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Ma il cristianesimo del futuro

LIBERAL BIMESTRALE
di Emanuele Severino
Liberal n. 32 - Ottobre-Novembre 2005

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«Possiamo riassumere la filosofia di Bergson in una singola idea: il tempo è reale». Lo afferma Kolakowski all’inizio del suo studio del 1985: Bergson (a cura di Leo Lestingi che ricostruisce il pensiero di Kolakowski, dedicato soprattutto alla storia critica del cristianesimo e del marxismo). Kolakowski aggiunge subito che se l’affermazione «il tempo è reale» «non suona particolarmente illuminante, originale o stimolante», essa è invece il «nucleo» di «una visione del mondo del tutto nuova», perché «dire che il tempo è reale equivale a dire che il futuro assolutamente non esiste» - e questa tesi è invece stata in vari modi negata nelle forme di pensiero che credono in una qualche forma di anticipazione del futuro. In questa pagina Kolakowski si riferisce al determinismo e alla fisica, ma sa bene che per Bergson anche la concezione tradizionale del Dio onnisciente e immutabile è un modo di affermare l’anticipabilità del futuro. Ora, l’implicazione tra realtà del tempo e assoluta inesistenza del futuro è indubbiamente decisiva, come appunto ritiene Kolakowski, e conduce al rifiuto più radicale della tradizione dell’Occidente. Ma questo rifiuto, che si basa sull’esigenza di prendere sul serio il senso del tempo, non è solo di Bergson, bensì è il tratto fondamentale del pensiero del nostro tempo. Non a caso Gentile parla di «serietà della storia»: la storia è «seria», e va presa sul serio, precisamente nel senso che essa non può esistere insieme ad alcunché che (come il Dio della tradizione) la anticipi. Si vuole andare alla radice di questa volontà di «serietà»? Si incontra Nietzsche - e, ancor prima, la straordinaria critica che Leopardi rivolge alla concezione platonica dell’«idea» - la quale è il prototipo di ogni volontà di anticipare il futuro, negando la serietà del divenire e del tempo.
Nel suo testamento (1937) Bergson, ebreo, scrive che si sarebbe convertito al cattolicesimo se non avesse visto l’«ondata formidabile di antisemitismo che sta irrompendo sul mondo». Un gesto di grande nobiltà. Ma nel 1964 il Sant’Uffizio aveva messo le opere di Bergson all’indice dei libri proibiti e Kolakowski ricorda che «tutti i principali filosofi tomisti francesi», con Maritain in testa «pensavano fosse loro dovere combattere la dottrina bergsoniana». E per quanto riguarda il rapporto tra filosofia di Bergson e dottrina ufficiale della Chiesa, Sant’Uffizio e filosofi tomisti coglievano nel segno. Alla fine della sua vita, infatti, Bergson si è sentito cattolico: ma non ha rinunciato alla propria filosofia, che in sostanza identifica Dio al tempo, ossia alla libera creatività di un agire, soprattutto per il quale il futuro è del tutto inanticipabile. Un agire senza scopo (come pensa Nietzsche), che solo dopo aver agito può scoprire dove è arrivato e che cosa ha prodotto. Negazione radicale del Dio della tradizione cristiana. Tuttavia, anche se ancora si stenta a capirlo, il cristianesimo del futuro dovrà dare sempre più ascolto al pensiero che tien ferma la «serietà» del tempo. In questo processo (dove tramonta la forma tradizionale del cristianesimo), dopo la consonanza tra il movimento cattolico del «modernismo» e la filosofia di Bergson, quest’ultima, insieme alla maggior parte della filosofia del nostro tempo, sembra destinata - ma non certo nel futuro prossimo - ad attrarre nuovamente su di sé l’attenzione della cultura cristiana.

Leszek Kolakowski, Bergson, Palomar dia-loghi, 166 pagine, 17,00 euro
 

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