Quello di Alberto Moravia è un nome oggi un po’ disperso. Non stupisce quindi che si sia dimenticato anche che egli fu un grande viaggiatore e che i suoi réportages sul Corriere della Sera rappresentarono, per una lunga stagione, un importante appuntamento con i lettori. I viaggi sono un genere letterario che l’irruzione della televisione ha ormai oscurato, ma che è stato molto importante e che continua a riservare sorprese. Trovare su una bancarella Un mese in Urss, scritto nel 1958, però non solo ha soddisfatto una curiosità, ha riservato anche una sorpresa. La scoperta cioè che uno degli scrittori del Novecento più popolari e legato, anche se in modo tutto suo, alla sinistra e in particolare al Pci (nelle cui liste sarebbe poi stato eletto deputato come indipendente) pubblicò quella che oggi appare come una precisa diagnosi del fallimento del comunismo. Era l’epoca del «disgelo kruscioviano» e della destalinizzazione improvvisamente lanciata nel 1956, l’epoca di alcune timide aperture culturali e politiche, l’epoca in cui si aprirono le porte del Gulag, l’epoca in cui venivano rimesse in discussione le basi economiche delle scelte compiute in Unione Sovietica. L’epoca in cui diversi scrittori italiani si cimentarono con «i comunismi», da Carlo Levi a Curzio Malaparte, sempre con un atteggiamento benevolo, quando non addirittura di partecipata simpatia.
Moravia fu, invece, un indagatore neutrale, quasi diffidente, considerando che il suo punto di partenza fu la contrapposizione di Dostoevskij a Marx. Fu forse prudente perché sapeva - e lo scrisse - che i comunisti vedevano il mondo diviso tra, appunto, comunisti e anticomunisti, però fu chiaro. Non si lasciò abbacinare dalle formule politiche, scavò a fondo proprio nei limiti culturali e antropologici della destalinizzazione e giunse a una conclusione che fu davvero preveggente.
Premise, nel suo stile semplice, che chi va oltre Oceano è mosso dalla curiosità per l’espansione del modo di vita americano e per la sua frequente adozione fuori dei confini degli Stati Uniti, mentre «il viaggiatore che si rechi in Urss non ci va per osservare e studiare davvicino un modo di vita sovietico che abbia caratteri inconfondibili e originali», perché «l’espansione sovietica è un fatto tutto politico e ideologico, affidato non a prodotti, costumi gusti e abitudini bensì quasi esclusivamente all’irradiazione del verbo comunista». E ammise di non aver trovato una società, per come la intende, con i suoi consumi, i suoi gusti e le sue possibilità di scelta. Anzi avvertì che il modo di vita «non è che quello dell’Europa ottocentesca, stranamente conservato e sopravvissuto al crollo dello varismo». Si chiese allora come mai «questo popolo ha cessato negli ultimi vent’anni di dimostrare quelle facoltà creative che si sarebbe supposto la rivoluzione dovesse liberare e ingigantire». E dette per risposta che era il risultato della mancanza di libertà intellettuale, soppressa dalla «natura particolare dello stalinismo: nel suo bifronte carattere di dogmatismo ideologico e di volontà di potenza industriale». Usò una metafora: era un cantiere per edificare un palazzo colossale, di cui si vedevano fondamenta e strutture, ma non la facciata. Un modello che non prevedeva una società né una civiltà né, tanto meno, gli individui con la loro creatività e i loro consumi. Un mese in Urss, letto quasi mezzo secolo dopo, suona come una preveggente condanna senza appello. Allora entrò - forse solo come una bizzarra osservazione di un esploratore degli individui - nel dibattito sulla «riforma kruscioviana», una parentesi storica, un’eccezione che confermò la regola del potere temporale del comunismo.