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La lingua inventata

LIBERAL BIMESTRALE
di Maria Pia Ammirati
Liberal n. 32 - Ottobre-Novembre 2005

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Un lungo monologo-dialogante possiamo definire l’ultimo libro di Tiziano Scarpa. Un ossimoro per indicare la forma e lo stile di questo libretto originalissimo dal titolo Groppi d’amore nella scuraglia, dove la voce monologante del protagonista si rivolge a interlocutori diversi: da Gesù a vari animali, dal sindaco alla focosa amante Sirocchia. Personaggi muti della breve storia narrata dal solo Scatorchio, la voce narrante, che si esprime con una lingua frutto di contaminazioni di dialetti meridionali, che combinati insieme oltre a esprimere una grande forza, danno spazio a una vitalità comica a volte irresistibile. Forme di allitterazioni, assonanze, storture linguistiche e un volontario rimario che rende ostico, ma esplosivo, questo linguaggio inventato. Un linguaggio primitivo, petroso, che delinea una storia anch’essa antica, di sapore medioevale, con un protagonista che sembra uscito dal Mistero Buffo di Dario Fo, forzatamente fuori tempo e che invece è costretto a fare i conti con un mondo contemporaneo affollato di sindaci, preti e spazzatura. Sottesa la storia d’amore di Scatorchio per Sirocchia, nel primo monologo d’apertura, il cui destinatario è un contestato Gesù, si concentra la filosofia del libro e del microuniverso che vuole rappresentare: una piccola provincia italiana.
Un microuniverso che si regge, per usare la filosofia spicciola del protagonista, su un sistema consolidato di esigenze umane primarie: «la trippa de famiglia/ ce magna innante a lu televisore. La trippa de famiglia/ce se quatta ne la scuraglia/ce runfa e ce scoreggia/ce se groppa d’ammure». Un punto di vista di pancia, un mondo viscerale, mosso da passioni d’amore e d’odio che fanno di Scatorchio una sorta di folletto agitato da due pulsioni: una privata, l’amore per la brutta Sirocchia; e l’altra civile, la battaglia per trasformare il paese in una discarica di rifiuti. Un tema quindi moderno per la sua emergenza e impellenza, come la trasformazione dei rifiuti, che si scontra con un amore dalle coloriture arcaiche. Due uomini che si sfidano sulla piazza del paese per ottenere le grazie di una donna brutta, ma così brutta che costringe il protagonista, durante i loro incontri amorosi, a spegnere la luce e a rifugiarsi nella scuraglia: «Sirocchia mia/ quanto sì brutta alla lampa/ma quanto sì bella a l’immaginata./Picché l’immaginata ie’ più verace de la lampa». Un libro poetico quindi, per la storia narrata dal protagonista, un disadattato a cui il lettore, soprattutto per fascinazione linguistica, dedica volentieri la propria simpatia, e insieme un libro dal ritmo teatrale che per meglio essere gustato andrebbe recitato. Non è secondario, in questo caso, l’ascolto da dedicare alle pagine di Scarpa, perché parole e musicalità del monologo costruiscono meglio il carattere di Scatorchio, ne delineano i tratti corporei dell’homo fictus, contestatario balordo dissacratore qualunquista, uno che accusa Gesù di non aver fatto la rivoluzione e che per questo lo condanna a rimanere inchiodato alla sua croce nelle aule scolastiche, fino a insultarlo con un’espressione triviale d’uso popolare: «Egoisto/ Iddio che nun tene palle». Ma anche un uomo saggio che guarda le cose con una naturalezza che, a volte, sfiora la verità: «Lu munno iè nu battaglio/de bellezza e de pauro»; e un disincantato di chi sa come va il mondo: «Lu repetetore de la televisione/ce repete a lu paese diserto/lu tiliggiurnalu de lu guberno/lu calcio de lu guberno/la festa de lu guberno,/ la contentezza de lu guberno».

Tiziano Scarpa, Groppi d’amore nella scuraglia, Einaudi, 109 pagine, 9,80 euro
 

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