27 maggio 1999 - liberal settimanale
A questo punto è sicuramente maramaldesco prendersela più di tanto con Franco Marini, additare gli errori di regia che ha commesso nel proporre la candidatura di un popolare al Quirinale, misurarne le ingenuità e insieme le forzature arroganti, sottolineare tutti gli elementi di quadro che non ha visto o non ha capito. Di tutto ciò, come è noto, sono strapiene le cronache di questi giorni. Ma le «colpe» di Marini non spiegano tutto, anzi in fin dei conti spiegano ben poco. La verità, infatti, è che con il fallimento della candidatura di Russo Jervolino non si manifesta il fallimento di una segreteria politica (quella di Marini, appunto): fallisce e si conclude nel nulla un intero progetto strategico di partito, in certo senso arriva a una sorta di fatale appuntamento con la storia la lunga vicenda del cattolicesimo politico italiano. Come ha scritto l’Avvenire, «che i morti seppelliscano i morti». La parabola del cattolicesimo italiano non tanto s’incrinò in misura decisiva con Tangentopoli quanto con il mutamento di sistema politico che ne derivò in conseguenza della nuova legge elettorale. E non già - come in tanti sul momento e anche dopo abbiamo pensato e scritto - perché da quel momento in poi diventasse possibile tenere una posizione di centro (come era consustanziale alla vecchia Democrazia cristiana), o perché addirittura fosse nel nuovo sistema scomparso il centro. Ma piuttosto perché da quel momento lo si poteva fare, si potava essere centro solo a condizioni molto diverse che per il passato. Prima del 1994 per essere centro e al centro, nel sistema politico italiano bastava in pratica essere il partito dell’arco costituzionale più lontano rispetto al Pci (non tengo conto del Partito liberale, evidentemente, per le sue ridottissime dimensioni). La destra non esistendo - o meglio essendo l’unica destra esistente (quella del Movimento sociale) delegittimata a governare - la Dc era in grado di essere al tempo stesso la Destra e il Centro. In un sistema di bipolarismo imperfetto essa era «l’altro» rispetto al Pci, e, dal momento che continuava a essere forte della maggioranza relativa, poteva liberamente decidere di volta in volta (beninteso a seconda dei risultati elettorali) fino a dove spingere verso sinistra le proprie alleanze. Ciò vuol dire che nel sistema precedente il 1994 si poteva essere Centro, al limite, anche arrivando a lambire ideologicamente e programmaticamente la sinistra comunista. Essere Centro obbediva a una condizione esclusivamente sistemica, in fin dei conti: per riuscirci, ripeto, bastava l’inesistenza di una Destra costituzionale da un lato e dall’altro la conquista della maggioranza relativa (anch’essa, peraltro, rivestendo il carattere di fatto sistemico, in quel sistema, almeno all’ottanta per cento).
Dopo il 1994 le cose cambiano radicalmente. Dopo quella data, come ho già detto, l’esperienza indica che c’è ancora posto (e come) per il Centro: solo che per occuparlo, quel posto, non basta più occupare un determinato punto dello schieramento. Quello che è necessario, invece, è una caratterizzazione ideologica e programmatica, essa sola capace, nelle nuove condizioni, di collocare un partito al centro, vale a dire a eguale distanza dalla Destra e dalla Sinistra.
L’elemento che ha mutato i termini del gioco è, come si capisce, la legittimazione della Destra. Nell’inedito scenario in cui anche la Destra può andare al governo, si è Centro, infatti, solo nella misura in cui si è disponibili a governare egualmente con la Destra, cioè se la propria piattaforma politico-idologica è sufficientemente ampia e flessibile da consentire, a seconda delle circostanze politiche generali, accordi di governo ora in una direzione ora nell’altra. Non c’è da menare alcun scandalo: in tutti i sistemi non compiutamente bipartitici o bipolari - come è il nostro - e nei quali esiste un Centro, esso è fatto e si muove in questo modo. Dove si sta nella mappa dell’arco politico è insignificante, l’importante è cosa si è e che cosa si vuole essere. Se manca il requisito di una sufficiente ampiezza e flessibilità ideologica-programmatica si può essere non già il Centro, bensì, al massimo, l’ala centrista di uno o l’altro dei due poli, ma solo di quello, insomma uno pseudo-centro. È precisamente questa la scelta che compie il Partito popolare, il partito che si considera la prosecuzione ideale del cattolicesimo politico italiano. Nel 1993/94 decide che la sua sola alleanza possibile, la sua sola collocazione immaginabile, è a sinistra, che solo e sempre lì saranno piantate le sue bandiere. E con ciò si condanna inevitabilmente a divenire ciò che infatti diviene: una semplice articolazione del partito che a sinistra raccoglie più voti, cioè i Diesse. È a prima vista singolare che l’esperienza della Democrazia cristiana - la quale per decenni ha tratto la sua massima consistenza elettorale dai ceti moderati del Paese - abbia, viceversa, dato vita alla scelta del Ppi, così recisamente orientato a sinistra. Credo che a spingere in questa direzione siano risultati decisivi due elementi. Il primo è stato la singolare esclusione dall’azione di Mani pulite della sinistra Dc che pure, al pari degli andreottiani, dei forlaniani, dei dorotei, aveva avuto antichissime consuetudini con la gestione del partito, della segreteria del medesimo nonché con il governo e il sottogoverno. Ma tant’è. Dall’altra parte, e forse di più, ha contato però la particolare configurazione ideologica che la sinistra democristiana - rimasta, come si è detto, unica rappresentante, nel complesso giudiziariamente immune, della tradizione democristiana - era venuta acquisendo. Al dunque è stata siffatta configurazione che non ha permesso altro che la scelta «a sinistra», a scapito di quella di centro, ed è in essa che si rispecchia nel modo più evidente la crisi della tradizione politica cattolica italiana. La crisi inizia, a mio avviso, quando sulla complessa vicenda di questa tradizione si abbatte alla metà degli anni Sessanta la «cultura del Concilio». Fino ad allora il cattolicesimo politico italiano, tanto sul versante guelfo-liberale che su quello guelfo-statalista, aveva mostrato sicuramente una notevole vitalità e un’altrettante notevole felicità di soluzioni e di formule sociali. Basti pensare a due iniziative di grande ampiezza e vigore trasformativo degli anni Quaranta-Cinquanta quali la riforma agraria da un lato e l’amplimento-gestione del settore pubblico dell’economia dall’altro. Quanto alla capacità politica, si ponga mente alla sagacia della formula centrista per un verso e per l’altro alle precoci e lucidissime analisi che Luigi Sturzo è capace di produrre circa i nascenti gravi mali dell’organizzazione istituzionale (ma non solo) della Repubblica. Di fatto la «cultura del Concilo» mette tutto ciò a tacere: la vivacità ideativa e la capacità politica del cattolicesimo italiano ne escono spente, cancellate. Proprio alla metà dei Sessanta la prassi di governo dei cattolici si impaluda progressivamente in una routine senz’anima e senza slancio, mentre tutta la capacità progettuale della Democrazia cristiana si esplica sempre più esclusivamente nell’immaginare, auspicare, promuovere, il mitico incontro con i comunisti, nella cui attesa palingenetica si consumeranno le residue energie intellettuali dei cattolici impegnati in politica.
La «cultura del Concilio» non è la grande e meritoria opera di revisione teologico-dogmatica che viene compiuta a Roma dai Vescovi. Con quell’espressione intendo riferirmi invece alle povere genericità con le quali la revisione anzidetta viene tradotta per così dire in politica ad opera soprattutto della Gaudium et Spes. Figlia del suo tempo la Gaudium et Spes ha i suoi punti di riferimento nelle realtà storico-culturali degli anni Cinquanta e Sessanta: il comunismo, il sottosviluppo, il Terzo mondo, mentre su tutto domina l’assillo della Chiesa di non essere più in alcun modo identificata con l’ordine democratico-capitalistico occidentale. Non passeranno due decenni e dello sfondo storico della Gaudium et Spes non rimarranno che le macerie; ma intanto essa è valsa potentemente a formare un senso comune egemone nell’universo politico proprio del mondo cattolico intellettualmente più aggiornato. Si tratta di un senso comune, di un «politicamente corretto» cattolico che - anche per il rilevantissimo effetto di imitazione verso il Sessantotto e il Settantasette «laici» - accomuna ben presto giovani parroci e gesuiti, militanti dell’Azione Cattolica e studiosi più vari. Esso si presenta, e vuole presentarsi, con un segno politico esplicito che, stante la geografia politica vigente in Italia come altrove, non può che risultare «di sinistra». Dopo il Concilio, e grazie alla «cultura del Concilio», si può essere cattolici impegnati in politica solo stando a sinistra o meglio, per parlare più esattamente, lo si può certo essere in molti altri modi, ma solo se si è «a sinistra» si è in sintonia manifesta con la vulgata politica accreditata del cattolicesimo ufficiale. D’altra parte se la Chiesa ha fatto con il massimo impegno pubblico la scelta «per i poveri», come potrebbe essere altrimenti?
Il vantaggio che ne trae la sinistra democristiana è formidabile. Senza alcun suo merito politico o culturale - ché da questo punto di vista la sua mediocrità non si differenzia in alcun modo da quella delle altre componenti del partito - essa si ritrova però padrona virtualmente della sola immagine pubblica presentabile del partito, se questo vuole ambire a una rappresentatività cattolica, nonché quando sopraggiungerà la fine della Dc, unica erede autorizzata di una tradizione - quella popolare - infinitamente più ampia, frastagliata e complessa. Naturalmente le donne e gli uomini della sinistra Dc, al di là di quattro formule statalistiche o di una certa ispirazione localmente «antiindividulistica», non hanno la benché minima idea di come possa tradursi in politiche concretamente plausibili il loro essere «di sinistra». Del resto, a cominciare dagli anni Ottanta cosa significhi esattamente essere di sinistra non lo sa più nessuno. La ex sinistra democristiana, i popolari, sanno però dall’esperienza italiana che se si è alleati del Partito comunista sicuramente si ha diritto a quell’etichetta. Il partito che fu di Togliatti è morto da un pezzo, ma almeno le sue capacità battesimali si sono conservate intatte: basta la sua acqua lustrale a rendere chiunque di sinistra: da Emilio Colombo ad Antonio Di Pietro. Il Ppi sarà di sinistra, è di sinistra, se non altro perché stipula un ferreo patto di alleanza con il Pds; e dall’altra parte stipula tale patto perché coloro che lo rappresentano sono di sinistra, sanno essere solo questo, solo questo possono essere. Così si conclude la parabola storica del cattolicesimo politico italiano: con questo assoluto appiattimento di un antico spessore. Sempre più chiusi in se stessi, sempre più incapaci di parlare ad altri che non siano i propri, senza alcun programma, senza alcunché di rilevante da dire e da proporre alla società italiana, i popolari sono condannati ad avere, alla fine, come interlocutori veri solo i Diesse. Da soli essi esistono e contano sempre di meno. Solo ai Diesse possono chiedere ministeri, seggi elettorali, «visibilità», come si suole dire per conservare un minimo di elegante distacco. Una non indegna storia finisce così in una triste mendacità, punteggiata di loschi ricatti destinati, per giunta, ad andare quasi sempre a vuoto.