aprile 2001 - liberal bimestrale
Alexis de Tocqueville nella biblioteca di un ragazzo? Sì, trovo Alexis de Tocqueville indispensabile nella biblioteca di un ragazzo. E non solo di un ragazzo che voglia affrontare in modo sistematico il pensiero liberale. Certo, scegliere un unico autore è difficile, poiché penso che il modo giusto di formarsi un carattere indipendente e una libertà di giudizio sia quello di leggere e mettere a confronto quanti più autori possibile. Ma so anche quanto sia stato importante per me, soprattutto negli anni giovanili, innamorarmi di alcuni testi, capaci poi di farmi da guida per tutta la vita. Uno di questi testi è La democrazia in America di Tocqueville, uno scrittore che mi è caro e mi sembra particolarmente indicato per almeno tre ragioni: innanzitutto, per l’assoluta originalità con cui, nella prima metà dell’Ottocento, appena venticinquenne e unico tra gli intellettuali del suo tempo, ha saputo intuire la straordinaria importanza mondiale di quella che allora era soltanto una lontana ex colonia europea, gli Stati Uniti d’America; poi per la sicurezza con cui ha precocemente capito che la «democrazia» è la vera novità rivoluzionaria dell’epoca moderna, destinata a condizionare tutta la nostra vita sociale; e ancora, per il tono pessimista e aristocratico con cui ha messo in guardia contro i pericoli, sempre attuali, che insidiano le libertà in una società democratica. Tutto questo può essere avvincente per un ragazzo di oggi? Ne sono convinto.
Tocqueville sa essere controcorrente con rara lucidità. Era figlio di una famiglia nobile, travolta dalla rivoluzione francese, eppure non condivideva l’animosità, tipica del proprio ambiente, nei confronti del nuovo ordine sociale. Vedeva con chiarezza che la rivoluzione aveva prodotto il trionfo non tanto della borghesia, quanto della democrazia, e che questa «democrazia», cioè «l’uguaglianza delle condizioni», era ormai una potenza inarrestabile. Affermazione impetuosa anche perché, spiega Tocqueville con coraggio in L’antico regime e la rivoluzione, l’altro suo maiuscolo lavoro che trasformò radicalmente i criteri interpretativi della Rivoluzione francese, il passaggio dallo «Stato sociale aristocratico» allo «Stato sociale democratico» non avviene con uno iato improvviso ma rappresenta un’evoluzione che contiene anche chiari segnali di continuità.
È davvero singolare come, per tanto tempo, nella cultura politica europea, praticamente fino a qualche decennio fa, abbia avuto tanto spazio la critica marxista, secondo cui la democrazia è un inganno poiché promette un’uguaglianza che è poi smentita dal fatto che gli uomini restano diseguali. Quanto più lungimirante l’idea di Tocqueville, che ha mostrato, sulla scorta dell’esempio americano, come l’uguaglianza proclamata dalla democrazia, nonostante il suo carattere «immaginario», alimenta una corsa all’emulazione che finisce per ridurre le diseguaglianze; e i risultati li abbiamo di fronte noi che viviamo in società sicuramente più giuste di quelle del passato. Ma l’avvento della democrazia, pure ineluttabile, non cessò mai di inquietare Toqueville. E proprio qui sta, secondo me, l’elemento di grande attualità. Egli vedeva infatti che il potere della maggioranza, nelle società di massa, tende fatalmente a diventare assoluto e a imporre una nuova tirannia, quella del conformismo della pubblica opinione. Ogni forma di originalità diventa sospetta e vengono mortificati il merito, l’intraprendenza, la distinzione, l’ingegno, l’eleganza; e perfino le maniere cavalleresche nei rapporti tra i sessi sono guardate con diffidenza. Per di più, l’uomo democratico tende ad attenuare il rispetto per la tradizione, per i limiti imposti dalla morale, dalla natura, dalla religione, e viene colto da una sorta di sentimento di onnipotenza: purché la maggioranza lo voglia, tutto è possibile. Ecco allora che Tocqueville mi appare, ancora adesso, un prezioso antidoto non solo contro i nemici della democrazia ma anche contro i suoi abusi. E infine è un autore che, con argomenti equilibrati e convincenti, mi ha insegnato che soltanto facendo sopravvivere un fondo di aristocrazia anche nella società democratica si potrà essere più liberi.