aprile 2001 - liberal bimestrale
Il cammino del federalismo in Italia è sbarrato da alcuni ostacoli concettuali che ne impediscono la naturale e ragionevole evoluzione. Il primo è rappresentato dal dogma per cui si passerebbe da una realtà pluralistica e multiforme a una unità superiore. È la via dei quasi-sovrani cantoni svizzeri che si sono dapprima alleati, e poi hanno dato vita a una realtà comune di crescente compattezza in parallelo alla costituzione di grandi Stati nazionali, rispettivamente a settentrione (il II Reich guglielmino) e a mezzogiorno (il Regno d'Italia), che potevano mettere in forse l'esistenza stessa della plurilingue Confederazione. Ma è anche il caso delle colonie della Corona britannica oltre atlantico, che si sono unite prima contro la Francia di Luigi XV e Luigi XVI e poi contro le pretese dell'aristocrazia britannica, in quel momento sorda all'estensione al di là del mare dei diritti (scarsi) della gente comune in madrepatria.
Invece oggi Spagna, Belgio e Regno Unito dimostrano che si può - e anzi si deve - passare da uno stato centralizzato a un'ampia devolution di poteri alla periferia, e che quindi non esiste una direzione obbligata della storia della pluriformità alla centralizzazione, ma felicemente s'invera anche il percorso opposto, quando le necessità lo impongono. Il discorso si fa particolarmente significativo per l'Italia. Le ragioni che portarono con la costituzione del Regno (a Torino, il 17 marzo 1861) a una forma fortemente unitaria sono note: residui legittimistici nell'Italia centrale e meridionale, spinte centrifughe in Sicilia, clericalismo diffuso, brigantaggio, persistente ostilità asburgica e fragilità complessiva dell'insieme. La scelta centralistico-prefettizia di stampo francese parve utile e anzi necessaria, coi rappresentanti del centro che sotto le rassicuranti apparenze legalitarie erano in effetti più simili ai «comissari della Repubblica» della Francia rivoluzionaria che ai placidi lord-luogotenenti delle contee inglesi, reclutati nella gentry locale e privi di «carriera».
La scelta «prefettizia» fu così forte da resistere alla rivoluzione industriale e al suffragio universale, alla Grande guerra e al fascismo, alla Repubblica e alla democrazia. Addirittura, come ben noto, quando in sede costituente si discusse del regionalismo, ci si limitò in definitiva a consacrare l'assemblaggio delle province nei compartimenti puramente statistici del cessato Regno sabaudo, per il groviglio di problemi che avrebbe posto un'effettiva delineazione ex novo di molte, se non tutte, delle realtà regionali.
Vinse il criterio della continuità, corretto solo dalle sottrazioni delle zone di minoranza linguistica anche per ovvie ragioni internazionali di rapporto con Francia, Austria e Germania, Jugoslavia. Ma dietro la zona grigia che ambiguamente collegava decentramento burocratico e autonomie locali restava inesplorata la realtà delle antiche consistenze statali: un vero tabù dopo il Risorgimento. Altro che il disorientamento provocato dalla formula odierna «morte della Patria»! Il dogma nazionale comportava l'assoluta rimozione del mondo ante 1859, se non sotto forma di vergognoso accenno a una infelice, disprezzata condizione di cose. Non fu così in Germania, ove fino al 1934 e dopo il 1948 restavano fiorenti gli antichi Stati, con tutte lo asimmetrie e le sproporzioni tra l'enorme Prussia-Brandeburgo e i piccoli Stati turingi o le libere città asiatiche. Solo Hitler seppe distruggere il più che millenario pluralismo statuale tedesco - e non fu il periodo più glorioso di quella storia. Non è così in Spagna, ove oggi il libero regno di Juan Carlos si fonda sulla rinascita dagli antichi «Stati», anteriori alla centralizzazione dei suoi antenati borbonici.
Solo Vincenzo Gioberti seppe proporre in modo efficace un uso nazionale del sistema statuale italiano. Il suo federalismo è spesso ricordato per l'ipotesi di presidenza papale che, in un certo senso, lo coronava: caduta la proposta per l'impossibilità pontificia di guidare una crociata di liberazione nazionale contro la cattolicissima Austria, tutto l'edificio fu frettolosamente accantonato e consegnato al magazzino delle cose morte delle dottrine politiche italiane. Eppure c'era del realismo nel pensiero dell'abate torinese. C'era almeno l'intuizione di una incancellabile bipolarità tra Nord e Sud della penisola: i due regni, sabaudo e borbonico, avevano forza militare, legittimità e radicamento. Le due dinastie si erano poi unite col matrimonio di Ferdinando Il (il «Re bomba») con Maria Cristina, ultima dei Savoia originari, e molto più «legittima» dei Carignano. E il primogenito Francesco (il «Re bambino» della stampa inglese, il figlio della «Reginella Santa» per i legittimisti) era pur sempre segno di unità. Ma Gioberti per un uso nazionale del principio dinastico, e lo dimostra con la disinvoltura - per un moderato - con cui spazza via i Ducati emiliani, e magari anche le Legazioni pontificie per realizzare un ampio regno dell'Italia settentrionale, un forte Belgio nostrano tra le spinte imperiali di Francia e Austria.
Diverso il caso della Toscana, e ciò sia per un riguardo verso gli eredi dei "Pelasgi", quegli italiani del centro della penisola che Gioberti ritiene depositari della migliore tradizione nazionale, sia perché lì regnavano granduchi, Asburgo-Lorena sì, ma di eredità riformatrice, e quasi offa alla dinastia viennese di un'ulteriore presenza in Italia. Il disegno federalista giobertiano non era legittimista, ma si fondava su un razionale calcolo delle forze disponibili. E anche il potere temporale del Papa era contrattabile, quanto a estensione, importando piuttosto la funzione di garanzia, interna e internazionale, che avrebbe potuto assumere la presidenza pontificia. Tutto ciò si conferma nella netta avversione al separatismo Siciliano: un regno insulare separato sarebbe fatalmente entrato nell'orbita della potenza marittima che signoreggiava il mediterraneo, cioè la Gran Bretagna. Ecco dunque che l'interesse nazionale italiano esigeva il mantenimento di un unico Regno del Sud, abbastanza forte per correre in soccorso all'Alta Italia impegnata nella valle del Po, e per resistere all'attrazione della dominatrice del mare. Il federalismo giobertiano si basava insomma sulla riorganizzazione della carta politica della Penisola, in modo da tutelarne al meglio l'indipendenza verso tutte le direzioni da cui avrebbe potuto provenire un'insidia. Ma Gioberti non aveva una soluzione per aggregare all'Italia federale, che in un certo momento fu nei veti di tanti patrioti, quell'enigmatico Regno Lombardo Veneto, costruito come avamposto austriaco al di qua delle Alpi. Toccherà a Cavour risolvere il problema, ma il prezzo fu appunto la cancellazione del millenario equilibrio degli Stati italiani, con nuove tensioni e impensabili problemi per le generazioni a venire.