archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

Il dialogo, la sinistra e il liberal-marxismo

LIBERAL BIMESTRALE
di Ferdinando Adornato
Liberal n. 28 - Febbraio-Marzo 2005

Torna al sommario
cop28_th

 

agosto 1997 - liberal mensile
Carissimo Bobbio, lei dice così all’Unità del 23 maggio 1997: «La condizione minima per un dialogo è il rispetto reciproco. Quando la critica diventa insolente generalmente preferisco non rispondere». La ringrazio, allora, innanzitutto, di aver usato con noi, scrivendoci, un occhio di riguardo, dato che lei ha giudicato insolente, anzi «insinuante e velenosetto» il breve appunto a lei dedicato nel numero scorso della rivista. Non posso non farle presente però che il suo «metodo di dialogo» deve essere un tantino più complicato di quello che lei descrive. Le ricordo, infatti, che, oltre un anno fa, sulla Stampa del 16 febbraio 1996, lei accusò liberal e alcuni suoi collaboratori di «tersitismo culturale». Che la sua definizione non fosse né «insinuante» né «velenosetta» ma fosse apertamente sprezzante, si prese la briga di precisarlo qualche ora dopo su Repubblica Paolo Flores D’Arcais che, solertemente collocandosi nei suoi riguardi come Sancho Panza con Don Chisciotte, ricordò, a chi non avesse a mente l’Iliade, che Tersite era, per Omero, «il più volgare e disgustoso dei greci». In buona sostanza lei voleva dipingerci come dei miseri svillaneggiatori. Tale è, infatti, Tersite nei confronti dei capi achei.
Ammetterà che se per lei «la condizione minima di un dialogo è il rispetto reciproco», in quell’occasione dialogo e rispetto lei li rese alquanto difficili. Eppure, nonostante questo, dato il sincero rispetto che abbiamo per lei, decidemmo di risponderle, certo in modo fermo, ma appassionato e affettuoso. Le scrissi personalmente una lunghissima lettera aperta. Non ebbi però mai risposta. Qualche telefonata cordiale, ma un po’ imbarazzata, tra noi non servì a chiarirmi se in lei avesse vinto il silenzio del dubbio o quello del rancore. Temetti, ahimé, il prevalere del secondo. Vede, caro Bobbio, io credo che il discorso pubblico italiano coltivi, tra gli altri, un vizio assai fastidioso. In genere, ci si trova più a proprio agio nel rispondere alle note puramente ostili piuttosto che alle polemiche leali. Insomma un nemico dichiarato rassicura più di un amico in dissenso. Quest’ultima circostanza, infatti, è più difficile da gestire psicologicamente. In un Paese abituato alle consorterie, politiche e accademiche, la contrapposizione frontale o la permanente complicità mettono meno ansia di una libera interlocuzione dialettica.
Non sarà per caso caduto vittima anche lei di questa cattiva abitudine visto che allora non approfittò del dialogo mentre oggi risponde, piccato, a una nota di venti righe? Mi perdoni, ma rispondo io per lei (aiutato dai nostri dialoghi telefonici). Sì, credo che lei si trovi più a suo agio con noi se ci può considerare «nemici». La sua coscienza intellettuale non sa che vederci «dall’altra parte», quale parte forse neanche a lei è chiaro, ma sicuramente a destra, in un asse teorico che lei, nonostante tutto, mantiene saldo dentro di sé, tra destra e sinistra. Una destra e una sinistra dell’anima, direi, visto che tutti, lei compreso, siamo ormai molto dubbiosi sull’uso scientifico e politico di tali categorie. Ma anche ammesso, mi dica: non le sembra che ciò che questo secolo ha chiamato destra, e ciò che ha chiamato sinistra anche a livello dell’anima, sia ormai circondato dalla polvere? Per stare alla sinistra: Tony Blair che in Inghilterra chiamano «il figlio maschio che la Thatcher non ha potuto avere» ha l’anima di destra o di sinistra? E che cos’è sinistra per il sentimento della storia? Lenin? Breznev? Il Che? Berlinguer? Craxi? Mario Moretti? Saragat? Fidel Castro? Brandt? Bertinotti? Kennedy? Mao? D’Alema? Prodi? Pol Pot? De Mita? Schietroma? Di Pietro? Cos’è, insomma, questa parola passe-partout che tutti hanno potuto legittimamente far propria?
Può produrre davvero ancora identità un termine così abusato che ha coperto tutto e il contrario di tutto, il liberalsocialismo e la dittatura del proletariato, cause di dignità e crimini inauditi, gli Stati del benessere e quelli del malessere? E stare dall’altra parte di tutto questo, essere «nemici» che cosa vuol dire, quando «da questa parte» ci si è anche ammazzati l’un l’altro, ci si è trattati più che da nemici, per la primogenitura o anche per un piatto di lenticchie? Io credo che la sua generazione, trovandosi a vivere in un mondo assai cambiato, dove l’aridità e la pochezza degli ideali mortificano la grandezza della storia, non sappia rinunciare a trattenere dentro di sé un legame nostalgico con tutto ciò che di «forte» essa ha imparato nella propria epoca. È giusto ed è umano. La nostra generazione, invece, non trovando intorno a sé che eredità consunte dal moderno sviluppo e dalle antiche bugie, vive alla ricerca di nuovi equilibri culturali, tutti da riscrivere. La guerra calda prima e la guerra fredda poi hanno cristallizzato ideologie ed esperienze. Noi viviamo, invece, la notte in cui tutti i cristalli sono stati spezzati. Per fortuna: è una liberazione. Ma ciò non toglie che sia notte. Tornerò alla fine su questo argomento. Per ora voglio intanto dirle che noi, invece, non la considereremo mai un nemico. Se non altro perché chiediamo che questa parola venga espulsa dal discorso pubblico di una democrazia.
Ma veniamo al merito della sua lettera. Sono tre i punti da lei contestati. E a essi mi riferirò ordinatamente, seguendo il suo schema.
1. Lei sostiene che nella relazione del 1987 si limitò a dire di non «aver nessun pregiudizio nei confronti della repubblica presidenziale» e che comunque non ha molto senso, anzi è scorretto, confrontare testi lontani e per giunta parziali. Su questo le do volentieri ragione. Neanche a noi piace lo sport di inchiodare un autore e i suoi pensieri a suon di citazioni decontestualizzate. E poi: che male c’è a cambiare opinione? Il fatto è però, caro Bobbio, che a noi non interessava tanto «inchiodarla» a una sua presunta capriola antipresidenzialista. A noi interessava solo e soltanto quella piccola frase che lei stesso ricorda: «Non ho nessun pregiudizio…». Perché lei invece, nel recente passato, pregiudizi ne ha avuti, eccome. Una cosa è, infatti, ritenere legittima ogni opinione in merito alla forma di governo, presidenzialista o parlamentare. Tutt’altra musica è invece dire pubblicamene che chi preferisce il presidenzialismo è un nemico della democrazia e, sotto sotto, un fascista. Calamandrei, lo riconoscerà, né nell’87 né nel ’97, può essere considerato un eversore della democrazia. Eppure fino a qualche tempo fa questo si è sostenuto in Italia di chi era presidenzialista. E si è data vita a una sorta di guerra civile culturale cui anche lei ha partecipato. Non le cito ora un brano di dieci anni fa ma di un anno fa. Un suo articolo pubblicato in prima pagina della Stampa il 28 gennaio 1996 che cominciava proprio così: «Che Gianfranco Fini fosse un presidenzialista convinto e intransigente lo sapevamo da un pezzo. Si dice che il presidenzialismo non è di per se stesso una forma di governo antidemocratica, quando il presidente è eletto dal popolo. Ma come mai il più accanito presidenzialista è il leader di un partito che affonda le sue redici nell’Italia fascista e ne ha conservato alcune idee fondamentali?». Ecco, tutto ciò, data l’indubbia autorità del suo magistero, significa autorizzare l’opinione pubblica a pensare che la democrazia è messa a rischio dai fautori del presidenzialismo. Altro che non aver pregiudizi! Ebbene, questo «pregiudizio» è stato violentemente coltivato non solo nei confronti di Fini ma di tutti coloro che anche «da sinistra» erano presidenzialisti. E lei, mi duole dirlo, ha aiutato questa «caccia all’uomo teorica» che poi, a un certo punto, ha finito per investire perfino D’Alema che quando «cambiò opinione», in favore delle riforme, venne bersagliato dal Manifesto e da Rifondazione con la stessa determinazione che lei mostrava contro Fini (e molti contro liberal). Oggi è tutto passato, caro Bobbio. Quante polemiche si consumano invano! Oggi c’è la Bicamerale. Oggi tutti insieme Fini, Berlusconi, Marini e D’Alema riscrivono la Costituzione in direzione presidenzialista. Lo stanno facendo male (e noi lo diciamo) ma nessuno certo più grida «dagli al presidenzialista». L’Italia è il Paese in cui più facilmente si passa dalla guerra civile all’inciucio. Nessuno, però, chiede mai scusa per le lacerazioni prodotte. Lei vuole farlo con noi? (Oppure pensa che anche Marini e D’Alema siano caduti nella trappola di Fini?).
2. Lei sostiene che affermare nel 1987 che «la cultura che sembrava di pietra dura come il marxismo è piena di crepe» e sostenere, nel 1997, che l’idea che la cultura italiana sia stata egemonizzata dal marxismo è «una trovata dei neoliberali» non sia affatto una contraddizione. Fin qui le do ragione. Il fatto è, però, che nel 1997, nella citata intervista all’Unità, lei sostiene cose che davvero suscitano più di un interrogativo. Propone, infatti, di separare, nell’interpretazione del marxismo, la teoria dello Stato come dittatura di classe e la teoria dello sfruttamento capitalistico e della mercificazione universale, essendo la prima da ricusare, la seconda da accettare. Ammetterà che vederla avvicinarsi così da presso alla vulgata della scuola di Francoforte qualche perplessità la possa suscitare, soprattutto in considerazione del fatto che è davvero molto arbitrario scindere luoghi della dottrina marxiana che, in realtà, risultano istrionescamente correlati. Marx, infatti, non si limitò a descrivere la realtà dello «scambio ineguale» tra lavoro e capitale, analisi già svolta da Ricardo e da altri, ma trasse da tale considerazione la convinzione che si sarebbe determinata, nello sviluppo dell’umanità, l’emergenza della classe operaia come classe universale e che, per raggiungere questa «fine della storia», i lavoratori si dovevano organizzare. Nel marxismo, del resto, l’analisi sociale e la finalità dell’agire sono sempre state due facce della stessa medaglia. Non possiamo allora non stupirci se leggiamo, virgolettato sull’Unità, questo suo pensiero: «Marxismo e liberalismo appaiono antitetici solo se si confonde il liberalismo con il liberismo». Abbiamo letto bene? Noi siamo ancora ingenuamente fermi alla circostanza che marxismo e liberalismo sono radicalmente antitetici. Il primo, infatti, considera soggetto della storia la classe, il secondo l’individuo. Non è più così per lei?
3. Non abbiamo mai né detto, né lontanamente pensato, che lei sia stato o sia un «servo sciocco dei comunisti». Per citare Nanni Moretti noi «non siamo così, non parliamo così». Altre sono le riflessioni che ci agitano e provo a riassumerle. Credo si possa serenamente affermare che i filoni del liberalsocialismo e dell’azionismo hanno marcato, nel dopoguerra, una forte distinzione, sul piano teorico, dal filone cattolico-sociale e da quello del comunismo italiano. Ma credo si possa altrettanto serenamente riconoscere la totale accettazione del modello di Stato e di società proposto dalla cosiddetta «democrazia dei partiti». Quella democrazia che Maranini e Sturzo, già molti decenni fa, chiamavano, profeticamente, «partitocrazia». Di modo che, mentre risultano feroci dispute ideologiche (alcune delle quali importantissime, e condotte da lei in prima persona) intorno all’idea di socialismo e a quella di diritto, non risulta agli atti della storia nazionale nessuna contestazione di rilievo, nessuna battaglia epocale condotta dal liberalismo azionista o gobettiano, intorno alla costruzione politica del sistema Italia. Al contrario: dossettismo, azioniamo e gramscismo, pur essendo tra loro in perenne polemica ideologica, sono state le tre culture principali di riferimento dell’ideologia italiana della prima Repubblica. Voglio dire la stessa cosa in modo più concreto: partiti e intellettuali che rappresentavano queste aree hanno governato banche, aziende di Stato, Università, Rai tv (non lei che si è tenuto sempre fuori dal concreto potere) hanno, in fondo, modellato il Paese a loro immagine e somiglianza. A loro e solo a loro il merito di aver trasformato l’Italia in un Paese moderno. A loro e solo a loro, però, anche il demerito di non aver saputo impedire le attuali macerie.
Come lei insegna, le democrazie moderne si fondano, in genere, su una radicata condivisione di valori nazionali e sull’esercizio politico-elettorale di differenze programmatiche in ordine alla gestione dello Stato, dell’economia e della società. In Italia è avvenuto l’esatto contrario. Abbiamo avuto un forte conflitto sui valori e sulle ideologie e una sostanziale complicità, di spartizione e di mediazione, nella gestione dello Stato e dell’economia. E nessuna delle tre culture prima richiamate ha saputo o voluto opporsi. Ciò spiega anche perché, al crollo del sistema politico e di fronte al crack finanziario, nessuna forza politica che si richiamava all’azionismo o al liberal-socialismo ha potuto alzarsi, intellettualmente e politicamente credibile, a rivendicare una primazia storica del futuro del Paese. Come in Assassinio sull’Orient Express tutti i partiti, tutte le culture (e di conseguenza tutti i cittadini) avevano vibrato una coltellata sul corpo dell’Italia. Ecco allora il punto, caro Bobbio: proprio mentre, con la fine della prima Repubblica, avanzava una generale «domanda di liberalismo», il liberalismo, sociale o azionista che fosse, si è presentato con il fiato corto a questo appuntamento, subalterno ai due grandi partiti dominanti. Il fatto è che esso ha sostanzialmente accettato un sistema caratterizzato da un mercato integralmente protetto e da uno Stato padrone. Ed ecco perché oggi, per rispondere ai tempi intensi che viviamo, ci troviamo a dover ricominciare da capo per riuscire a gettare sul campo un liberalismo reale che non abbia fatto parte del consunto pantheon ideologico costruito su quell’Orient Express. Caro Bobbio, spero che ora ci siamo spiegati meglio. Non so cosa lei intenda quando scrive che alle volte ha «taciuto per convenienza» o per non trovarsi «troppo in mezzo alla mischia». Non se ne faccia un cruccio. Noi comunque, nel caso, non ne saremmo felici. Ammetta però, insieme a noi, che troppe cose, taciute da tutti, hanno, sommandosi, prodotto nel tempo un vero pantano culturale e politico. E pochi, pochissimi, possono scagliare, senza peccato, la prima pietra.
 

web agency Done Communication