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Quando il contratto

LIBERAL BIMESTRALE
di Pier Giuseppe Monateri
Liberal n. 32 - Ottobre-Novembre 2005

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A dirla franca, gli economisti raramente l’azzeccano, sebbene per le fortune dell’umanità, i loro errori non fanno poi danni irreparabili. Infatti, il mondo prosegue, migliora (anche alla faccia delle Cassandre), come testimoniano il generale calo della povertà e lo spettacolare aumento delle aspettative di vita. Ecco la questione cruciale: perché gli economisti sbagliano e ciò nonostante tutto finisce col ricomporsi? All’interrogativo, prova a fornire una risposta, disincantata e provocatoria Alain Cotta, professore di economia all’università Paris-Dauphine, col contributo di una brillante collaboratrice, Coralie Calvet, ora trasferitasi negli Usa. In estrema sintesi, per ritrovare piena dignità di «scienza», l’economia dovrebbe sbarazzarsi di ideologie e pregiudizi, smetterla d’inseguire chimere e prendere atto del crogiuolo in cui si sviluppa la fusione: le Istituzioni politiche. Per riflettere, Cotta e la Calvet cominciano col demolire. Il tanto decantato «mercato» (trasparente, concorrenziale) è considerato illusione da laboratorio. Però prendono atto che l’ortodossia liberista ha impregnato gli animi, al pari del determinismo rivoluzionario di matrice marxista. Un po’ come le religioni, pretendono Fede: e i chierici continuano a predicarla. Vi è poi l’immensa schiera dei riformisti, che gli autori tendono a prendere con le pinze, evidentemente incerti (e critici) sulla traduzione in pratica delle dottrine keynesiane, ovvero la presenza dello Stato nei gangli dell’economia.
Comunque il pregio del volume, di notevole spessore accademico, arricchito da grafici che richiedono una lettura meditata, è di analizzare i vari «pilastri» sui quali s’appoggia la scienza economica. Tutti fragili, poiché datati e soprattutto ideologizzati, sino a «determinare delle conventicole chiuse (des chapelles), dove gli adepti finiscono col perdere il senso della realtà. Liberisti nostalgici di Adam Smith, statalisti rimasti marxisti, eterni e contraddittori riformisti…». E allora? Fra le pieghe delle analisi e dei ragionamenti, talvolta lineari in parecchi casi sofisticati, emerge in Cotta-Calvet il convincimento del primato della politica, attraverso il governo delle istituzioni, affinché l’economia produca il meglio di sé. Di volta in volta adattando il «pensiero» all’«azione». A seconda dei tempi storici. Di conseguenza, la vera arte dell’economia non dovrebbe consistere nell’intestardirsi sui «principi», bensì di distillare quel che vi è di buono nel passato, onde meglio gestire il presente. Quanto al futuro, meglio astenersi dal consultare la palla di vetro per carpire il Destino. A conclusione, la sfida alle istituzioni: saper anticipare (anziché subire), l’evoluzione continua di quel tessuto sociale in cui nuota l’economia. Capire le implicazioni vieppiù complesse del pluralismo: imprenditoriale e finanziario, geopolitico e sociale. Da buoni francesi, Cotta-Calvet evitano di dirlo esplicitamente (anzi, cercano di volare alto sul contingente), ma una loro simpatia per il «modello americano» appare di tutta evidenza: il pragmatismo economico figlio di una politica che rifiuta la subalternità a schemi ideologizzati. E poiché la ricetta funziona… Leggere dunque, per sciacquarsi la memoria, riflettere, polemizzare. Battendo in breccia il dilagante conformismo degli economisti europei.

Alain Cotta-Coralie Calvet, Les quatre piliers de la science économique, Fayard, Parigi, 426 pagine, 24,00 euro
 

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