Una frase controversa ma poi corretta del presidente del Senato sul pericolo di diventar meticci, ha dato la stura a una serie sterminata di esercitazioni retorico-buoniste che riportano agli anni dell’Italia giolittiana quando le provocazioni di D’Annunzio e le cattive letture di Nietzsche attivavano sdegni e proteste dei benpensanti. Tra i letterati che sono scesi in campo contro Pera, armati di taglientissima ironia, merita di essere segnalato Maurizio Maggiani che, sul Secolo XIX di Genova, scrive: «Sono sempre stato meticcio ora rivendico le radici pagane». L’articolo dopo averci informato sulle radici meticce dell’autore - che, figlio di una contadina apua e di un operaio ligure, si ritiene un «antesignano della pecora Dolly» (sic!) - ci fa partecipi del suo sdegno di «vecchio anarchico profondamente religioso», anche se privo di chiesa, dinanzi alla «malafede, l’abominio apostatico con cui un gruppo di potere politico, profondamente ateo per la gran parte dei suoi membri, ha pervertito, forse in modo indelebile, la parola cristiano». Cosa dire? La poesia, insegnava don Benedetto, è espressione di sentimenti ed è buona creanza rispettare sia quelli di Dante, che aborriva la civiltà comunale, avviata sulla brutta china del capitalismo, sia quelli di Maggiani. Il guaio, però, è che i poeti oggi, forse guastati dai cattivi filosofi, non si limitano a scrivere versi e prose ma pretendono di insegnarci, con pochi cenni, l’origine dell’universo umano. Ci spiegano che cosa è andato storto nella diffusione del cristianesimo, qual è il rapporto tra religione e democrazia, qual è l’essenza dell’ebraismo e delle altre fedi abramitiche. Secondo a nessuno, Maggiani ci ricorda, ad esempio, che, estinta la tolleranza al Concilio di Nicea, cristiani ed ebrei diventarono, per il multiculturale impero di Roma, «un problema di ordine pubblico», «uno strumento di sovversione antistatale»; rievoca i sistemi di evangelizzazione a fil di spada dei santi Cirillo e Metodio (come mai non cita pure Carlo Magno e la conversione forzata dei sassoni? Lo fanno tutti..); si chiede se, nella storia d’Europa, vi sia un esempio simile a quello del grande filosofo ebreo Maimonide che consolava «gli ultimi momenti di vita del Grande Saladino discutendo con lui di fede e di filosofia».
Ce n’è quanto basta per cadere in depressione! Quel rapporto complesso tra le istituzioni della libertà e il cristianesimo su cui scrissero pagine fondamentali il cattolico Tocqueville e il calvinista Constant, i luterani Weber e Troeltsch, gli atei Croce e Omodeo cessa, per il Nostro, di essere un problema: dal momento che i fedeli non eleggono vescovi e papi, non ci si venga a parlare di democrazia! In maniera analoga, l’espressione «radici giudaico-cristiane» diviene priva di senso giacché per secoli i cristiani hanno perseguitato gli ebrei... : come se un fatto, quelle radici comuni, potesse venire cancellato in quanto prodotto inintenzionale! Sarebbe fatica persa fargli rilevare che, nella «feccia di Romolo», nessuna grande idea - morale o scientifica - rivela subito tutte le sue potenzialità liberatrici e che, specialmente sul piano della convivenza civile, occorre attendere i secoli perché ciò avvenga. Per il narcisista, interessato solo a épater les bourgeois - e, per citare il grande Bruno Leoni, «a parlare più di se stesso che del mondo» -, riscoprire quel robusto senso della storia che caratterizzava, un tempo, gli studi, potrebbe significare un temibile calo di audience!