agosto 1997 - liberal mensile
Sull’ultimo numero di liberal, leggo nella rubrica «Contrappunti» un trafiletto anonimo intitolato «Una domanda a Bobbio». Lo scopo apparente del breve testo è di mettermi in imbarazzo cogliendomi in contraddizione attraverso un confronto fra tre mie opinioni del 1983 e tre altre del 1997. In realtà lo scopo reale mi pare quello che risulta chiaramente soltanto alla fine, quando mi viene posta la domanda: «Che cosa ha prodotto questi revirements?». Più che una domanda, questo brano finale ha tutta l’aria di essere una insinuazione. Chi l’ha posta lascia intendere che per lui le scoperte contraddizioni non sono un naturale cambiamento di opinione, in cui può capitare a tutti di essere caduti durante un dibattito politico caotico come quello italiano (chi è senza peccato scagli la prima pietra!), ma sia un mutamento di opinione dovuto a chi sa quali inconfessabili interessi o indebite pressioni o insane e improvvise passioni distorte. Non ho bisogno di precisare che il termine revirement è in genere usato per indicare un mutamento rapido, ingiustificato e biasimevole.
Constato continuamente intorno a me cambiamenti che solo per eufemismo si possono chiamare di opinione, il passaggio, per esempio, di vecchi comunisti a posizioni neoliberali oltranziste, ma non mi verrebbe mai in mente di assumere di fronte a loro l’atteggiamento inquisitorio, che traspare da quella domanda e che mi farebbe dire, come voi avete detto di me: «Come mai e perché hai cambiato idea?». Ma poi, quali revirements? Sappia l’ignaro e incuriosito lettore di liberal che le tre opinioni sagge e buone del 1987, confrontate con le dissennate e cattive del 1997, sono state tratte, tutte e tre, non da uno dei tanti (forse troppi, lo riconosco) miei articoli o scritti noti, raccolti in volumi facilmente accessibili, ma da un intervento conclusivo, e quindi forzatamente improvvisato, che mi era stato affidato dagli organizzatori del convegno «La cultura democratica italiana nell’Italia che cambia», svoltosi il 6 e 7 marzo 1987, promosso da Giovanni Spadolini, il quale perseguiva il suo vecchio e costante proposito di allargare l’area laica o di Terza forza per contrastare o limitare il potere democristiano senza dover ricorrere al sostegno del Partito comunista. In particolare, quel convegno romano mirava a consolidare l’alleanza tra socialisti e repubblicani in un grande rassemblement democratico, senza altri aggettivi. Il mio compito era quello, non facile e per il quale non ho una particolare vocazione, di trarre le conclusioni, dopo due giorni di dibattiti, in cui avevano svolto le loro relazioni personaggi di tutto rispetto come, se ben ricordo, Romeo e Matteucci, Sylos Labini e Colletti, Battaglia e Galli della Loggia. Sono riuscito a trovare con una certa fatica questo mio discorso registrato con madornali errori, pubblicato su La voce repubblicana del venerdì 13-sabato 14 marzo 1987, col titolo un po’ comico: «La cultura laica “trasparente e infrangibile”». So che questo discorso è stato anche pubblicato, riveduto e corretto ma senza mutamenti sostanziali, in una raccolta degli Atti del Convegno, che non possiedo o forse ho perduta.
Sono il primo a riconoscere che il mio discorso era sfilacciato, senza un filo conduttore e anche un po’ sconclusionato: dovendo rispondere ai vari interlocutori ed esprimere la mia opinione sui molti argomenti trattati ero stato costretto a passare di palo in frasca e ad abbordare troppi temi senza concluderne alcuno.
Elevare un discorso occasionale e improvvisato a una sorta di testo canonico, dal quale si ritiene lecito e corretto ricavare la quintessenza del mio pensiero politico da contrapporre a quello di dieci anni dopo, quasi non avessi scritto altro in quegli anni (vedere, prego, nella mia bibliografia l’elenco degli scritti per il solo 1987), e inchiodarmi su tre fasi di questo discorso, mi è sembrata un’operazione un po’ tirata via, non molto seria, poco meditata, in cui non mi sarei mai aspettato di imbattermi in un periodico di alta cultura politica, quale è la vostra rivista, sulla quale, nell’alternanza di consenso e dissenso, da alcuni autorevoli collaboratori sono stati espressi giudizi, anche critici, su di me in modo ben più rigoroso e sereno. Ma poi queste contraddizioni che sarebbero all’origine di un revirement, misterioso e anche un po’ subdolo, ci sono o non ci sono? Per quel che riguarda il presidenzialismo, prego di rileggere attentamente la frase in cui io favoleggiavo di un mio antico, remoto, presidenzialismo da mettere a confronto col mio attuale atteggiamento antipresidenzialista. Durante il convegno i repubblicani avevano difeso la forma di governo parlamentare contro quella presidenzialista sostenuta, come è ben noto, dai socialisti. Io, sin da allora favorevole alla tesi repubblicana, per dar forza alla mia opinione comincio il mio discorso col dire: «Intendiamoci. Non ho nessun pregiudizio nei confronti della repubblica presidenziale…». Mi riferivo a una mia remota presa di posizione di quarant’anni prima, quando militavo nel Partito d’azione, la cui vita durò, come tutti sanno, lo spazio di un mattino. Era chiaro che cosa volevo dire, anche se il resto del discorso è rimasto sottinteso: «Posso dichiararmi convinto sostenitore del governo parlamentare, perché, quarant’anni fa, come buon azionista, avevo avuto una breve stagione
presidenzialista». Quarant’anni fa, non nel 1987, quando quelle parole sono state pronunciate. Stagione breve, brevissima, tanto è vero che nei miei primi articoli di giornale, apparsi sul quotidiano del Partito d’azione, tra il 1945 e il 1946, recentemente ripubblicati, dedicati in gran parte al tema del presidenzialismo è completamente ignorato. Tra gli articoli raccolti in quel volumetto campeggia una mia lunga esposizione elogiativa senza riserve del sistema politico inglese, che è il sistema parlamentare per eccellenza, in cui il rafforzamento del potere esecutivo è ottenuto, come è noto, non con l’elezione diretta di una presidente, ma con la designazione indiretta del primo ministro attraverso le normali elezioni politiche in cui chi vota il candidato di un partito indica indirettamente come futuro primo ministro il leader di quel partito.
Una lettura più attenta dei miei articoli (chiedo troppo a chi manifesta il chiaro proposito di farmi domande imbarazzanti?) avrebbe fatto scoprire all’autore ignoto del trafiletto (velenosetto) che ben prima del 28 gennaio 1996 io avevo dichiarato il mio aperto dissenso nei riguardi del presidenzialismo. Mi riferisco a un articolo apparso su La Stampa del 5 luglio 1989, in cui, in occasione di una lunga crisi di governo da cui sarebbe nato un governo Andreotti, notavo che era tornato all’ordine del giorno, soprattutto per iniziativa del Partito socialista, il tema del presidenzialismo, e, ponendomi la domanda «quale presidente?» (era lo stesso titolo dell’articolo), chiedevo che i fautori di questa riforma mettessero finalmente le carte in tavola, per farci capire quale delle tante forme di presidenzialismo avevano intenzione di proporre. Mettevo in discussione la citatissima autorità di Pietro Calamandrei, osservando che in un articolo su Il Ponte del 19 settembre 1946 aveva sostenuto non indispensabile accogliere integralmente lo schema della repubblica presidenziale americana, perché bastava rafforzare l’autorità del capo del governo attraverso la sua nomina dal popolo o dalle assemblee legislative riunite. Lo stesso Calamandrei in Assemblea, qualche mese dopo, il 4 marzo 1947, si limitò a dire di aver sostenuto durante i lavori della sottocommissione, senza peraltro insistervi, «qualcosa che assomigliasse a una repubblica presidenziale o per lo meno a un governo presidenziale, in cui si riuscisse a rendere più stabili e più durature le coalizioni, fondandole sulla approvazione di un programma particolareggiato sul quale possono accordarsi in anticipo i vari partiti coalizzati».
Che il testo prescelto per farmi arrossire del mio voltafaccia, sia stato scelto con scarsa oculatezza, è provato anche dalla seconda citazione. Prescindo ancora una volta dalla stranezza, per non dire bizzarria, di confrontare le opinioni espresse in un convegno sulla Terza forza con quelle enunciate in una intervista di dieci anni dopo in occasione dell’uscita di un libro in cui sono stati raccolti alcuni miei scritti pro e contro il marxismo, estrapolando da entrambi i contesti frasi di poche righe. Il convegno, come ho detto, era stato promosso per trovare un ampio accordo strategico tra socialisti dei due partiti e repubblicani. Una delle tesi di fondo del mio intervento era consistita nel rilevare che questo incontro era fallito e l’atteso dialogo non c’era stato. Constatavo che l’incontro era obiettivamente difficile, perché liberalismo e socialismo avevano origini storiche diverse, e democrazia liberale e democrazia socialista erano due forze alternative di democrazia. Una constatazione tanto ovvia da non meritare altro commento. Che cosa abbia a che fare questa affermazione con la mia adesione al liberalsocialismo, risalente alla fine degli anni Trenta, dichiarata per l’ennesima volta nell’intervista del 1997 in cui, riprendendo il pensiero di Carlo Rosselli, su cui sono tornato recentemente nella nuova edizione einaudiana di Socialismo liberale, ho detto che «ho sempre considerato il socialismo non come l’antitesi del liberalismo, ma come una tappa ulteriore del processo di emancipazione», non sono riuscito a capire. La prima è una constatazione di fatto su cui non c’è niente da discutere, l’altra, è, invece, una opinione personale, in quanto tale discutibilissima, che tuttavia non altera affatto la contrapposizione reale tra democrazia liberale e una democrazia socialista, che è la contrapposizione caratteristica di tutte le democrazie più mature della nostra. Nei due casi precedenti il rimprovero di aver cambiato opinione può essere spiegato dall’interpretazione di un mio discorso, che non tiene conto dell’occasione in cui i brani prescelti erano stati enunciati, e dal contesto in cui erano inseriti. Nel terzo caso di revirement da voi deplorato, a me pare che il rilievo sia unicamente pretestuoso. Mi domando infatti dove sia la contrapposizione tra l’affermare, nel 1987, che «la cultura della rivista Il mondo è oggi più di casa in Italia che trent’anni fa» e «la cultura che sembrava di pietra dura, come il marxismo, è piena di crepe», e il ribadire, nel 1997, «che la cultura italiana sia stata egemonizzata dal marxismo e per di più dal marxismo dogmatico, è una trovata dei neoliberali». La cultura marxistica sembrava di pietra dura, ma non era tale. Ben presto era stata contrastata efficacemente, per non parlare di autorevoli iniziative culturali della Terza forza, come Il mondo e le pubbliche discussioni promosse dal Movimento Salvemini, dalla rapidissima e incontrastata americanizzazione delle scienze sociali, nonché controllata e tenuta a bada dall’egemonia politica, questa, sì, reale, della Democrazia cristiana, che aveva tenuto per anni ben ferme nel suo pugno la radio prima e la televisione poi. Sia ben chiaro. Non ho difficoltà ad ammettere che ho commesso molti errori di giudizio su uomini ed eventi. Non sono mai stato molto sicuro di me tanto da non riconoscere che vi sono incertezze, squilibri, oscillazioni, perplessità non risolte, diciamolo pure, contraddizioni (ben più di tre!), nei miei scritti disseminati per più di mezzo secolo di pubblici dibattiti. Siccome ho sempre apprezzato il dubitante più che l’asseverante, so pure che il dubbio costituisce spesso una regola o un alibi nel caso in cui sia giusto prendere una posizione netta, e spesso ho taciuto per convenienza o per non trovarmi troppo in mezzo alla mischia. Tuttavia, permettetemi di dire con molta franchezza che ho trovato superficiale, maldestro, e anche un po’ meschino, il «contrappunto» a me dedicato con quel confronto di brani scelti senza discernimento, isolati dal loro contesto, e la domanda finale oscuramente e maliziosamente allusiva ai miei revirements. Da quando, più di cinquant’anni fa, ho aderito al movimento del socialismo liberale poi confluito nel Partito d’azione, mi sono sempre mosso sin troppo monotonamente, senza «rigiri», nonostante il mutare degli eventi e degli uomini, nell’area di una sinistra democratica e liberale. Allora mi poteva capitare di essere accusato dagli intellettuali organici del Partito comunista di essere un servo sciocco della reazione. Oggi mi capita spesso che i nuovi liberali, talora le stesse persone passate dall’altra parte, mi rimproverino di essere un servo, altrettanto sciocco, dei comunisti. Ho interpretato male il vostro pensiero? Vi prego, spiegatevi meglio.