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La nuova alleanza liberale e cristiana

LIBERAL BIMESTRALE
di Ferdinando Adornato
Liberal n. 27 - Dicembre 2004-Gennaio 2005

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dicembre 2004 - liberal bimestrale
Ae, the people of United States. Noi, il popolo degli Stati Uniti. Noi, il popolo: così recita il preambolo della Costituzione americana che, con tre piccole parole, ha cambiato la storia del mondo. Noi, il popolo. Non noi, lo Stato. «Il popolo è il pilota - ricordava Reagan - lo Stato è solo la macchina». Noi in Europa pensiamo ancora il contrario: che lo Stato sia il pilota e il popolo la macchina. Ma diamo ancora la parola a Ronald Reagan citando il suo primo discorso d’insediamento alla Casa Bianca nel 1981: «Vi sono eroi che entrano ed escono quotidianamente dai cancelli delle fabbriche e altri, una manciata appena, che producono cibo a sufficienza per nutrire noi e il resto del mondo. S’incontrano poi eroi seduti oltre i banconi degli esercizi commerciali e se ne trovano su entrambi i lati di quei banconi. Ci sono imprenditori che hanno fiducia in se stessi e fiducia in un’idea capace di generare nuovi posti di lavoro, nuova ricchezza e nuove opportunità. Ci sono individui e famiglie le cui tasse sostengono il governo e le cui donazioni sostengono le chiese, le associazioni di beneficenza, la cultura, l’arte e l’istruzione. Il loro patrimonio è silenzioso, ma profondo. I loro valori sostengono la nostra vita nazionale». Ebbene noi siamo felici che il 2 novembre del 2004 la stragrande maggioranza di questi eroi quotidiani abbia scelto George W. Bush come presidente degli Stati Uniti d’America.

*****

Noi avremmo amato, ameremmo e ameremo gli Stati Uniti comunque, chiunque fosse stato, sia o sarà il loro presidente. Non siamo tra coloro che cambiano giudizio sull’America a seconda di chi è l’inquilino della Casa Bianca. Perciò non possiamo non denunciare oggi il grande abbaglio nel quale sono caduti quasi tutti i commentatori europei e tutta la sinistra italiana immaginando che una più alta percentuale di partecipazione popolare avrebbe favorito John Kerry. We, the people. Chissà perché la sinistra quando sente parlare di popolo pensa ancora che si parli di lei! Ormai, nella stragrande maggioranza dei casi, è vero il contrario. La sinistra, le sue idee, i suoi intellettuali, i suoi giornalisti sbagliano quasi sempre l’interpretazione della realtà per un semplice motivo: essi sono il vecchio mondo, guardano alla realtà con cliché antiquati, rappresentano un’aristocrazia decaduta. Hanno ancora forza e potere: ma non hanno più né intelligenza né creatività.

*****

Persino una persona sottile come Giuliano Amato si è affidato al solito schema di un popolo che, avendo paura, si affida al John Wayne di turno. Io non so da quanto tempo non vada al cinema Giuliano Amato. Ho però la sensazione che abbia votato per Bush una moderna nazione di sottovalutati eroi quotidiani alla Forrest Gump ai quali piace sognare con le metafore di Spielberg o ridere alle gaffes di Ben Stiller e alle smargiassate di Will Smith. O anche, certo, immedesimarsi ancora oggi in quel venerdì di passione di duemila anni fa così intensamente rievocato da Mel Gibson. Oppure ancora, volare dentro i panni di supereroi alla Schwartzenegger o alla Spiderman per poi riconoscerli umani, umanissimi, senza più maschera, dietro i volti dei pompieri di New York, veri supereroi di una nazione colpita al cuore. Insomma, caro Amato, può darsi che abbia vinto John Wayne. Ma quel che è certo è che alla sinistra non rimane altro che il triste lettino dello psicoanalista di Woody Allen.

*****

La sinistra ha odiato Reagan vent’anni fa come ha odiato Bush in questi anni. Ma non ha mai capito né l’uno né l’altro. Li ha sempre descritti come reazionari, alla testa di una cricca militarista e clericale, al servizio dei ricchi, dei grandi capitalisti, corrotti dal potere e dagli intrighi, destinati, appunto, a essere mandati a casa dal popolo. Vent’anni di storia non hanno insegnato niente: tutti continuano a ripetere le stesse identiche cose come un disco rotto. Ma possono essere credibili come uomini di governo, persone così incapaci di capire la realtà del mondo, così renitenti a imparare le lezioni della storia? Sveglia, ragazzi della sinistra: non esiste l’altra America. Esiste una sola America, capace di dividersi, anche aspramente, al momento del voto e di riunificarsi un attimo dopo, perché si tratta di un popolo sorretto da grandi valori condivisi. A essere onesti, comunque, dobbiamo riconoscere che l’abbaglio sul «Kerry pacifista» non l’ha preso solo la sinistra italiana, ma anche parte dell’opinione pubblica europea. Perciò sentiamo che è arrivato il momento di combattere con più forza una grande battaglia culturale in Italia e in Europa. In ogni aspetto della nostra vita pubblica, infatti, nazionale e internazionale che sia, sono oggi messi in discussione i concetti di fondo della nostra civiltà, i valori dell’Occidente. E tra essi anche quello che costituisce il cuore della nostra storia: il concetto di libertà. Esso è aggredito politicamente e fisicamente, su tutto il pianeta, dal terrorismo internazionale. Ma la sua sostanza teorica è messa fortemente in discussione, nella nostra Europa, dalla più infida e potente corrente ideologica degli ultimi decenni: il relativismo culturale. Restando vittima di tale inquinamento ideologico, l’Europa rischia di non essere all’altezza delle nuove sfide che il Ventunesimo secolo propone agli abitanti del pianeta. Un esempio: finora il confronto sul significato dell’11 settembre, nel Vecchio Continente, è stato segnato da provincialismi, approssimazioni e superficialità. Il fatto è che siamo entrati in una nuova era che, prima di tutto, va interpretata. Essa non è cominciata a New York in quel maledetto giorno di settembre, ma nel 1989 con la caduta del Muro di Berlino. L’impero sovietico è sparito dalla storia in conseguenza di tre grandi offensive: quella morale esercitata da Papa Wojtyla, quella politica agita da Ronald Reagan e quella economica provocata dalla globalizzazione e dalle formidabili accelerazioni della tecnologia. Alla fine del secolo scorso è risultato chiaro ai sovietici quello che ormai è sempre più chiaro anche ai cinesi e ad altri popoli dell’ex Terzo mondo: tra la forma economica della globalizzazione e la forma politica della dittatura si apre una contraddizione letteralmente insostenibile. Persino il caso della polmonite atipica ha messo in luce con evidenza questa contraddizione: in una società nella quale l’informazione non è libera e nella quale dunque un’epidemia può essere tenuta nascosta, gli effetti globali possono farsi tre volte più devastanti. Già dopo l’89, dunque (Bush senior l’aveva intuito) le regole dell’ordine mondiale pretendevano di essere ripensate.

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Prendiamo anche l’esempio dell’Onu: già dopo l’89 era evidente che l’equilibrio tra democrazie e dittature che il Palazzo di Vetro aveva fino ad allora rappresentato, se era comprensibile nell’era della guerra fredda, al tempo dei veti contrapposti resi necessari dal ricatto atomico, non poteva reggere più di fronte all’esplosione della globalizzazione. Essa imponeva infatti un’espansione generale della libertà e dunque prefigurava il delinearsi di un più acuto contrasto tra sistemi liberali e dittature. La prima guerra del Golfo, nata per impedire a Saddam l’annessione del Kuwait, era stato un chiaro segnale di questo contrasto.

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Il mondo, invece, è rimasto fermo. E l’11 settembre è piombato su questo immobilismo rendendolo ancora più pericoloso. Così, oggi, l’impasto tra globalizzazione, minaccia terroristica e persistenza di vaste aree del mondo sottratte alla libertà, sopratutto in Medio Oriente, rischia di diventare un impasto mortale. Ecco allora il teorema delle nuove guerre del Ventunesimo secolo. Esso non nasce nei circoli di Washington ma da quattro postulati storici tra loro confliggenti. 1) La globalizzazione può portare benessere nel mondo solo se si diffonde il suo principale propellente, la libertà. 2) Il terrorismo, viceversa, usa l’estrema libertà informatica e tecnologica della globalizzazione contro l’Occidente. 3) Il suo paravento, consapevoli o no, sono le dittature, in particolar modo quelle medio-orientali, che impediscono che il benessere diventi globale raggiungendo le masse dei loro cittadini. 4) Quest’ultimi, di conseguenza, maturano sempre più profondi sentimenti di rivalsa contro l’Occidente che, a loro volta, alimentano il terrorismo.

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È un circolo vizioso e mortale. Ebbene, c’è un solo modo per interromperlo alla radice: globalizzare la libertà. Ed è proprio questo il messaggio vincente di George W. Bush. È infatti questa l’unica vera leva per affermare la globalizzazione dello sviluppo. Giustamente Paolo VI ci ricordava nella Popolorum Progressio che «lo sviluppo è il nuovo nome della pace». È vero anche oggi, più che mai oggi. Ma, proprio per questo, l’attuale tempo storico ci chiede di non dimenticare che, da sempre, ma soprattutto nell’era della globalizzazione, libertà è l’unico nome dello sviluppo.

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Al tempo della guerra fredda l’obiettivo dell’Occidente era quello di difendersi dalla minaccia sovietica. Oggi, dopo l’89 e l’11 settembre, l’obiettivo dell’Occidente, al fine di sconfiggere il terrorismo e governare lo sviluppo, non può che essere quello di lavorare per diffondere democrazia e libertà in tutto il mondo. Lavorare per «la libertà globale». Quando affermiamo questo semplice dato di fatto c’è ancora in Europa qualcuno che ci agita contro un indice minaccioso contestandoci di voler esportare la libertà con le armi. È semplicemente ridicolo. Anche in questo caso il passato ci è maestro. Abbiamo forse mai dichiarato guerra all’Unione Sovietica? Al contrario: abbiamo intrattenuto con Mosca proficui rapporti commerciali e diplomatici. Però, ecco il punto, non abbiamo neanche mai smesso di indicare a tutto il mondo, e agli stessi sovietici, la grande frontiera della libertà, la grande superiorità che essa rappresenta in termini morali, politici, economici. E alla fine abbiamo vinto.

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La stessa cosa dobbiamo fare oggi con tutte le dittature del mondo. Del resto la libertà globale ormai non è un’esigenza avvertita solo all’Ovest. Essa sale come prepotente richiesta da popoli precedentemente esclusi, sale dalla Cina, dall’India, dal Brasile, dal resto del Sud America e salirà ben presto da altre zone del pianeta. La domanda più insidiosa sul nostro tempo storico non va allora rivolta a Washington ma proprio a Parigi e alla sinistra europea: volete lavorare affinché nel mondo si affermi la libertà globale o preferite piuttosto lasciare che si incisti questo permanente impasto di terrorismo e guerra? Da parte nostra abbiamo le idee chiare: la pace globale sarà solo l’esito della libertà globale. Non è certo un obiettivo dietro l’angolo, ma libertà globale e pace globale sono i grandi traguardi che noi indichiamo alle nuove generazioni del Ventunesimo secolo. Dobbiamo dunque batterci perché le democrazie del pianeta siglino tra loro un nuovo patto, indicando nella libertà globale l’obiettivo politico, economico, commerciale, diplomatico del nuovo secolo e chiedendo di lavorare insieme per questo traguardo a tutte le nazioni del pianeta. In primo luogo a quelle islamiche. Dialogando, dialogando e dialogando ancora. Dialogando sempre. Ma mai smettendo di credere in un ordine mondiale nel quale la libertà e il rispetto dei diritti umani diventino condizioni ineludibili di permanenza nel contesto di un nuovo sistema multilaterale.

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Il multilaterismo è per noi un dovere. Ma il multilateralismo è solo un metodo, non un contenuto. È un metodo giusto: ma qual è l’obiettivo che tale metodo deve indicare allo sviluppo del pianeta? E quale può essere se non quello della progressiva ma determinata espansione della libertà, dell’accesso di sempre nuovi popoli nell’area del mondo democratico? Abbiamo bisogno di regole universali, riconosciute da tutti, anche per poter stabilire insieme in quali circostanze possa e debba scattare il diritto di intervenire militarmente nelle aree più calde del mondo. Al tempo del Kosovo si invocò «l’ingerenza umanitaria». Era un concetto desueto, di wilsoniana memoria. Dopo l’11 settembre si è parlato e straparlato di guerra preventiva. In molti l’hanno interpretata come una bellicista invenzione «neocon»: eppure si tratta di un riferimento testuale alla Carta dell’Onu la quale, pochi lo sanno, recita nel suo incipit la finalità di «prendere efficaci misure collettive per prevenire e rimuovere le minacce alla pace». Quel testo fu pensato sotto la vergogna, ancora viva, per quella sindrome di Monaco che aveva irretito l’Europa, impedendole di prevenire la minaccia hitleriana. Eppure oggi c’è in Europa chi è di nuovo vittima di quella stessa sindrome.

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Eppure è chiaro che ci si può battere per la libertà se si è consapevoli di cosa essa significhi. Ma, appunto, non tutti in Europa oggi ne sono consapevoli. E, proprio negli ultimi tempi, ci siamo trovati di fronte alla manifestazione di un grande paradosso: le stesse forze che giustamente si battono perché non prevalgano pregiudizi anti-islamici, non si preoccupano poi minimamente del diffondersi di evidenti pregiudizi anticristiani. Un primo esempio di tale fenomeno l’abbiamo avuto con il rifiuto di inserire il richiamo alle radici cristiane nel nuovo trattato costituzionale dell’Unione. Se ne è tanto parlato. Qui vorremmo soltanto ricordare una semplice legge della storia: un popolo che ha timore del proprio passato non è destinato a un radioso futuro. Ci piacerebbe inoltre ricordare a Giscard d’Estaing che dire illuminismo non basta. L’illuminismo europeo non è solo francese. C’è anche l’illuminismo anglosassone. E quello di John Locke è ben diverso da quello di Jean-Jacques Rousseau. Se è lecito chiedere: a quale illuminismo si richiama la carta dell’Unione?

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Un secondo esempio l’abbiamo avuto con il caso Buttiglione. La si può girare come si vuole, ma la realtà dei fatti non si lascia confondere dalle interpretazioni: e i fatti ci dicono che, in buona sostanza, il parlamento europeo ha decretato che un cittadino cattolico, se professa apertamente i valori della sua fede, non può assumere incarichi istituzionali nell’Unione. Insomma, una sorta di nuovo Berufsverbot, la legge che in Germania vietava ai comunisti gli incarichi pubblici. In questo caso siamo di fronte a un’analoga proibizione: solo riservata ai cattolici per gli incarichi istituzionali! Questo nuovo «pregiudizio anticristiano» non si palesa solo nei casi più evidenti: esso si nasconde anche in quelli più controversi. Pensiamo ad esempio alla contestata legge italiana sulla fecondazione assistita. In quell’occasione abbiamo assistito a un fenomeno curioso. Le forze contrarie a quella legge non si sono limitate a contestarne la giustezza: cosa che in sé sarebbe normale e sacrosanta. No, ne hanno contestato la legittimità. Hanno parlato di «attacco alla democrazia», di «prevaricazione cattolica», di «legge confessionale» e dunque illegittima. E perché mai? In Parlamento non c’erano cardinali, ma deputati i quali, a ragione o a torto, hanno votato secondo la loro coscienza. Che cosa si vuole dire, allora? Che mai una legge del parlamento può sostenere, in parte o del tutto, principi condivisi dalla Chiesa? Che per candidarsi al Parlamento, si deve prima dichiarare di non avere alcuna fede?

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Rischia di affermarsi in Europa una concezione illiberale secondo la quale i credenti sono cittadini di serie B. In altri termini: la fede va bene nel privato ma non può in nessun modo contribuire al formarsi dell’etica pubblica. Verrebbe dunque da chiedersi e da chiedere: ma attraverso quali valori dovrebbe allora formarsi l’etica pubblica? Attenzione: la risposta che viene data dal relativismo culturale è una e assurda: da nessuno. Il concetto di laicità così proposto è in realtà una sorta di «anestesia dei valori». L’unico valore è l’assenza di valori. La legge francese che vieta nelle scuole l’esibizione di qualsiasi simbolo religioso ne è del resto un chiaro esempio. Attenzione: è un passaggio delicato. L’Europa dopo aver inventato l’assistenzialismo economico-sociale sta ora inventando «l’assistenzialismo dei desideri». Tutto è ammesso. Non c’è scala gerarchica dei valori, tutti stanno sullo stesso piano. La democrazia è solo un insieme di procedure, slegate da qualsiasi riferimento etico. La società che ne viene fuori è un vero incubo: statalismo economico da una parte e libertarismo morale dall’altra: sempre sanciti dallo Stato. Il risultato è quella che è stata chiamata una «società a irresponsabilità illimitata». Ma è proprio questa la società che sembra piacere alla Francia, a Romano Prodi e alla sinistra europea.

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Ma così come l’assistenzialismo statalista ha finito per far avvitare l’Europa nel declino economico perché le sue spese andavano oltre i limiti dello Stato, analogamente l’assistenzialismo dei desideri finirà per fare implodere la nostra etica pubblica perché anche nella sua tenuta etica uno Stato ha dei limiti che non possono essere superati. Nel comporre l’equilibrio di una società, infatti, non si può tenere conto solo dei diritti individuali, ma bisogna tutelare anche i diritti della comunità e quelli della specie. Perfino l’accoglienza e il rispetto verso le altre civiltà, valori così tanto sbandierati dalla sinistra, fanno a pugni con questa sorta di «anestesia etica». La visione liberale, all’opposto, è quella di chi vuole garantire libera espressione a ogni religione nell’ambito di un patto formale siglato con il nostro Stato. Noi crediamo in una società in cui il libero esplicarsi delle fedi contribuisca alla crescita di un’etica pubblica più forte e consapevole di sé. Al contrario, il relativismo culturale e l’anestesia dei valori colpiscono al cuore la nostra civiltà perché ci abituano a pensare che non esistono più valori universali. Nella notte di queste ideologie perfino la dittatura e la democrazia verranno alla fine ritenute equivalenti. E infine: laddove non esistono più valori universali perché mai la stessa libertà dovrebbe mantenere per sé tale privilegio?

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Apriamo gli occhi: quando si comincia a negare ai singoli la libertà di professare e di far valere la propria fede nelle istituzioni non è già aperta la strada verso l’autoritarismo? Il laicismo rischia di diventare la forma moderna di un nuovo autoritarismo.

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Non è certo questa la democrazia liberale. Non si è costruita su queste basi l’identità dell’Europa. Eppure, quando lo ricordiamo ci rispondono che non siamo europei. In realtà sarebbe più corretto dire che non siamo francesi: sarebbe ora che la sinistra si mettesse in testa che la Francia non è l’Europa! L’Europa è anche l’Italia, la Spagna, l’Inghilterra, la Polonia. E noi, rivendicando la storia dell’identità europea siamo molto più europei ed europeisti della classe dirigente francese e della sinistra italiana. Una controprova: alla data di oggi non abbiamo ancora sentito Romano Prodi alzare la sua voce contro l’idea di un seggio permanente della Germania all’Onu e a favore della nostra posizione orientata alla reazione di un unico seggio europeo. Al leader dell’Ulivo, che così spesso ci fa la morale, vorremmo allora ricordare un celebre pensiero di Mark Twain: «Non è saggio usare la morale solo nei giorni feriali, così succede che poi la troviamo in disordine la domenica».
Ma torniamo alla «neutralizzazione delle religioni». Noi siamo per una società aperta nella quale ogni fede e ogni punto di vista possa contribuire al formarsi dell’etica pubblica. Non possiamo però non aggiungere che nel caso della religione cristiana non si tratta di una neutralizzazione qualunque. Si tratta, al contrario, della neutralizzazione dei principi su cui si fonda la nostra stessa libertà. Il cristianesimo, infatti, è il fondamento etico della democrazia occidentale.

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Ciò è vero per almeno due grandi issues teoriche. La prima riguarda proprio il concetto di laicità dello Stato. Esso non fu fondato nella modernità, non è opera di Montesquieu né di Locke: esso fu per la prima volta compiutamente teorizzato da Gesù Cristo, con la sua distinzione tra gli affari di Dio e quelli di Cesare. La seconda, intimamente legata a questa, è che la religione cristiana fonda il suo compimento esattamente sulla filosofia-chiave che fa da base a ogni teoria della democrazia: «l’autonomia del soggetto», l’irriducibile libertà della persona. Il cristianesimo ci dice cos’è il Bene e cos’è il Male: ma non ci propone di seguire il Bene in modo coatto e prescrittivo. Viceversa, fonda la propria realizzazione nella libera scelta del Bene che il singolo soggetto deve saper compiere ogni giorno. «Ogni giorno ha la sua pena», dice Gesù. In altri termini: non c’è Bene se esso non è consapevolmente e responsabilmente scelto dal singolo essere umano. La teoria del peccato originale si fonda esattamente su tale «etica della responsabilità» e la parabola del «figliol prodigo» dà conto in maniera persino provocatoria del medesimo concetto. Libertà e responsabilità costruiscono il telaio sul quale viene tessuta sia la trama della religione cristiana sia quella della democrazia liberale.
È stata proprio la fusione tra queste due filosofie della vita pubblica a dar vita all’identità europea. Essa si basa sul primato della persona. Si tratta di un viaggio che comincia con Socrate e con Gesù, con la loro grande comune testimonianza dell’irriducibilità della libertà, della disponibilità al sacrificio della vita pur di difendere la libertà della persona e delle cose in cui crede; un viaggio che continua con San Tommaso e la sua visione del rapporto tra ragione e fede. È un filo rosso di pensieri che apre la strada al Rinascimento e poi all’era delle grandi scoperte geografiche e scientifiche, e poi ancora alle rivoluzioni industriali, sempre fondando l’avventura umana sulla centralità della persona nella storia. Una persona che, essendo imago Dei, fatta a immagine e somiglianza di Dio, è «unta», come racconta la Genesi, dall’inesauribile spinta alla creazione. Questo grande viaggio dell’identità occidentale trova un primo scoglio storico nella rivoluzione giacobina di Parigi. Essa, infatti, pur fondando la modernità con la liberazione dai vincoli feudali, finisce per determinare la sua filosofia politica sul primato dello Stato. L’uomo, l’individuo, la persona devono infatti essere «tenuti a bada» dalla volontà generale, perché il possibile male della società viene visto come conseguenza del prevalere della «volontà particolare» del singolo soggetto. Con la filosofia pubblica dominante nella rivoluzione francese siamo in presenza di un vero e proprio rovesciamento teorico dell’identità occidentale che segnerà l’intera vita pubblica continentale per i successivi due secoli che ancora influenza la filosofia pubblica dei nostri tempi. Nello stesso periodo, a Filadelfia, un’altra rivoluzione, quella americana, aprirà l’era della modernità proponendo principi assai diversi da quelli di Parigi, in filosofica continuità con il nucleo di fondo dell’identità occidentale: il primato della persona.

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Ma è con il Novecento europeo che si manifesta la più formidabile aggressione a tale identità. Il nazismo proponendo il primato della razza e il comunismo rivendicando quello della classe provano a seppellire nei lager, nei gulag e nelle fosse comuni il cristianesimo, il liberalismo e ogni filosofia umanistica che aveva contribuito a edificare l’identità dell’Occidente. Cosa rimane a noi, oggi, di questa storia? Un grande insegnamento che purtroppo non tutti ancora vogliono o sanno accettare. Il fatto che il concetto di libertà non può essere diviso da un’obiettiva e universale visione della verità, altrimenti esso impallidisce, fino a scomparire nel relativismo dei punti di vista. Chiunque, nella storia, infatti, alza la bandiera della libertà: nessuna tirannia, infatti, nessun pensiero del Male si presenterà mai, sulla scena della nostra vita pubblica, esibendosi come tale. Chi lo seguirebbe altrimenti? Il nazismo voleva estirpare il Male dal mondo, identificandolo con l’ideologia demo-pluto-giudaica, il comunismo predicava un sole dell’avvenire nel quale finalmente sarebbe nato un uomo nuovo, libero, uguale. Il primo con l’estetica, il secondo con l’etica si ripromettevano di porre fine alla storia dando vita a una nuova età dell’oro. Milioni di europei li hanno seguiti, aiutandoli nella loro opera di sterminio. Perché? Perché hanno creduto a una falsa libertà, perché hanno dimenticato che la libertà diventa follia e arbitrio se perde il suo legame con la verità.

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E qual è la verità? Essa sta in quella tavola delle leggi che per la prima volta venne lanciata nel mondo dal Sinai, oppure sta in quella che i quaccheri chiamano inner light, la luce interiore della nostra coscienza. Non uccidere. Non c’è causa al mondo che possa parlare di libertà se si fonda sulla violazione di questa verità. Non c’è libertà senza questa verità. Superiore, assoluta, universale. Ecco perché quello che si chiama relativismo culturale punta a uccidere l’identità occidentale. Perché suggerisce che non esiste alcuna verità, che tutte le verità stanno sullo stesso piano, che non può esistere per l’uomo post moderno alcuna gerarchia di valori sulla quale fondare la vita, privata e pubblica, che ormai non resta all’uomo occidentale che baloccarsi nel labirinto del pensiero debole, cercando di vivere in un felice disincanto, la molle decadenza della propria civiltà.

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Ma non è così. Il Ventunesimo secolo, che si è tragicamente aperto con l’11 settembre, ci ha fatto capire che la nostra libertà può tornare a essere travolta se noi non la sapremo difendere, se noi non saremo capaci di recuperare quel filo di pensieri che da Socrate e Gesù, fino a Tocqueville e Lincoln, ci ha permesso di fondare le nostre case, le nostre terre, le nostre strade sull’irriducibile roccia del primato della persona e della sua più totale, libera autonomia da ogni filosofia oppressiva. Giacomo Leopardi diceva che il progresso consiste essenzialmente nel saper costantemente recuperare «ciò che abbiamo perduto». Ebbene, agli uomini europei del Ventunesimo secolo, è chiesto di saper recuperare la traccia più solida e antica della loro storia, la fede nella libertà. Ecco perché, dopo il secolo dei totalitarismi, occorre ricostruire una nuova grande alleanza tra liberali e cristiani. Il liberale Benedetto Croce spiegò perché noi occidentali «non possiamo non dirci cristiani». Questo vale ancor di più oggi. Dobbiamo dirci cristiani.

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Perciò colpisce l’attacco al presidente Pera per aver ricordato queste stesse verità. Colpisce soprattutto quando viene anche da una persona come Emma Bonino che ha parlato di una presunta jihiad cristiana contrapposta a quella islamica. No, cara Emma, la jihiad cristiana è esistita. Sono state le Crociate, è stata l’Inquisizione. E la Chiesa di Wojtyla ha, per questo, chiesto perdono. Ma oggi essa non c’è più. Oggi, l’unica jihiad esistente è quella islamica. Sol perché ricordiamo queste cose Marcello Pera, Giuliano Ferrara e chi scrive siamo definiti «neoclericali». Chiamateci pure come volete, neocon, teocon e quant’altro, ma attenti: perché, ancora una volta, come nel caso del voto per Bush, rischia di sfuggirvi la realtà. Noi siamo solo persone che vogliono che l’Occidente recuperi il filo identitario della sua grande storia. Siamo persone a cui non basta fondare la libertà europea sull’antifascismo e sull’anticomunismo. Non ci basta essere anti e non pensiamo che il nostro riferimento identitario possa fondarsi, solo in negativo, rispetto ai totalitarismi. Siamo persone che intendono battersi perché i popoli europei tornino a sventolare loro storica bandiera di libertà e di verità: quella dell’umanesimo cristiano e laico, quella del primato della persona.

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Chiamateci dunque pure come volete, ma noi ci sentiamo semplicemente e classicamente liberali. Solo che raccontiamo una storia diversa da quella del moderno conformismo mediatico. Raccontiamo che lo scontro dei nostri tempi non è tra chi crede e chi non crede. Ma tra cattolici e laici che credono nella libertà occidentale e cattolici e laici che non ci credono più. Ed è uno scontro decisivo per il futuro delle nostre terre.
 

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