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ZAPPING/Se dal rumore nascesse anche il pensiero

LIBERAL BIMESTRALE
di Giuseppe Baiocchi
Liberal n. 28 - Febbraio-Marzo 2005

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Zapping è la nuova frontiera della libertà. Libertà di vedere, ascoltare, interagire, formarsi un’opinione, indignarsi, gioire. Libertà di entrare in un mondo piuttosto che in un altro e uscirne quando lo si desidera. Libertà di accavallare le idee alle immagini spostandosi con frenesia o con delicatezza, su questo o quel programma. Libertà è fare entrare la televisione nella propria vita nelle forme e nei modi più consoni al momento scelto collegandosi con i canali che rispondono meglio alle personali esigenze di ciascuno. Libertà è anche dare sfogo alle nevrosi di chi sta davanti al video o di placarle, di sintonizzarsi con i riflessi delle sue stesse fantasie, di accendersi di passioni che la realtà spesso tende a mortificare, di conoscere in maniera alternativa ciò che non è possibile conoscere con i sistemi tradizionali. Zapping è tutto questo e molto altro ancora. Probabilmente è il prodotto più riuscito della modernità, con buona pace di chi alza il ciglio per mostrare il suo disgusto salvo contendersi il telecomando con la tribù domestica. Più verosimilmente è il prolungamento tecnologico dei nostri desideri che si dilatano nella dimensione che più ci è cara grazie alla possibilità di scegliere, appunto. Per tutti, comunque, è l’opportunità più concreta di liberare la mente accogliendo offerte diversissime, impadronendosi di realtà nascoste o perfino insospettabili, costruirsi palinsesti segretissimi che nessun programmatore, per quanto esperto, potrebbe mai mettere insieme. A chi tutto questo non interessa è ancora più libero: può pigiare un solo tasto, spegnere il televisore e ripiegare su altri piaceri. Ma per chi vuole guardare il mondo in una scatola, zapping è qualcosa di più di uno smanettamento sul telecomando: è un modo di vivere serate e perfino giornate (basti pensare a talune categorie di persone che non hanno altro e sono immobilizzate in un letto o su una poltrona) allontanando l’incubo della solitudine. Non che questa si risolva con l’assistenza televisiva, poiché quando non è volontaria è una malattia dell’anima, ma certo la si soffre di meno come l’esperienza dimostra. E se fino a qualche anno fa perfino la televisione era un’abitudine frustrante, oggi lo è molto meno o non lo è affatto per via di questa strana abitudine di passare da un canale all’altro senza muoversi dalla propria postazione, proprio come se la mente comandasse l’elettrodomestico che ci sta di fronte di esaudire, nei limiti del possibile, i nostri momentanei desideri.
Zapping è democrazia colorata, è partecipazione alla vita artificiale che si sviluppa lontano da noi, è una innocua perversione conoscitiva, è l’esplicitazione più riuscita dell’homo videns che non è una costruzione totalitaria, ma un prodotto dell’evoluzione tecnologica attraverso la quale le paure, le ansie, le angosce, le delizie del mondo possono, se lo vogliamo, diventare nostre, perché le distanze non esistono più e il solo modo per osservare il brulicante cortile che è diventato il mondo è affacciarsi dal balcone televisivo spingendo lo sguardo nelle profondità che fino a qualche decennio fa neppure immaginavamo potessero esistere. Gli esegeti della diffidenza applicata allo strumento televisivo avevano previsto l’assorbimento totalitario del mezzo, ma non la sua esorcizzazione attraverso il telecomando e le nuove tecniche di trasmissione. Da qui l’archiviazione di preoccupazioni pedagogiche che se sono fondate, come per qualsiasi strumento di trasmissione del pensiero, non possono essere enfatizzate oltre un certo limite poiché il senso della libertà è una conquista assoluta che non ammette limiti, se non quelli morali che attengono non soltanto a chi produce, ma anche e soprattutto a chi fruisce della programmazione televisiva e che sono riconducibili a un sistema elementare di valori iscritti nella natura stessa dell’uomo. La televisione di uno Stato etico deve educare a una moralità collettiva; quella di uno Stato laico (non laicista) deve educare alla libertà di scelta, possibilmente a saper scegliere, a domandarsi che cosa è meglio vedere senza imporre restrizioni di sorta se non quelle della decenza. Purtroppo non sempre, anzi quasi mai, la televisione si mostra incline a questa seconda vocazione propria di ogni strumento culturale e informativo. E le conseguenze che ne derivano sono di natura para-totalitaria, nel senso che invece di introdurre alla libertà, la televisione si fa spesso veicolo di posizioni fuorvianti nel senso che immette lo spettatore in una dimensione illiberale connotata da verità precostituite sulle quali si fondano assunti di natura socio-politica tesi a indirizzare le coscienze secondo modelli «politicamente corretti» o, ancor peggio, civilmente orientati nel senso di scardinare, attraverso l’offesa e la denigrazione, fedi, credenze, culture che comunque andrebbero rispettate, soprattutto quando non le si condivide. Non sempre, dunque, la televisione educa alla libertà. Ma anche in questo caso si può scegliere e scegliere per il meglio affinché essa non diventi uno strumento di dominio assoluto delle coscienze. Anzi, la televisione, consapevole della sua potenza, dovrebbe assumersi il compito, che può sembrare addirittura paradossale, di «vaccinare» contro gli effetti collaterali derivanti da una massiccia ingestione di programmazione, nel solo modo possibile: discutendo di se stessa, e non soltanto dei suoi riflessi politici. Con il gusto acre della provocazione, E.M. Cioran, confessò allo scrittore argentino Luis Jorge Jalfen che «oggi tutti quelli che dovrebbero vivere con se stessi si affrettano ad accendere il televisore o la radio. Io credo che se un governo sopprimesse la televisione, gli uomini si ammazzerebbero gli uni con gli altri per la strada, perché il silenzio li terrorizzerebbe». Già, il silenzio. La televisione può educare al silenzio? Credo che tutti, se ci soffermassimo a considerare il chiasso nel quale siamo avvolti, concluderemmo che sarebbe opportuno che la televisione si assumesse quest’onere. Intanto perché è il solo strumento che può legare le masse con un messaggio di straordinaria portata; e poi perché il silenzio tornerebbe a far parte della nostra vita, ce ne riapproprieremmo dopo averlo espulso come una sorta di malattia accorgendoci, ora che forse è troppo tardi, che la malattia è la mancanza di silenzio. Ma questo attiene alla vocazione di chi fa televisione. Comunque, se zapping vuol dire libertà, non sempre televisione è sinonimo di democrazia. Si può applicare lo zapping a uno strumento che presenta indubbie tendenze antidemocratiche in talune circostanze? Credo che sia il bilanciamento naturale di una televisione politicamente invadente e culturalmente ossessiva. Anche in questo caso la tecnologia dà una mano, e forse qualcosa di più.
La televisione per essere democratica deve essere sempre meno generalista. Centinaia di canali, sulla cui qualità soltanto lo spettatore può dire l’ultima parola decretandone il successo o il fallimento, possono proporre un considerevole programma di scelta, a condizione che le tecniche di trasmissione più idonee alla captazione di stazioni televisive, le più varie e le meno controllabili, vengano permesse dalle legislazioni che sulla scelta della maggiore o minore possibilità di accesso dimostrano la loro liberalità. È soltanto in questo caso che zapping ha un senso. Non lo avrebbe, con tutta evidenza, se fosse ristretto a pochi canali nelle mani dello Stato o di un solo gruppo di potere mediatico. La moltiplicazione dei canali, la fruizione degli stessi secondo offerte differenziate, l’intervento di una pluralità considerevole di soggetti privati e pubblici nella programmazione televisiva mette al riparo dalle possibili sottili minacce totalitarie di asservimento di un pugno di stazioni televisive all’interesse di un’oligarchia. In questo senso la legislazione italiana è certamente tra le più avanzate, non a caso combattuta da chi ha fatto della televisione un «campo di guerra» per condurvi battaglie politiche che hanno mostrato da un lato la fragilità del nostro sistema di comunicazioni e dall’altro un retaggio statalista duro a morire che nega in radice la modernità. Al di là della qualità dei programmi televisivi sui quali molto ci sarebbe da dire, soprattutto in riferimento a quelli più visti, è indubitabile che l’innovazione introdotta in Italia dalla televisione commerciale ha indotto la politica a ripensare il ruolo complessivo della televisione soprattutto dal punto di vista culturale. Malauguratamente è mancata la predisposizione in chi si è occupato «politicamente» di questo settore a comprendere la funzione del servizio pubblico dal nuovo antagonista e così il dualismo ha finito per trasformarsi nella «guerra» cui facevo riferimento.
In altri termini, per rincorrere l’audience, la televisione di Stato ha finito per rovinare se stessa con tutto ciò che ha comportato anche in termini qualitativi e, naturalmente, i difensori «politici» della stessa, strumentalmente hanno imputato alla televisione commerciale la fine della «televisione di qualità» anche se ai suoi albori non la pensavano alla stessa maniera. Ricordo un Giorgio Bocca, oggi tra i più accaniti avversari del «berlusconismo», che nel libro L’Italia che cambia, nel 1987, lungi dallo scorgere pericoli totalitari nell’espansione del gruppo televisivo creato dall’imprenditore milanese, scriveva: «Nella televisione Berlusconi vede un buon affare, ma anche l’antico amore per lo spettacolo e si dà un programma elementare a cui però la televisione pubblica non aveva mai pensato: adeguare la televisione alla cultura di massa, fare una televisione né pedagoga, né ausiliaria del “palazzo” del potere politico, fare una macchina efficiente di spettacoli popolari e di pubblicità». Chi ha «trasgredito», la televisione commerciale o il servizio pubblico? Da quanto si vede non è difficile dare una risposta. Ricordo anche, in proposito, che Angelo Guglielmi, uno dei maggiori esperti di televisione, in un suo saggio di quasi vent’anni fa, Le ragioni del servizio pubblico, osservava: «La Rai è un servizio pubblico. In quanto tale deve rispondere a una legge dello Stato, è controllata dal Parlamento, percepisce un canone. Che cosa significhi servizio pubblico non è sempre facile dire: comunque, nel caso della Rai, consiste nell’obbligo di fornire un servizio utile alla comunità, di cui deve favorire, per la parte che le compete, lo sviluppo economico, sociale, culturale. Si dice che la Rai negli ultimi tempi (perlomeno parzialmente) abbia tradito questa sua natura. Le ragioni del tradimento sono nella nascita di una spregiudicata concorrenza - non contenuta da alcuna regola - che avrebbe costretto la Rai, per non essere scalzata dall’attenzione dei telespettatori, a indulgere a una programmazione non molto dissimile da quella offerta dai networks privati. Cioè una programmazione in cui sono prevalenti i contenuti di intrattenimento e di evasione su quelli culturali e informativi». Ben detto. Ma come si è regolata, consapevole di questo non lieve «accidente», la televisione pubblica? Semplicemente scimmiottando quella privata, commerciale, di pura evasione. E fino a quando l’omologazione, per così dire «culturale», l’ha fatta da padrona è evidente che ci ha rimesso lo spettatore il quale si è liberato, parzialmente per ora, di questo handicap, proprio con lo strumento dello zapping. Spingendosi ben oltre la televisione commerciale, inoltrandosi in praterie esotiche, conquistando lidi che mai avrebbe immaginato di raggiungere. Dimostrando a se stesso che la televisione è compatibile con la democrazia soltanto quando la politica permette alla tecnica la libertà di offrire programmazioni diversificate al telespettatore e, dunque, la possibilità concreta di attingere dove vuole informazioni e conoscenze o semplici occasioni di intrattenimento. Il resto è retorica. O, per meglio dire, retorica che nasconde, neppure tanto bene, il tentativo di assoggettare la democrazia al controllo attraverso la televisione. Questo, naturalmente, è insopportabile. Zapping non può tollerarlo.

 

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