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YAN-YANG/Armonizzare gli opposti, ma non solo l’Essere e il Nulla come pensa l’Occidente

LIBERAL BIMESTRALE
di Francesco Alberoni
Liberal n. 28 - Febbraio-Marzo 2005

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Nei rapporti sempre più frequenti fra Occidente e Oriente, incontriamo nuove categorie che utilizziamo accanto a quelle tradizionali. Una di queste è la polarià Yin e Yang, di origine taoista. Nel pensiero taoista la realtà si manifesta sempre anche se in misura diversa, sotto due aspetti a un tempo contradditori e complementari. La loro unione costituisce il principio dell’ordine universale (Tao ). Essi sono, per esempio, il Maschile e il Femminile, il Caldo e il Freddo, l’Ombra e la Luce, il Freddo e il Caldo, la Passività e l’Attività. Ogni realtà è perciò duplice anche se il grado di dominanza di un principio sull’altro varia da un massimo a un minimo. Non è certo mia intenzione, in questo breve appunto, analizzare e discutere le differenze fra il pensiero occidentale o orientale, ammesso che si possa fare una contrapposizione del genere. Mi limito a osservare che nella nostra tradizione di pensiero filosofico e scientifico ha sempre prevalso un altro tipo di opposizione, quello fra l’essere e il nulla. Nella nostra scienza non c’è il caldo e il freddo, ma il freddo è solo mancanza di energia che muove le molecole, cioè di caldo. Il buio è mancanza di energia sotto forma di fotoni, cioè luce. E così la passività mancanza di attività, la quiete mancanza di moto. La fisica galileiana incomincia negando la duplicità delle tendenze verso l’alto e verso il basso. La forza di gravitazione è una sola. Con Newton viene prodotta solo dalla massa. Con Einstein diventa apparente anche la contrapposizione massa-energia, perché l’una si può convertire totalmente nell’altra. Quando viene posta un’opposizione, come nel caso dell’elettricità fra Positivo e Negativo o fra Materia e Antimateria, le due polarità possono sussistere finché non si incontrano. Se lo fanno si annullano entrambe. Tutto ciò ha una radice antica. Per Socrate, Platone, Sant’Agostino e San Tommaso, l’ignoranza è mancanza di sapere, il male mancanza di bene, il nulla è mancanza di essere. Perfino nella tradizione dualista mazdaica e manichea la duplicità sostanziale del bene e del male è destinata a scomparire alla fine dei tempi col ricostituirsi dell’unità divina. Nel neoplatonismo ogni cosa emana dall’Uno e nella teologia mistica di Isaac Luria, di radice neoplatonica, En Sof (l’uno ) deve addirittura contrarsi, limimitarsi (Tzim Tzum) per costruire il vuoto, il nulla e poter così creare in esso l’universo.
A questa drastica affermazione si può obbiettare che Empedocle di Agrigento era dualista (Eros e Discordia ) una dicotomia che ritroviamo in Freud (Eros e Thanatos) e che vi è la complessa posizione di Hegel per cui in ogni realtà c’è coesistenza di opposti generando il divenire. E sul piano stesso della fisica, lo zero assoluto T, dove l’energia è zero, esiste teoricamente ma è irraggiungibile. In ogni caso nello studio dei fenomeni concreti ci sono sempre state teorie pluraliste, come quella dei quattro elementi, o delle tre anime o del conflitto, quindi della compresenza nell’animo umano della volontà di bene e male. Una pluralità che si è ulteriormente approfondita con lo sviluppo della meccanica moderna e la teoria della composizione delle forze. Oggi tutta la biologia è fondata sulla compresenza antagonista di ormoni, enzimi e, più in generale, di proteine. In psicologia Freud ha introdotto il principio dualista dell’ambivalenza: amiamo e odiamo nello stesso tempo. C.G. Jung quello della compresenza del principio maschile e femminile come animus e anima. Perciò lo studio o la comprensione di un fenomeno dovuto alla compresenza di forze contraddittorie e complementari ci è diventato familiare e potremmo anche noi usare le espressioni Yin e Yang. Anche per significare la rinuncia a modelli di opposizione assoluta «o questo o quello» con,una specie di «tolleranza» concettuale. Però ogni volta questa situazione deve essere constatata e non postulata a-priori come nel pensiero taoista. E ogni constatazione empirica ci presenta sempre una molteplicità di situazioni. Poiché questo breve intervento non ha come scopo esaminare esaustivamente il tema ma solo fare delle prime osservazioni, farò solo due esempi di applicazione moderna del modello Yin e Yang. Uno sull’opposizione maschio-femmina, l’altro sull’opposizione movimento-istituzione. Incominciamo dal rapporto maschile-femminile. Quando diciamo che l’opposizione maschio-femmina non è radicale e assoluta, ma che in ogni maschio c’è del femminile e nella femmina del maschile, non contrapponiamo due principi, due essenze, come fa invece il taoista con lo Yin e lo Yang. Sul terreno biologico possiamo notare che anche nel maschio, seppure in quantità più o meno ridotta, sono presenti ormoni femminili e, nella femmina, ormoni maschili. Che la glandola mammaria esiste in entrambi ed è diverso solo il suo grado di sviluppo. Che pene e clitoride nell’embriogenesi hanno la stessa origine e questo spiega la loro particolare sensibilità. Quando passiamo sul piano psicologico possiamo notare che sebbene sul piano erotico maschi e femmine siano nel complesso diversi, ciascuno può avere delle caratteristiche dell’altro, in misura maggiore o minore. Per esempio le donne hanno una maggior tendenza al continuo, l’uomo al discontinuo. E sperimentano un passaggio erotico più graduale fra abbandono, carezze e coito. Anche l’orgasmo, nella donna è più prolungato, diffuso e meno importante che per il maschio per il quale, invece, rappresenta il culmine e la fine dell’eccitamento. La donna ha una maggiore sensibilità erotica per gli odori, i profumi, i suoni, le percezioni cenestesiche. Sente molto più dell’uomo il suo corpo, le onde di eccitamento sulle gambe, nel ventre, la carezza della stoffa sui capezzoli. Sente l’odore dei vestiti del suo uomo, l’odore del suo corpo maschile e nello stesso tempo percepisce la forza seduttiva del proprio profumo di donna. E, accanto a queste differenze sensoriali ce n’è una sociale: le donne sono molto più selettive dei maschi. Esse sono attratte dai maschi che emergono, che eccellono in qualche qualità: la bellezza, la forza, l’audacia, il coraggio, ma anche l’eleganza, la ricchezza, il potere. Avete mai visto un gruppo di preadolescenti in presenza di un loro divo cinematografico o rock? Si protendono verso di lui, rosse, congestionate, lanciano urla roche, qualcuna sviene, i genitori faticano a trattenerle. È la prima manifestazione della sessualità. E in ogni epoca c’è un tipo di maschio particolarmente desiderato dalle donne: il cavaliere nel Medioevo, l’ufficiale in uniforme nell’Ottocento. Nel Novecento il divo cinematografico, il cantante rock, il calciatore. Nei maschi non è così. I maschi sono attratti eroticamente dalla bellezza, ma a loro non importa nulla se sono campionesse famose o vallette sconosciute. La natura spinge il maschio a disseminare al massimo il suo seme, e la femmina a procurarsi il seme del maschio più forte, intelligente, dominante. Quello che nel corso dei millenni dell’ominizzazione ha assicurato loro protezione per sé, per i figli e per la specie: i geni pregiati che assicurano la sopravvivenza e il dominio. Però tutte queste caratteristiche più tipiche della femmina o del maschio possono essere presenti nell’altro sesso. Vi sono uomini con una grande sensibilità sensoriale tattile o cenestesica, altri in cui sesso e amore non si contrappongono, altri ancora attratti dalle dive. Come vi sono uomini che non hanno pace se non hanno a disposizione un harem di almeno dieci donne, vi sono donne che conducono una vita promiscua e non rifiutano nessuna esperienza sessuale. Possiamo perciò anche noi parlare di Yin e Yang per descrivere il rapporto maschile-femminile, ma mai come contrapposizione e copresenza di due essenze.
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Passiamo ora al secondo caso, quello del rapporto movimento e istituzione applicandolo in particolare alla democrazia. Il movimento è un sovvertimento dell’ordine sociale, la distruzione delle istituzioni esistenti sotto l’urto dell’entusiasmo dello stato nascente della fede in un rinnovamento totale della società, in una rinascita in cui il male scompare e sorge un mondo di fratellanza. Al posto dell’antico ordine nasce una comunità solidale che ha l’esperienza dell’unanimità. Moltissimi hanno pensato che è da questo processo che nasce la democrazia. È da questa esperienza che Rousseau ha ricavato la sua idea del Contratto sociale e il concetto di Volontà Generale. Lo hanno creduto i rivoluzionari francesi, i comunisti. Ma non è così. Nello stato nascente l’unanimità è un fatto spontaneo, immediato che però rapidamente scompare. I delegati che, all’inizio riferiscono all’assemblea, trasformati in leader carismatici, diventano dei padroni onnipotenti e fanatici. Perché il movimento sfoci in una democrazia devono perciò essere costruite delle istituzioni che mettano in dubbio l’unanimità ed esigano la verifica periodica della corrispondenza fra la volontà dei singoli membri e quella dei loro capi. La base delle istituzioni democratiche è costituita perciò non dal prolungamento dell’unione mistica dello stato nascente, dal tentativo di perpetuare la volontà generale come ha cercato di fare la rivoluzione francese o il leninismo (affidandola al Partito) ma dal rifuto dell’idea stessa di volontà generale al cui posto viene messa la semplice maggioranza da verificare con il voto. La democrazia però non può essere ridotta all’esercizio del voto. Se la gente non si mobilita, se non va a votare non c’è democrazia. Sono i movimenti che sempre sorgono nella società che fanno riscoprire il senso profondo della partecipazione democratica, quel senso profondo senza il quale ogni regola democratica decade a rituale privo di vita e di significato. Dunque i movimenti, tutti i movimenti, alla loro origine, sfidano, distruggono le regole democratiche, ne annullano le regole (forma) perché ritrovano in se stessi l’unanimità. Ma questa unanimità porta al dispotismo che la distrugge. E sono proprio le regole democratiche (forma) che, negando l’unanimità, salvano qualcosa della libertà e della partecipazione che il movimento ha fatto sperimentare e desiderare. La democrazia ha dunque bisogno del movimento perché, altrimenti, si spegne nel disinteresse, nell’astensione, nell’apatia e perde di legittimità. Ma il movimento ha bisogno delle regole democratiche (forma) per non negare tutto ciò che ha promesso. Concludendo, la democrazia ha una duplice natura e una duplice legittimità. La legittimità della forma è affidata all’esistenza di movimenti mentre la legittimità della partecipazion (movimento) è affidata alla forma. E questi due principi sono sempre copresenti seppure in modo diverso dalla dominanza dell’uno alla dominanza dell’altro, al punto che potremmo rappresentarli con la formula Yin e Yang. Attenti, però. Questo restando a un altissimo livello di astrazione. Se vogliamo entrare nell’analisi empirica del processo e ricostituire concretamente le dinamiche che rendono possibile il passaggio dal movimento alla democrazia e al suo funzionamento concreto, queste categorie generali non ci bastano più. Chi vuol vederlo può leggere i capitoli L’errore dei padrifondatori (pag. 244), Il mito della volontà generale (pag. 250), La rappresentanza (pag. 252), La democrazia (pag. 257) del mio libro Genesi (Garzanti , 1989) che non posso riassumere in uno spazio limitato come il presente saggio. Concludendo, sono convinto che le categorie Yin e Yang sono utilissime per ricordarci la perenne duplicità di ogni fenomeno, la perenne copresenza di forze antgagoniste e complementari. Ma ricordando che esse, in Occidente, non sono mai essenze e devono essere identificate e analizzate empiricamente.

 

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