprattutto per i giovani, migliorava con la sua offerta di intrattenimento e di evasione la qualità della vita di moltissimi italiani. Altro che taxi.

Se le colpe dei politici sono arcinote, quelle degli imprenditori un po’ meno. La grande industria è stata artefice del miracolo, ma sono state le stesse dinastie d’impresa a pretendere poi di dettare il percorso alla classe politica. Condivide?
Gli imprenditori hanno fato la parte loro in questo Paese. Tutti, dal primo all’ultimo. Dunque hanno fatto anche i loro bravi errori. Se dovessi indicare l’errore principale che abbiamo commesso, è stato il rapporto di sudditanza con lo Stato dei partiti, una storica scelta di non esercitare a pieno, in forma autonoma, il nostro ruolo di propulsione e anche di guida della società. Niente a che vedere con il partito industriale, però l’immobilismo civile dell’imprenditoria è costato qualcosa di importante al Paese: quando è crollata la vecchia classe dirigente è risultato faticosissimo sostituirla.

Cosa intende per immobilismo civile?
In fin dei conti gli imprenditori (parlo dei grandi gruppi) sono stati complici del consociativismo, in cambio della pace sociale. Questo ha consentito la comoda equazione secondo cui se ci sono utili sono miei, se ci sono perdite sono di tutti. Dal canto suo il potere politico aveva il vantaggio di ottenere che gli industriali stessero a casa loro, non disturbassero il manovratore. Io ho contribuito a superare questo meccanismo, e mi sono ritrovato a essere l’unico ostacolo vero tra il Pds e la conquista del potere. Ho incontrato le mie brave ostilità, sono stato trattato come un intruso dalla nomenclatura, perché - non lo nego - sono e resto un imprenditore, non un politico.

Dicono che lei sia il rappresentante di una rivolta della piccola e media imprenditoria contro le grandi famiglie del capitalismo italiano. È così?
No, non è così. Quel che ho costruito resterà nella storia industriale di questo Paese. Il mio amico Confalonieri dice che la Fininvest deve diventare un elemento del panorama, come la Fiat o il Monte Rosa. E ha ragione. Questo non è nell’interesse mio e della mia famiglia, è nell’interesse del Paese, che è di fronte a inaudite sfide della tecnologia nel campo delle comunicazioni. Quanto alle altre famiglie, ho un identico rispetto per le grandi dinastie del capitalismo italiano e per i quattro milioni di imprenditori che sono l’ossatura della nostra economia.

La Fininvest che svetta imponente nella Bella Italia come una catena rocciosa spalmata di ghiacciai secolari. Mica male come consolazione per la vecchiaia. Intanto però, fuori di qui infuria la polemica sull’antitrust. Presidente, non pensa che se avesse risolto nei primi mesi del suo governo la questione, la sua navigazione politica sarebbe stata più semplice?
No, non lo penso,. L’antitrust è stato la foglia di fico di una opposizione che puntava a criminalizzare l’usurpatore, ad abbatterlo. C’è già la legge Mammì, che è un antitrust tra i più duri d’Europa... altro che storie! Sa cosa mi è costata? La rinuncia alla Repubblica, all’Espresso, a quattordici giornali regionali. Ha dimezzato il valore dei film. Mi ha impedito di essere il primo produttore di fiction d’Europa. La preoccupazione di esistere, e di resistere, mi ha costretto a rimanere fisicamente in Italia. Addio presenza e sviluppo in Europa! La legge Mammì ha danneggiato enormemente l’Italia, questa è la verità. Perché mi ha tolto la possibilità di progredire nella tv commerciale, attraverso il cavo, la pay, la demand, l’interattiva. Mi hanno imposto i telegiornali e bloccato lo sviluppo della multimedialità.

Ma lei adesso vuole governare l’Italia, il conflitto d’interesse non è una bizzarria dei suoi avversari. Che fa vende?
Adesso c’è in giro questa idea del «meno una rete alla Fininvest, meno una alla Rai». E l’affacciarsi, come il prezzemolo, dei Costanzo e dei Santoro. Qui sembra naturale che la gente debba avere le cose regalate. Come se io non avessi fatto fatica, le avessi avute così, le mie imprese. Se è così, se il gioco è quello del «meno uno a te e meno uno a me», beh, allora la Fininvest porta dritta i libri in tribunale e non se ne parla più.

Dica lei, allora cosa si deve fare.
Mettiamoci intorno a un tavolo Stet, Fininvest, Rai, Iri, Telecom e quant’altri. Riordiniamo complessivamente il sistema. Occorre sapere però che ci vorranno non mesi, ma qualche anno, per una prospettiva sinergica delle telecomunicazioni, che raccordi telefono, tv, produzione di programmi, computer. Facciamo pure due gruppi, ma realmente in grado di competere con i giganti d’Europa e del mondo. Diversamente i giganti ci colonizzeranno. Se il quadro diventa questo, certo che vendo. Le mie tv Murdoch le vuole comprare. Ma se me le chiede l’Iri, la Stet, benissimo. Mi diano anche obbligazioni, quello che vogliono: accetto tutto. Però l’impressione mia, in realtà, è che non si colgano le dimensioni di un problema che riguarda il futuro dell’Italia. Si vuole dare un’accelerata alle privatizzazioni mentre la moneta è sotto schiaffo di marco e dollaro. Pochi ricordano che la Thatcher ha privatizzato qualunque cosa, tranne che British telecom. Ci sarà un motivo, no?
 

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