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Si compie a Est il destino della flat-tax

LIBERAL BIMESTRALE
di Alberto Mingardi
Liberal n. 32 - Ottobre-Novembre 2005

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Does the West know best? è il nuovo libro dello Stockholm Network, rete di press’a poco un centinaio di think tank liberali sparsi per il vecchio continente, e la sua ricchezza riflette appunto la particolare natura dell’editore. Curato da Terry O’Dwyer, il volumetto - 65 pagine - si sviluppa attraverso i contributi di studiosi dell’Europa orientale e occidentale, chiamati a confrontarsi con un quesito al quale la risposta è segnatamente negativa. I ruoli si sono invertiti: se per cinquant’anni i campioni della libera impresa sono stati «occidentalisti a oltranza», cold warriors per istinto di sopravvivenza, oggi guardano a Est con interesse. E, viceversa, esprimono preoccupazione e paura per un Occidente arroccatosi in difesa di una socialdemocrazia sclerotica, che non garantisce più né libertà d’intraprendere né, se a queste parole s’intende dare un senso compiuto, sicurezza sociale. Lo sconforto dei liberisti diventa palmare quando sono costretti ad ammettere, come Philippe Manière, direttore dell’Institut Montaigne e puntuale osservatore dei fatti economici, che «la sanità francese è in bancarotta eppure sopravvive». L’inerzia dello statalismo inibisce anche governi sorti su esigenze riformiste. Gabriel Calzada, dell’Instituto Juan de Mariana di Madrid, viene in soccorso disegnando uno scenario nel quale proprio la concorrenza istituzionale dei nuovi Stati membri porterà, per necessità, ad abolire programmi illiberali. Se si tratta di un ottimismo in parte giustificato, visto che la pressione competitiva si avverte ogni giorno di più, esso prevede da parte di alcune vedette del ceto politico occidentale, caratteristiche di leadership e coraggio che per ora perlomeno non si fanno riconoscere. Martin Bruncko, consulente del ministro delle Finanze slovacco Ivan Miklos, ricorda come le riforme non siano mai a costo zero, in termini di consenso, neppure in Paesi in cui il dibattito non è occluso dalla pretesa di sazietà di sindacati e lobby corporative. Il governo di Miklos - che dopo aver abolito l’imposta sui dividendi e portato a regime una flat tax del 19% ha adottato un sistema pensionistico basato su conti di risparmio individuale, alla «cilena» per intenderci - è stato a lungo il più impopolare della storia slovacca. Salvo battere cassa nei più recenti sondaggi, forte di una crescita annua del 5% spiegabile. Pavel Hrobon, fra i più preparati think tanker europei (formatosi in McKinsey, dirige un istituto la cui mission è la ristrutturazione della sanità ceca), sottolinea giustamente come sia il più delle volte il problema di far quadrare i conti a costringere, anche all’Est, a imboccare la via del cambiamento. La Repubblica ceca, per esempio, ha copiato il modello socialdemocratico per sanità e pensioni (l’influenza occidentale non sempre è stata benigna), e quella che si è determinata è semplicemente una situazione di estrema insostenibilità che chiama svolte anche radicali. Non diversamente, per il lituano Ugnius Trumpa, presidente di un istituto che ha giocato un ruolo centrale nell’agevolare la transizione di quel Paese, è stata la bassa crescita a costringere a soluzioni innovative - come la flat tax. L’armonizzazione fiscale, secondo Trumpa, s’avvererà al contrario: hayekianamente, risultato di un ordine spontaneo, al ribasso per scongiurare la fuga di capitali. L’Est ci insegna anche la speranza.

Aa.Vv. Does the West Know Best?, a cura di Terence O’Dwyer, Stockholm Network, Londra, 64 pagine, 8.00 sterline
 

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