aprile 2001 - liberal bimestrale
Milton Friedman è uno degli economisti più influenti del Ventesimo secolo. Conosciuto in Italia (poco e male) per le sue battaglie ideologiche, lo è molto meno come scienziato dell’economia. Eppure Friedman, se è uno dei massimi pensatori liberali del nostro tempo, è soprattutto un grandissimo economista teorico. L’importanza della sua produzione scientifica è unanimemente riconosciuta, anche dai suoi avversari politici. Come ha scritto la rivista Newsweek (1976) all’epoca del conferimento del premio Nobel, «se fossero stati i suoi colleghi economisti a votare, Friedman avrebbe ricevuto il premio molto prima - e, per quanto ci è dato di sapere, l’Accademia Reale delle Scienze di Svezia ne ha ritardato la concessione solo per la sua disposizione alla controversia e il suo attivismo politico. (...) Il parere della maggioranza degli economisti è che Friedman avrebbe potuto benissimo vincere il premio per uno solo dei tre contributi scientifici citati dalla giuria del Nobel: la teoria monetaria che ha cambiato la politica economica moderna, un lavoro giovanile che viene tuttora considerato l’analisi definitiva della relazione fra consumo e reddito, e la sua dimostrazione della complessità delle politiche di stabilizzazione». Dare conto, anche solo sommariamente, della sua importaza di teorico dell’economia sarebbe troppo lungo (chi fosse interessato può forse trovare utile il mio volumetto: Friedman, Giunti & Lisciani editori).
Una cosa, tuttavia, va sottolineata: la sua produzione scientifica in campo monetario ha una validità che è indipendente dalle sue idee politiche. Lo dico a beneficio di quanti in Italia usano a sproposito il termine «monetarismo» (che Friedman peraltro non ama). Il «monetarismo» non rappresenta, in altri termini, una ideologia o una filosofia politica, e sarebbe preferibile rinunziare all’etichetta e sostituirla con quella più corretta di «teoria monetaria». Ma, si dirà, le critiche di Friedman alla politica di bilancio e la sua predilezione per lo strumento monetario non sono forse coerenti con la sua avversione per l’intervento diretto del governo nell’economia e la sua preferenza per la libertà delle scelte individuali? Certamente. Ma le critiche alla politica di bilancio non vengono mosse da Friedman soltanto in base alla tesi che essa sia un veicolo dello statalismo, dell’intervento del governo negli affari privati dei cittadini, Friedman rifiuta la politica di bilancio in base ad argomentazioni teoriche che ne revocano in dubbio la desiderabilità e l’efficacia; argomentazioni che sono oggi largamente accettate persino da quanti continuano a essere favorevoli all’intervento «pubblico».
Quanto all’importanza della moneta, non viene sostenuta in base a considerazioni ideologiche, ma sulla scorta di una teoria e di una mole enorme di documentazione empirica. È vero, quindi, che affermare l’importanza della moneta è in un certo senso coerente indirettamente con la sua visione generale della società, ma i due ordini di problemi sono del tutto indipendenti: si può accettare l’una senza dover accettare l’altra e viceversa.
Se, tuttavia, vogliamo a tutti i costi individuare una certa «valenza» politica nelle tesi monetariste di Friedman, questa può essere rappresentata dalla preferenza per un sistema di regole rispetto a uno fondato sull’arbitrio delle autorità. In questa prospettiva, l’idea che «la moneta ha importanza» diventa solo una variante specifica del principio, caro ai teorici delle scelte pubbliche e del costituzionalismo, che «le istituzioni hanno importanza». Il «monetarismo» sarebbe cioè condizionato dalla opposizione a qualsiasi forma di governo arbitrario. Specie se facciamo riferimento agli effetti disastrosi che l’abbandono delle regole costituzionali ha avuto nel nostro Paese, anche in questo caso sarebbe azzardato parlare di pregiudizio ideologico.
Friedman è comunque il maggior teorico del capitalismo, lo studioso che più di ogni altro ha sottolineato gli enormi vantaggi connessi a un sistema economico fondato sulla libertà. Sbaglierebbe di grosso, tuttavia, chi lo accussasse di avere difeso i privilegi dei pochi fortunati, ignorando le necessità dei meno abbienti. Nulla potrebbe essere più falso: la filosofia politica di Friedman è «populista» nel senso migliore del termine, le sue simpatie vanno immancabilmente ai più deboli, che sono quelli che più hanno bisogno e che più si avvantaggiano delle opportunità che solo una economia autenticamente libera può offrire. È questa, a mio avviso, una delle principali differenze di temperamento fra lui e Keynes, che aveva, anche forse a motivo delle sue origini familiari, una visione aristocratica e paternalistica della società e della vita.
Quando, nel 1973, Friedman venne in Italia per una breve convalescenza dopo un’operazione a cuore aperto, fu invitato a colazione da un noto patrizio veneziano. Nel raccontarmi il lusso e l’ostentazione che aveva trovato in quella casa, Friedman commentò con un’affermazione che coloro che non lo conoscono troverebbero incredibile: «gente come quella riuscirebbe a far diventare comunista persino me!».
La sua gentilezza d’animo, i suoi modi garbati anche quando critica senza esitazioni le argormentazioni dei suoi avversari gli hanno procurato l’amicizia oltre che l’ammirazione di quanti lo conoscono e le critiche astiose o malevole di chi non lo ha mai incontrato. Per chi poi ha avuto la fortuna di essere stato suo studente, che condivida o meno le sue idee politiche, Friedman resta un insuperato maestro. Basti per tutti l’opinione di Paul Samuelson, grande economista teorico, uno fra i primi vincitori del premio Nobel per le scienze economiche (1970), e esponente di spicco della sinistra politica americana, che ha così commentato l’attribuzione del premio Nobel al suo avversario di tante discussioni e polemiche: «La professione degli economisti si aspettava da tempo che Milton Friedman vincesse il premio Nobel per l’economia. La sua vittoria costituisce un doveroso riconoscimento del suo contributo scientifico e della sua leadership accademica». Dopo aver passato in rassegna con grande ammirazione la produzione scientifica di Friedman, Samuelson così conclude: «Il mondo lo ammira per i suoi successi. Chi lo conosce lo ammira per quello che è. Il fatto che lui e io, malgrado le nostre divergenze politiche e scientifiche, siamo rimasti buoni amici per oltre quarant’anni la dice lunga forse su di noi, ma ancor più, sarei propenso a credere, sulla natura scientifica dell’economia politica».