Quanto fascino (e quanto odio), quanta umana curiosità (e quanto timore), sta dentro l’antico termine greco che indica «lo straniero, il forestiero, l’estraneo, ma anche l’ospite», «il visitatore legato proprio da vincoli reciproci di ospitalità». E d’altronde nella storia dell’umanità quello che si può definire come «allogeno» (ovvero «nato altrove») è sempre portatore di cambiamento: perché nella relazione amichevole od ostile che comunque si instaura, esiste almeno un frammento di comunicazione, di scambio (perfino non verbale), di vicendevole contaminazione nella ricchezza della diversità. Ma, se per millenni l’incontro (e l’eventuale scontro) con «lo straniero» è stato per forza di cose fisico, dentro la geografia e sul territorio, oggi, nella comunicazione globalizzata, è diventato un fatto continuo se non ossessivo. Certo, avviene in forme immateriali, con l’immagine e la parola televisiva, e tuttavia si configura come un ciclo perenne e un frastuono mediatico che suscita spesso una sensazione di smarrimento. La globalità comunicativa può affratellare (come si è visto a proposito del recente maremoto nell’Oceano Indiano, dove tuttavia si è mantenuta la diversità, nella triste condizione irreparabile delle salme delle vittime, separate tra i nativi e i turisti occidentali), ma può anche aprire problemi inediti, come qui si vedrà a proposito del più complicato rapporto con lo straniero, e cioè il fenomeno epocale delle migrazioni. Ripartendo dall’etimologia storica, occorrerà dire che anche per i greci della classicità lo xenos era di volta in volta un viaggiatore benvenuto, un visitatore curioso e che incuriosiva, un «altro» con cui commerciare beni e cibo e con il quale scambiare parola e conoscenza, tecniche e divinità… Purché non si configurasse come conquistatore di territorio o di potere. Allora diventava il «barbaro» da esorcizzare e sul quale caricare un’immagine fortemente negativa, perché comunque potenzialmente pericoloso. Le pagine degli storici classici sulle guerre persiane sono in proposito del tutto eloquenti. È che quando lo straniero si fa minaccia politica e militare mette in gioco non solo il potere ma l’identità e il territorio di un clan, di una tribù, di una città, di un popolo e quindi di uno Stato. Solo se cambia la «forma» dello Stato e del potere, allora cambia l’atteggiamento verso il forestiero. E infatti sarà soltanto con le dominanti «imperiali» (e cioè multietniche e almeno parzialmente multiculturali) che i confini al di là dei quali abita lo xenos si allargano a dimensioni almeno continentali. Unificati dalle falangi e dalle legioni militari gli imperi classici (prima quello ellenistico e poi quello romano) vivranno l’esperienza cosmopolita di mescolare popoli, etnìe, e vere e proprie nazionalità nel primo melting pot della storia. Dura la cornice unitaria (l’esercito e la sicurezza, il corpus legislativo e la giustizia, la moneta, il tributo e le strade consolari, e la lingua comune, greco e ufficialmente latino), ma tollerante sui costumi, sugli stili di vita, sulle convinzioni e le credenze, purché non compromettessero i capisaldi imperiali. È in questo contesto, ad esempio, che quel «provinciale» di Paolo di Tarso può agevolmente rivendicare lo status di civis romanus e insieme trovarsi ad Atene quell’altare al «Dio ignoto», da dove legittimare l’intensa predicazione della nuova religione cristiana.
E se il cristianesimo, nella sua impetuosa diffusione approfitterà del recinto largo dell’impero, dove nessuno è in fondo straniero a nessun altro e può venire meglio attirato dalla «buona novella», la condizione «forte» ma universale del messaggio porterà alla strategia dell’«inclusione», se non della incorporazione spirituale e liturgica di molte delle credenze sia del passato che di tutti quegli altri popoli (i «barbari» dilaganti sul territorio dei latini) con i quali una società declinante e un’economia impoverita giungono a un contatto prima conflittuale e poi a un progressivo assorbimento. D’altra parte il modello imperiale di integrazione (se non di vera e propria «assimilazione») si dimostrerà in grado di «digerire» le diversità etniche e culturali interne, anche fuori della storia dell’Occidente. Lo sarà, ad esempio, per il millenario impero cinese, a suo modo anche per il Sol Levante, e in tarda età moderna, perfino per lo sterminato e fragile impero zarista. Così pure resterà, tornando in sede europea, la cifra distintiva sia per il potere bizantino, sia successivamente per la «Sublime Porta» ottomana, mentre al centro del continente, dopo l’esperienza carolingia, toccherà agli Absburgo saper inglobare nazionalità, lingue e culture in una condizione di ordinata e accettata convivenza. Per tutti in ogni caso lo xenos, minaccioso e pregiudizialmente ostile, è quello che sta fuori. E la categoria del limes, del «confine» costituisce la discriminante che rafforza la statualità interna e consente nel perimetro geografico le ripetute inclusioni. Diverso sarà invece il caso degli imperi coloniali (dal celebrato britannico a quelli iberici, fino al sottovalutato - perché quasi solo commerciale - impero olandese), dove la «superiorità» dei «bianchi» diventa postulato incontestabile. Anche se porterà poi, nel corso dei secoli, a una abitudine integratoria e multiculturale carica insieme di vitalità impensate e di preoccupanti, odierne inquietudini. Quello che invece modifica il quadro di riferimento sarà, nelle formazione prima degli Stati nazionali e poi nella cupa stagione dei totalitarismi culminati nelle tragedie dello scorso secolo, la propensione a cogliere la dimensione dello «straniero» (pericoloso e non integrabile) in chiave quasi esclusivamente interna: interna agli Stati, alle culture dominanti, ai poteri consolidati. Quando si convocano gli Stati Generali nella Francia pre-rivoluzionaria, si sottolinea con scandalo che nel territorio c’erano quattro milioni di «mendicanti». In realtà spiriti inquieti, pur se incolti, che si aggiravano per decenni nelle campagne e nei villaggi, vivendo di piccoli furti e di elemosine spesso involontarie, e poi destinati ad accasarsi sul territorio a centinaia di chilometri di distanza da dove erano nati e dove invece li avrebbe costretti l’allora obbligata gerarchia sociale. Eppure la mobilità sociale sul territorio era, almeno per i ceti più bassi, un elemento naturale e secolare del paesaggio umano: al di là di scorrerie, invasioni e conquiste di eserciti e soldataglie, il singolo «forestiero» ha un appeal (spesso anche un sex-appeal) che attira e insieme inquieta. Porta la novità in un mondo cadenzato da ritmi immutabili, trasmette conoscenze, mode e stili di vita sconosciuti, e, quando riparte, lascia sempre tracce vistose, certo culturali ma anche di seme e di sangue.
D’altronde, pur di statura differente, che cos’erano storicamente, se non stranieri al territorio, quei «clerici vagantes» che, alla ricerca del conoscere, avevano di fatto partorito le grandi Università medievali, da Modena fino a Lovanio e Parigi? E quale dimensione di «estraneità» alla vita consolidata di tante contrade non aveva portato il fluire incessante dei pellegrini? Quelli che sulla via gerosolimitana, sulla vie Francìgena o Romea, sul Cammino per Compostela avevano commerciato, scambiato cavalli e reliquie, trasmesso saperi e sapori, nell’incessante inquietudine del viaggio e della scoperta? Forse, anche se questa non è la sede, merita un attimo di riflessione la straordinaria ripresa, all’alba del Ventunesimo secolo, di questi antichi itinerari, con altri abiti, ma con la medesima lenta fatica. Come se, per i giovani soprattutto, la prova della solitudine e del camminare verso una meta lontana sia il riconoscersi come «stranieri a se stessi». E che il silenzio e il tempo scandito dal cammino soddisfi, per forme imprevedute e apparentemente avulse dalla frenesia globalizzata del «mondo in casa», il bisogno profondo dello «scoprirsi dentro», del trovare una singolare e insopprimibile cittadinanza dello spirito. Non è un caso, per tornare al titolo principale, che la formazione degli Stati nazionali porti per conseguenza naturale lo scoraggiare (se non addirittura proibire) i vagabondi, i pellegrinaggi, le curiosità culturali e accademiche. Perché nella natura forte dello Stato c’è indispensabile la presenza dell’«altro da sé» (lo straniero), la cui esistenza pericolosa rafforza l’identità e stabilizza l’assetto del potere. Semmai compare, come prima si notava, l’esigenza che a un «nemico» esterno corrisponda l’alibi di un temibile, anche involontario, «nemico interno», un soggetto verso cui scaricare le colpe della mancata felicità, della palingenesi che un governo «buono e giusto» deve e può assicurare. La camicia ideologica di cui si riveste il potere moderno ne sarà l’interprete più implacabile. A cominciare dalla durezza giacobina nel reprimere le numerose vandee (ma anche la rivolta degli schiavi nella colonia di Santo Domingo), che prepara culturalmente le stragi sistematiche del secolo totalitario. Aperto dal genocidio degli armeni cristiani e stranieri insopportabili per quella Turchia dove muore un califfato e si apre una militaresca laicità. In quegli anni il georgiano Stalin, solo segretario del partito e «commissario del popolo alle nazionalità» (sono 101 le etnìe e i popoli dentro i confini dell’impero ex zarista) seleziona con lucida ferocia gli «stranieri» interni da cancellare, certo per motivazioni di partito e di soviet, ma anche di stirpe e di territorio. Il nazismo porterà ad assoluto compimento, nel mito della razza, la macchina dello sterminio degli «esseri inferiori», indegni di calpestare il sacro suolo del Reich pagano. L’orrore della Shoah dà la misura ultima dell’abiezione a cui porta il rifiuto tribale, ideologico, politico e totalitario di considerarsi tutti segnati dall’appartenenza incancellabile a un’unica «razza umana». E tuttavia propone in termini esclusivi la condizione specifica del popolo ebreo della diaspora, che più di ogni altro ha vissuto nella sua carne la condizione di «straniero». Secoli di persecuzioni, di ghetti e di pogrom ne hanno affinato la gelosa tutela della propria identità culturale e religiosa ma insieme ne hanno favorito una intelligente integrazione nelle società più disparate nelle quali le diverse comunità si sono trovate a vivere. In un pacato rifiuto di ogni completa assimilazione ma anche in un inserimento pacifico nei gangli naturali delle differenti organizzazioni sociali. È forse anche questa dimensione così peculiare di convivenza che ha scatenato nei loro confronti rigurgiti ricorrenti di rabbioso antisemitismo che va assumendo nei tempi recenti caratteri inediti e preoccupanti. Basti pensare all’ultimo rapporto dell’«Osservatorio europeo sulla xenofobia e il razzismo». Infatti l’istituzione comunitaria con sede a Vienna ha ritenuto non opportuno darne larga divulgazione in quanto emergevano chiaramente i segnali di un forte antisemitismo della sinistra ideologica (la stessa che dice a ogni Giorno della Memoria di amare moltissimo gli ebrei, ma forse solo quando sono morti) oltre a forme altrettanto insidiose e gravi di evidente matrice islamica.
Il quadro in mutamento in questo inizio di Terzo millennio pone su basi diverse la riflessione sulla natura e la possibile evoluzione dello stato culturale dello xenos. Ma non si potrebbe volgere lo sguardo a un presente così indecifrato se non si tenesse nel debito conto l’influsso dell’unico Paese che, più giovane e vitale, dimostra finora di non aver conosciuto culturalmente (salvo un breve momento, durante la guerra con il Giappone) il problema dello «straniero». Gli Stati Uniti d’America infatti, nel crogiolo della loro nascita e del loro impetuoso sviluppo, hanno sempre mantenuto l’apertura culturale ad accogliere i milioni di emigrati venuti a cercare lavoro e libertà. Certo, direbbe Tocqueville, che questo è dovuto ai grandi spazi del continente; all’assenza di forte potere accentrato; alla fortuna di cominciare ex novo, quasi come in un laboratorio scientifico, la sperimentazione di un sistema istituzionale e sociale nel nome di un’orgogliosa indipendenza. E tuttavia la disponibilità di territorio e la semplicità del meccanismo costituzionale appaiono, dopo due secoli di storia, solo una pre-condizione. È come se i padri fondatori di quel grande Paese avessero scelto di spogliarsi di ogni retaggio per provare l’avventura di una democrazia completamente inedita, che non ha paura di credere in Dio, pur mantenendolo lontano da Cesare, e che accetta gli uomini e le famiglie che entrano per quello che sono e che sanno fare. Valori semplici ma così forti tanto da trasformare da subito in americani a pieno titolo i fuggiaschi dall’Europa (e dalla miseria) e farli sentire partecipi di un destino comune. Non c’è popolo al mondo che non abbia negli Usa suoi figli: eppure sono già tutti americani pur se mantengono un attaccamento sentimentale alle loro lontane radici. Certo il tragico paradosso è che i soli «stranieri» oppressi e decimati siano stati proprio gli unici nativi (le tribù pellerossa), certo è stato doloroso il superamento definitivo della segregazione per i neri; eppure il melting pot sociale e culturale ha prodotto la più grande potenza del pianeta. Essendo tutti in origine «stranieri», alla fine non lo è stato più nessuno. Fino a oggi almeno: perché anche negli Stati Uniti, con la crisi dell’integrazione tradizionale e l’enfasi intellettuale sulle culture delle minoranze etniche, si sta aprendo una fase complicata nella quale ci si comincia a interrogare sulla forza e sul futuro dell’identità americana. Il sasso è stato lanciato dall’ultimo lavoro di Huntington, che propone questioni profonde e segnala rischi prossimi e possibili. L’autore si domanda infatti, fin dal titolo: «Ma noi americani chi siamo?» (in realtà «chi saremo in un vicino futuro»). E annota, con evidente preoccupazione, lo sbiadirsi di quella fortunata identità a stelle strisce che aveva comunque mantenuto i caratteri distintivi e prevalenti di esser «bianca, anglosassone e cristiana protestante» nella quale anche le infinite migrazioni (anche per le generazioni dei figli e dei nipoti) avevano tutto sommato accettato di riconoscersi. Ma quella bandiera e quel patriottismo così sentito di destino comunitario e di missione nazionale che aveva efficacemente fatto da cornice e da cordone unitario del secolare melting pot è visto come vulnerato, se non già fatalmente compromesso, dall’entrata in crisi culturale proprio dal modello del crogiolo umano e sociale e dai progressivi squilibri demografici delle diverse componenti etniche.
L’esaltazione delle minoranze e della loro autosufficienza culturale ha prodotto fatalmente un sistema sociale di universi chiusi e non disponibili alla reciproca contaminazione, cosicché lo scenario del futuro possibile candida a un ineluttabile prevalenza, negli Stati Uniti, della componente ispanica, per evidenti ragioni di fertilità demografica e di più facile immigrazione, compresa quella clandestina dalle frontiere meridionali. Se gli Usa, o almeno le sue voci più lungimiranti, si interrogano sulla necessità di reintrodurre nel vissuto contemporaneo la categoria dello «straniero», pena la perdita o la frammentazione dell’identità di un grande Paese, il problema è insieme più acuto e più rimosso nella «vecchia» Europa, laddove la «stanchezza» demografica, l’egoismo miope del Welfare State, la ripetività ossessiva del politically correct porta a un disarmo ideale di fronte ai fenomeni difficili di un’irrisolta convivenza, oltretutto in presenza di un afflusso migratorio imponente e quasi incontrollabile. Persino l’aperta e civilissima Olanda, abituata per storia e per secolare tradizione a una stabilità multietnica e multiculturale si è risvegliata, angosciata e sorpresa, dopo gli omicidi per la strada prima di Pim Fortuyn e poi di Theo Van Gogh. Due «irregolari» della politica e della cultura che avevano avuto la «colpa» di porre apertamente la questione dolorosa dei limiti agli ingressi e dell’impossibile acquiescenza ai modelli di comportamento dell’integralismo islamico, soprattutto quando questo influenza e plagia gli immigrati di seconda e terza generazione. D’altronde ormai proprio l’immigrazione costituisce il terreno su cui le società e le classi dirigenti occidentali, ed europee in particolare, non possono fare a meno di definire il proprio rapporto con lo «straniero». Che non è un viaggiatore isolato, che non è più un «altro da sé» che vive al di là di confini geografici delimitati e presidiati, che quando arriva difficilmente ormai si inserisce in una cultura autoctona, accettandone i riti e i miti. Quello che forse non si è colto davvero è lo straordinario radicamento culturale che resta in chi viene, clandestino o regolare, favorito oltremodo dalla globalità delle tecnologie di comunicazione. Si suole dire che l’Italia è storicamente un Paese di tantissimi emigranti che nelle Americhe (e non solo) hanno cercato e trovato lavoro e opportunità. Si dimentica che allora il legame con le origini era costituito da qualche lettera lentissima a comunicare e che si faceva naturalmente sempre più rara. Oggi basta andare nelle periferie delle metropoli e constatare sui balconi di ogni minimo appartamento una foresta di antenne satellitari, da dove rientrano via etere in ogni casa i programmi televisivi in arabo o in ucraino della propria terra di origine: cosicché di fronte alla tv si rimaterializzano lo stile di vita, i protagonisti, i valori e i rituali del mondo. Che sono quotidianamente presenti e influenzano scelte e comportamenti impermeabili alla società nella quale ci si è comunque trasferiti.
Ecco che allora (visto che non si possono spegnere d’imperio le tv estere) la condizione odierna dello «straniero» non è quella nostalgica e sofferente di chi si sente lontano da casa: ma è semmai quella di una continua divisione tra la realtà fisica, diversa e magari ostile, e quella culturale avviluppata a radici sempre più forti e quotidianamente rinnovate. E le due condizioni e i due mondi sembrano fatti apposta per non comunicare, ma semmai per approfondire le differenze ed evitare ogni contaminazione. Diventa quindi sempre più irto di ostacoli il percorso di una possibile integrazione e il riconoscimento civile di una pacifica sottomissione alle leggi e ai costumi del Paese nel quale si è venuti a vivere. (Anche perché, in nome di un «buonismo» pasticcione, si è sviluppata qui la tendenza a far impallidire gli elementi fondanti della propria storica identità, come si è purtroppo visto a proposito, ad esempio, del presepe nelle scuole e nella insistita edulcorazione del Natale). E non pare che l’offerta del voto amministrativo o il percorso per la concessione della cittadinanza abbiano assunto per gli stranieri residenti il valore e il peso civile che la nostra società è abituata ad attribuirvi. E tuttavia l’integrazione o, se possibile, l’assimilazione appaiono obiettivi irrinunciabili, se non ci si vuole rassegnare sulla terra europea a quartieri chiusi, a cittadelle etniche, a roccheforti razziali in perenne conflitto le une con le altre. In diversi Paesi, a partire dalla Germania, si è scelto di porre come condizione irrinunciabile per gli ingressi regolari la conoscenza della lingua e dei rudimenti di storia e di civiltà locali. Altrove, come in Francia, si pensa all’inclusione istituzionale anche delle religioni attraverso organismi statali finalizzati all’accettazione delle regole della tradizionale laicità. In Italia la tanto osteggiata legge Bossi-Fini sull’immigrazione ha tentato una chiave forse più ambiziosa anche se per nulla valorizzata, quella cioè di una convergenza costituzionale. E cioè, preso atto che il solo collante giuridico e collettivamente riconosciuto stava nel primo articolo della Costituzione («L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro»), si è parimenti fondato sul valore e la gerarchia del lavoro (regolare, contrattualizzato, con i medesimi diritti e tutele) la discriminante che rendeva possibile l’ingresso pacifico, la residenza e dopo un congruo numero di anni la piena cittadinanza. In altre parole, il criterio interpretativo che poteva legare gli immigrati era la stessa adesione ultima chiesta e stabilita per i cittadini italiani. Questa normativa ha avuto l’indubbio merito di fissare un principio e di far emergere buona parte del sottobosco della clandestinità (si pensi solo al fenomeno delle badanti) e di ridurre le situazioni di sfruttamento. E tuttavia (pur ideologicamente inapplicata, soprattutto nelle procedure di sanzione) non poteva risolvere, con il presupposto debole del solo lavoro, l’inquietudine e le difficoltà provocate dalle proporzioni bibliche delle migrazioni. Anche perché, dopo l’11 settembre, si intrecciano fatalmente con l’angoscia e la paura dell’ignoto suscitate dal terrorismo islamico. D’altra parte proprio i proclami delle organizzazioni terroristiche, con le loro minacce di una lotta senza quartiere contro gli occidentali, civili compresi, si pongono essi stessi come irriducibili «stranieri» da combattere. L’obbligo di prosciugare gli ambienti e le comunità dove possono trovare appoggio e linfa alla loro folle predicazione ha costretto, anche se spesso di malavoglia, le società europee a riscoprire le proprie impallidite identità, nella consapevolezza che la convivenza e il dialogo marciano solo se ciascuno è portatore forte della propria cultura originaria. Riconoscendo le differenze, ma chiedendo a chi arriva di accettare senza sconti quel corpus sedimentato di norme e consuetudini tipici del Paese che accoglie. Che le diversità esistano e a volte siano incolmabili nessuno è ormai ingenuo dal negarlo. Si passi a chi scrive questo esempio banalissimo, che riguarda il cibo. Non c’è regione d’Italia nella quale non si offra a un’ospite inatteso, in segno di sincero benvenuto, i prodotti più genuini: un buon bicchiere di vino e un piatto di prosciutto o di salame. Ebbene: per un osservante del Corano è un’offesa satanica, per un musulmano tiepido è comunque un imbarazzante fastidio. Si passa allora per «xenofobi» se ci si permette di non rinunciare, anche in questi piccoli gesti, al portato millenario di una nostra cultura del cibo? Ecco che allora si fa chiara la difficoltà perenne nella storia, anche se sempre in forme inedite e sorprendenti, di dare al rapporto con lo «straniero» un equilibrio possibile che faticosamente deve esser ogni volta riedificato. «In una materia così complessa non ci sono formule magiche…». Così lo ammette persino il Papa nel suo Messaggio per la Giornata della Pace, il primo gennaio del 2001, all’inizio del Terzo millennio. Un documento problematico dove questa alta autorità morale, dopo aver comunque affermato l’indispensabile rispetto della dignità della persona umana, si interroga apertamente sulle questioni del tempo, accettando a proposito delle migrazioni l’incertezza e la pluralità delle soluzioni possibili, ma pur chiedendo che l’immigrazione non finisca per sconvolgere «la fisionomia culturale del territorio». «Molto dipende - scrive Papa Wojtyla - dall’affermarsi negli animi di una cultura dell’accoglienza che, senza cedere all’indifferentismo circa i valori, sappia mettere insieme le ragioni dell’identità e quelle del dialogo…».