ottobre 1997 - liberal mensile
Ci sono ottime ragioni che consigliano di rileggere, in Italia, l’opera di un grande liberale non dogmatico come Raymond Aron. Sono ragioni, soprattutto, di contenuto, e su di esse mi soffermerò. Ci sono però anche ragioni di stile, sulle quali vale la pena di spendere preliminarlmente qualche parola. Chi sa come si svolgono le discussioni pubbliche in Italia, si tratti di giustizia, welfare State, scuola, politica estera ecc… sa anche che in esse lo stile ideologico resta, ancor oggi, dominante. Sono crollate (o così si dice) le ideologie ma ben pochi si sono convertiti a uno stile pragmatico di discussione. Ciò che è vero nell’Italia di oggi, come in quella di ieri, lo era anche nella Francia in cui Aron operò nella doppia veste di studioso e di giornalista. Il ragionare pacato, documentato, volto a mostrare di ogni tema i molteplici lati e a soppesare di ogni tesi i pro e i contro, che era tipico di Aron, purtroppo, continua a non appartenerci. C’è una lezione, preziosissima, di stile che Aron può dare ai tanti che non riescono ancora a sbarazzarsi di quella mentalità cieca, faziosa, che in anni non lontanissimi fece coniare ai gauchistes francesi il detto: «È meglio avere torto con Sartre che ragione con Aron». Contro quella mentalità Aron ricordava spesso un episodio (autentico) del ’68, allorché un incontro fra studenti occidentali di sinistra, ubriachi di ideologia, e studenti cecoslovacchi, giustamente affamati di libertà, si concluse bruscamente nel momento in cui gli studenti dell’Est, accusati dagli occidentali di «deviazionismo piccolo borghese», dichiararono: «Deve esserci effettivamente qualcosa di marcio nel vostro sistema se produce imbecilli come voi». Detto questo, c’è qualcosa di apparentemente paradossale nell’interesse crescente dei dotti d’Occidente intorno all’opera, multiforme e immensa, di Raymond Aron, giunti come siamo al tramonto del secolo Ventesimo. L’apparente paradosso consiste nel fatto che Aron fu, essenzialmente, lo storico, il sociologo, il filosofo della politica del Ventesimo secolo, lo studioso che elesse a proprio campo di indagine e di interpretazione le vicende che dallo scoppio della «guerra dei trent’anni» di questo secolo (le due guerre mondiali) arrivano quasi al crepuscolo della guerra fredda (Aron muore nel 1983, due anni prima dell’avvento al potere di Gorbaciov, sei anni prima della caduta del Muro di Berlino, otto anni prima della disintegrazione dell’Unione Sovietica).
Perché leggere con interesse, al di là di quello puramente storiografico, il grande studioso della lotta globale (ideologica, politica, economica, strategica) fra i totalitarismi e la società liberale occidentale, oggi che quella lotta si è conclusa, oggi che nuovi problemi e nuove sfide assillano le società occidentali e il mondo intero? Sono due, credo, le risposte possibili a questa domanda. La prima è di carattere scientifico e riguarda soprattutto gli specialisti di scienze sociali. Gli estimatori di Aron sono in crescita fra i cultori di scienze sociali - e sono certamente oggi molti di più di quelli che erano durante la sua vita - perché ci si rende sempre più conto che nell’opera di Aron è possibile trovare soluzioni persuasive di problemi ai quali spesso le scienze sociali hanno dato risposte insoddisfacenti. In questo caso è soprattutto l’originalità del metodo di Aron a interessare gli studiosi. Chi si accosta oggi all’opera di Aron, senza più essere influenzato dai pregiudizi e dalle passioni dei tempi della guerra fredda, scopre nello scienziato Aron una originalità e una profondità di giudizio che, in molti casi, non era disposto a riconoscergli quando egli era in vita, quando molti accademici, spesso ignari delle fonti filosofiche e scientifiche cui Aron aveva attinto reinterpretandole, tendevano, superficialmente, a liquidarlo come un «enciclopedico dilettante di genio», sospettosi sia dell’impegno giornalistico che Aron per tutta la vita affiancò al lavoro accademico, sia della sua capacità di spaziare fra i diversi campi in cui le convenzioni accademiche suddividono il sapere delle scienze sociali. Come è accaduto anche per il destino di tanti altri classici del pensiero politico e sociologico, il passare del tempo e la crescente distanza psicologica dall’epoca in cui Aron visse e operò, consentono oggi giudizi più meditati, permettono di vedere - accanto ai limiti, che indubbiamente esistono - i meriti di un’opera che, in passato, tanto le mode scientifiche quanto i pregiudizi politici avevano negato o occultato. La seconda ragione che contribuisce a spiegare il crescente interesse per Aron è essenzialmente politica. Da un lato, è cresciuta in molti la consepevolezza del fatto che Aron ha dato una soluzione originale e persuasiva, certo una delle più originali e persuasive, al problema del rapporto fra scienza e politica, alla vexata quaestio della relazione possibile, o auspicabile, fra le conoscenze che il sapere scientifico-sociale mette faticosamente a disposizione dei contemporanei e l’azione, le decisioni che ciascuno di noi, sia egli capo di Stato o semplice cittadino, deve continuamente prendere per tentare di fronteggiare i problemi pubblici del proprio tempo. Dall’altro lato, in un’epoca di riscoperta del liberalismo in tutte le sue varianti, il sobrio (vedremo in che senso) liberalismo di Aron, la sua visione di liberale disincantato, è apparsa e appare come un correttivo rispetto agli eccessivi entusiasmi di tanti neofiti del liberalismo. Se ragioni scientifiche e politiche spiegano l’interesse attuale per Aron va detto che solo i conoscitori più superficiali della sua opera possono pensare di separare in lui queste due dimensioni. In Aron interesse scientifico e interesse pubblico, le curiosità dello scienziato sociale e la passione politica del commentatore delle vicende del suo tempo, si sostengono reciprocamente e si fondano.
Aron e le scienze sociali
Dal 1955, anno in cui tornò all’accademia, fino al momento della sua morte, Raymond Aron insegnò sociologia (prima alla Sorbona e poi al College de France) e come sociologo sempre si definì. Ma la sua sociologia era assai diversa da quella normalmente praticata nei dipartimenti di sociologia non solo francesi ma di tutto il mondo occidentale. Se leggiamo la sua opera, infatti, ci imbattiamo in testi che, alla luce delle classificazioni ordinarie, possiamo di volta in volta etichettare come testi di filosofia della conoscenza storica, di sociologia della società industriale, di storia del pensiero politico e/o sociologico, di metodologia delle relazioni internazionali, di analisi dei fatti politici corretti, di teoria strategico-militare. La prima sensazione può essere di disorientamento di fronte a tanta varietà di interessi. E, certo, molti sociologi accademici avrebbero difficoltà a riconoscere come appartenenti alla loro disciplina libri di critica culturale come L’opium des intellectuels (1955), La revolution introuvable (1968) o D’une sainte famille à l’autre (1969), o studi sulle guerre e sulle congiunture politico-dinamiche del Ventesimo secolo come Le grand schiume (1948), Les guerres en chaînes (1951), o Les dernières années du siècle (1984), opere di storia diplomatica come La république impériale (1973), o di teoria delle relazioni internazionali come Paix et guerre entre les nations (1962), o ancora, il grande lavoro dedicato al pensiero di Clausewitz (Penser la guerre, 1976), o le tante riflessioni sui modi e i limiti della conoscenza storica (Dimensions de la conscience historique. Leçons sur l’histoire) o i testi di analisi del sistema della deterrenza nucleare (ad esempio, Le grand débat del 1963). Per non parlare dei tanti articoli e libri dedicati alla storia in fieri, agli «affari correnti» della politica internazionale di volta in volta vissuti od osservati da Aron.
Per capire la sociologia di Aron, e soprattutto per afferrare il filo che lega la sua opera e le dà unità, occorre tornare agli anni della sua formazione, e in particolare a quel momento che segna la grande svolta nella sua vita intellettuale e politica: il suo soggiorno di studio in Germania negli anni (1930-32) immediatamente precedenti la caduta della Repubblica di Weimar e l’ascesa di Hitler. Due circostanze spingono allora il giovane diplomato in filosofia dell’Ecole Normale a scoprire la propria vocazione. La prima circostanza riguarda un incontro intellettuale: Aron scopre la sociologia di Max Weber, ossia una sociologia assai diversa da quella conosciuta in Francia, una sociologia che, anziché valorizzare la politica alla maniera di Durkheim e dei sociologi durkheimiani, è tesa a esplorare le condizioni e le possibilità dell’azione politica. In Max Weber Aron, insomma, trova un pensiero sociologico congruente con il suo desiderio di impegno politico. E anche se in seguito Aron prenderà le distanze da Weber su molti punti, non cesserà mai più di dialogare idealmente con il grande sociologo tedesco. La seconda circostanza riguarda gli eventi che si dipanano sotto i suoi occhi in Germania. Aron spesso ripeterà a questo proposito la formula che fu di Toynbee: history is on the move again. In quel momento Aron ebbe chiara percezione che la storia d’Europa stava cambiando sotto i suoi occhi, che il dramma stava per ripresentarsi, come tante altre volte era accaduto nella vicenda europea. Da qui la decisione di dedicarsi allo studio e alla interpretazione delle vicende del suo tempo. Da qui l’idea, che mai più lo abbandonerà, della centralità della politica nella vita degli uomini e la sua decisione di porre lo studio delle scienze sociali al servizio della comprensione dei problemi politici a lui contemporanei. Nelle due tesi di dottorato del 1938, La philosophie critique de l’histoire, e, soprattutto, l’ambiziosissimo Introduction à la philosophie de l’histoire, Aron esplora i limiti e le possibilità della conoscenza storica a partire da una reinterpretazione delle tesi del pensiero neokantiano tedesco. Nella parte conclusiva dell’Introduction egli delinea, implicitamente, un piano di lavoro cui si dedicherà nel dopoguerra, per tutto il resto della sua vita: poiché il problema cruciale della riflessione sulla conoscenza storica è individuare i vincoli e le opportunità che le condizioni storiche pongono all’uomo d’azione, il compito che Aron si assegnerà sarà quello di studiare gli «insiemi sociali», i sistemi socio-politici del suo tempo, con lo scopo, eminentemente pratico-politico, di contribuire a produrre una conoscenza sul mondo politico capace di orientare le scelte e le decisioni politiche. Anche nella lunga fase che precede il suo rientro nell’accademia (redattore di France libre nell’esilio londinese del periodo bellico, editorialista di Combat subito dopo la guerra, e poi del Figaro per quasi trent’anni, e, infine, dell’Express), Aron non rinuncia alla ricerca sociologico-politica le cui basi, epistemologiche e metodologiche, egli ha posto prima della guerra. La sociologia a cui Aron si interessa e si dedica è una sociologia che parte dal primato della politica, una sociologia che si è data soprattutto il compito di chiarificare i diversi aspetti, politici, ideologici, militari della guerra fredda.
Capire Aron e la sua multiforme produzione scientifica implica una comprensione dei fili che legano l’Aron filosofo prebellico e l’Aron sociologo della politica del dopoguerra: questi fili riguardano i temi costanti della sua ricerca. Direi che questi temi sono fondamentalmente tre: il primo, di carattere teorico, riguarda la relazione fra le azioni (intenzionali) degli attori della storia e della politica e i macro-sistemi entro cui sono inseriti e che li condizionano; il secondo (già indicato) investe la questione, pratico-politica, del rapporto che intercorre fra la conoscenza (storica e sociologica) dei macro-sistemi e l’azione politica; il terzo riguarda, infine, una questione di sostanza: il modo in cui gli eterni fenomeni della lotta e del dominio, della guerra e del potere, si manifestano nelle originali e inedite condizioni della società industriale contemporanea (gli uomini continuano a farsi la guerra e a lottare per la sopraffazione reciproca come ai tempi di Tuicidide ma l’habitat in cui lo fanno, dominato come è dalla scienza, dalla tecnica e dall’industria, è completamente cambiato). Questi temi non sono - o non erano quando Aron operava - in cima alle preoccupazioni dei sociologi ed è anche per questo che la sociologia di Aron appariva a tanti suoi colleghi come bizzarra e inusuale. Era difficile, ad esempio, per tanti sociologi di orientamento strutturalista o funzionalista che, a differenza di Aron, non si erano formati sulle scienze dello spirito della tradizione tedesca e non ne avevano assimilato la lezione sulla centralità della comprensione nello studio dei comportamenti umani, afferrare le ragioni per le quali Aron riservava così tanto spazio, nella sua ricerca sui diversi aspetti della società contemporanea, al ruolo e alla natura delle ideologie. Così come era difficile, per tanti sociologi e scienziati politici, comprendere le ragioni per le quali Aron dedicava così tanti sforzi allo studio della guerra, fenomeno centrale nella storia politica dell’umanità e tuttavia ampiamente rimosso dalla sociologia politica e dalla scienza politica contemporanee (che lo hanno per lo più ghettizzato, abbandonandolo alle cure di una sottodisciplina specialistica, degli esperti di politica internazionale). Nel dialogo continuo con i suoi maestri di sociologia, Weber in primo luogo, ma anche Montesquieu e Tocqueville, e in polemica costante con le filosofie della storia, di Comte, di Hegel e soprattutto di Marx, Aron ci ha lasciato, attraverso decine e decine di scritti, sia un grande affresco della politica nella società industriale del Ventesimo secolo sia la più acuta e approfondita analisi disponibile in quel cruciale conflitto che ne ha dominato l’esistenza nella seconda metà del secolo: la competizione, ideologica, diplomatica e militare, fra totalitarismo comunista e società liberale. A differenza di Weber (è questo il punto di maggior distacco di Aron da uno dei suoi autori prediletti) che non riteneva possibile per la scienza sindacare le scelte di valore, Aron pensa che la scienza sociale abbia il compito, attraverso il sistematico confronto, di aiutarci a scegliere. Confrontando visioni del mondo e sistemi socio-politici è possibile mostrare l’irragionevolezza di certe scelte e la ragionevolezza (o la maggiore ragionevolezza) di altre. Non è vero, secondo Aron, che l’analisi scientifica non serva a farci decidere, ad esempio, fra democrazia liberale e totalitarismo. Non è vero che le scelte ideologiche possano resistere alla critica scientifica. Noi possiamo dimostrare l’infondatezza e l’insensatezza di certe scelte, noi possiamo dimostrare la preferibilità degli imperfettissimi sistemi politici liberali d’Occidente rispetto alle alternative totalitarie. È questa convinzione a legare la scienza del sociologo che studia la società contemporanea all’impegno politico del critico liberale dei totalitarismi.
La libertà e i suoi limiti
Dividendosi fra accademia e giornalismo e alternando saggi scientifici, analisi della congiuntura, degli affari correnti e scritti di polemica culturale, Aron non si limitava a studiare la società contemporanea. Era anche impegnato in una polemica a tutto campo contro i nemici della civiltà liberale. Due erano, dal suo punto di vista, i maggiori rischi che, nelle condizioni della guerra fredda, correva la civiltà liberale. Il primo rischio, per così dire esterno, riguardava la possibilità che l’Unione Sovietica riuscisse, sfruttando le debolezze delle democrazie liberali, a conseguire decisivi vantaggi diplomatici e di influenza politica. Il secondo rischio, interno, riguardava la possibilità di una corrosione culturale della democrazia liberale, a opera dei veleni e delle tossine sparsi entro il corpo delle società occidentali dalle agguerrite legioni degli intellettuali gauchistes. Fedele a una interpretazione che attribuiva un ruolo cruciale alle ideologie, Aron vedeva nelle diverse varianti della ideologia gauchiste così diffusa nelle università e nei circoli culturali occidentali una minaccia mortale per la democrazia. Se è certamente L’opium des intellectuels la più rigorosa e impietosa requisitoria che sia mai stata scritta in Occidente contro il sinistrismo intellettuale, il testo che meglio rappresenta le preoccupazioni di Aron per il futuro della società liberale è probabilmente Plaidoyer pour l’Europe décadente. Scritto nel 1977, in una fase in cui l’Occidente appare sfiancato e decisamente indebolito, dopo la catastrofe del Vietnam e il protrarsi di una lunga crisi economica, mentre l’Unione Sovietica è all’offensiva su molti scacchieri (il Papa polacco, le elezioni di Thatcher e di Reagan, simboli della riscossa occidentale degli anni Ottanta, sono di là da venire) e i partiti comunisti francese e italiano sono in crescita di adesioni e di voti, questo testo riassume tutti i temi della critica aroniana alle tesi della sinistra marxista e marxisteggiante occidentale e illustra le buone ragioni che un liberale può accampare a difesa della democrazia liberale. Ma il liberale Aron non si limita a difendere la società aperta dai suoi nemici ideologici. Aron è anche un critico (simpatetico, ma pur sempre critico) dei dottrinari del liberalismo, di coloro che attribuiscono alla società libera più meriti di quelli che essa in realtà possiede, di coloro che pensano alla società aperta come a una specie di paradiso in terra senza macchia e senza peccato o, quantomeno, capace di diventare tale una volta sconfitti i suoi nemici ideologici. Aron è un realista. Egli sa che le istituzioni occidentali non sono affatto perfette né potranno mai diventarlo. Né le istituzioni del mercato né quelle della democrazia liberale potranno mai mantenere le promesse, eccessive, esagerate, che attribuiscono loro certi liberali. A differenza di molti altri liberali, Aron pensa alla libertà in termini kantiani: come ideale regolativo, una meta cui tendere sapendo in anticipo che, nella sua pienezza, essa non potrà mai essere conseguita. Le molte pagine della sua opera in cui egli dialoga criticamente con pensatori liberali come Popper e soprattutto Hayek (alla cui dottrina dedica, a più riprese, attenzione e critiche assai penetranti) segnalano l’insoddisfazione di Aron per quello che gli appare, tutto sommato, un eccesso di zelo. Tutte le istituzioni umane, una volta poste in essere, sono prosaiche e imperfette e le istituzioni liberali non fanno, e non possono fare, eccezione. Perché continuare a leggere Aron dunque? E perché leggerlo in Italia? A parte le ragioni, che interessano maggiormente gli specialisti, che hanno a che fare con l’originalità del suo modo di intendere e praticare la scienza sociale, ci sono indubbie e solide ragioni culturali. Anche dopo la fine del comunismo una certa intellighenzia, sia in Italia che in Francia, ha continuato e continua a riproporre, sotto diverse etichette (a volte, persino, con particolare impudenza, sotto l’etichetta liberale) gli stessi argomenti illiberali di un tempo. I testi di Aron restano, sotto questo profilo, sempre attuali. Ma Raymond Aron, con il suo realismo, di liberale senza illusioni, ci è utile anche da un altro punto di vista. Per ridimensionare pretese e attese, per controbilanciare con il realismo le fughe nell’utopia di tanti neofiti, quel certo integralismo, un po’ fastidioso, tipico di coloro che solo da poco hanno scoperto le virtù del pensiero liberale.