archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

VIRTU'/Se la Francia piange, l’Italia non ride

LIBERAL BIMESTRALE
di Giorgio Rumi
Liberal n. 28 - Febbraio-Marzo 2005

Torna al sommario
cop28alle_th

 

Di recente, la Camera francese ha approvato una normativa per cui resta vietato, nei locali della fonction publique - scuola e ospedali in primo luogo - l’uso del così detto chador, un velo che copre, in tutto o in parte, i tratti del viso. La maggioranza è stata dell’85%, il che ha rappresentato un’ulteriore difficoltà per i media italiani nel dar conto di una scelta, per tanti versi bizzarra e incomprensibile. I nostri osservatori, tutti pienamente schierati su posizioni «democratiche» e tendenzialmente ostili a ogni restrizione della libertà personale, hanno avuto seri problemi anche a tradurre quell’aggettivo, «repubblicani» che nella nostra penisola richiama una contrapposizione ai «monarchici»: uno dei pochi problemi che agli inizi del Ventunesimo secolo ci sia risparmiato. L’estrema prudenza per tutto quello che è l’islam (sempre preferibile la variante «fondamentalismo») ha eclissato le ragioni di una scelta normativa così difforme dall’immagine consolidata della vicina repubblica, leader nella tutela dei diritti e, oggi, capofila della resistenza all’unilateralismo americano. Si sono voluti sottacere, in simile prospettiva, alcuni specifici problemi della situazione francese: l’elevato numero di islamici colà residenti, o addirittura cittadini, i sintomi di intolleranza, nella scuola col rifiuto dell’educazione fisica mista (maschi e femmine) e la richiesta di orari separati, nella sanità con la richiesta di personale medico-infermieristico discriminato in base al sesso, nelle famiglie con la pressione sulle donne perché adeguino abiti e comportamenti agli stili rigorosi del Maghreb. L’emancipazione femminile, conquistata a metà del Novecento, veniva dunque scardinata dopo soli cinquant’anni, e con essa il principio di eguaglianza, mentre anche la libertà di parola e di stampa venivano messe in forse da possibili «scomuniche». Una legislazione ispirata al principio del pro bono pacis aveva cominciato a limitare forme espressive sgradite all’una o all’altra minoranza. Ma potevano, gli organi della République ridursi a braccio secolare dei nuovi «dogmi»? La Marianna discinta che veglia anche nel più piccolo dei ventiseimila comuni francesi, dovrà idealmente coprirsi nei casermoni invivibili della periferia, nelle famiglie islamiche ove regna, in concreto, una dura prepotenza maschile? È ancora giuridicamente possibile deprecare dalla cattedra il cattolicesimo o la Comune, ma lo è oggi per l’islam o il sionismo? Si può insomma insegnare «sbagliato»?
Il legilsatore transalpino, invece di rifugiarsi nel regno dell’ottativo (volesse il Cielo che…), ha preferito un’energica proclamazione dei suoi valori fondanti, quelli «repubblicani», inesprimibili e incomprensibili nella nostra Penisola. Da circa un secolo, la Francia dispone di un arsenale ideologico-valoriale che influisce sulla legislazione e presiede l’amministrazione della convivenza. Esso è stato messo in piedi con gradualità e pazienza dopo il disastro del 1870, in cui non solo si è frantumato un impero, ma la compagine nazionale stessa si è spezzata con la cessione dell’Alsazia Lorena al rinato impero germanico, e soprattutto con una guerra civile senza precedenti nel cuore del continente europeo. In sessant’anni la Francia ha consumato due regni una repubblica e un impero, per approdare con gli elmi a chiodo prussiani sui Campi Elisi e decine di migliaia di fucilazioni e deportazioni oltreoceano. La Terza Repubblica nasce così: con lo straniero in casa e i cuori, gli interessi e le opinioni distesi su un ventaglio che va dal comunismo utopico alla nostalgia per San Luigi e la cavalleria medievale. Lo straordinario sviluppo morale e civile del Paese non comporta di per sé alcuna garanzia di sopravvivenza nella gara di Stati nazionali che accelera nel mondo. Lo Stato nazionale tedesco sembra aver vinto la gara, almeno sul Continente. Alla Francia tocca l’arduo compito, se vuol salvare il suo specifico genio e una forma politico-istituzionale unica fin lì, di darsi istituzioni politiche che non tradiscono i suoi principi fondativi e al tempo stesso li faccia realistici e competitivi. Libertà, ma non di agire contro la Repubblica (e non furono tolleranti vandeani e comunardi); eguaglianza, e quindi no ai ceti dell’Antico Regime, con nobiltà e clero separati dal gran corpo della Nazione; fraternità, correttiva delle diseguaglianze sociali ma senza approdi di utopici livellamenti. Dopo un quarto di secolo, la mano forte che teneva gli ufficiali monarchici a inquadrare la coscrizione obbligatoria, i ceti medi nell’amministrazione, le avanguardie operaie nel prudente solidarismo legatorio, sembra per altro indebolita. L’Affaire Dreyfus tende le divaricazioni al limite, mentre la sfida internazionale si accentua. Il Reich di Guglielmo II è sempre più forte e minaccioso, l’Inghilterra resta una temibile rivale oltreoceano, l’Italia è comunque partner della triplice Alleanza, la Russia vacilla…, anche la Santa Sede di Leone XIII e Rampolla, l’unico vero alleato della République per un quindicennio non c’è più.
Agli inizi del Novecento bisogna già riprendere il controllo delle menti e dei cuori, riportare al centro la barra del timone. L’occasione è un singolare caso diplomatico: la visita del presidente Emile Loubet al re d’Italia, Vittorio Emanuele III, che sappiamo non ostile alla Rèpublique e consentaneo a quei politici, da Giolitti a Visconti Venosta, fautori dei migliori rapporti con la Francia fino ai limiti stabiliti dalla Triplice alleanza. Gli incontri tra i capi di Stato non erano allora così frequenti come al giorno d’oggi, ove hanno perso di specifico significato, banalizzandosi senza rimedio. Ma allora, comportavano una pubblica manifestazione al di là dei silenzi delle cancellerie, di inclinazioni e tendenze dei sempre mobili equilibri delle potenze. Nel caso italo-francese, poi, politica interna e politica esterna convergono su un miglioramento sostanziale dei rapporti tra Roma e Parigi, anche se un ostacolo, temuto e ignorato, si frappone sin dalle prime sequenze di progetto. La Santa Sede non ammette dal 1870 che il capo di una nazione cattolica si rechi in visita al nuovo padrone del Quirinale declinando anche un suo successivo omaggio al Pontefice. La Francia non può ammettere questo diniego: la visita ai Savoia è elemento importante della sua strategia svolta a svellere i cardini della politica bismarckiana di assedio all’unica repubblica - Svizzera a parte - del continente. Loubet viene ricevuto con la massima solennità a Roma e la Santa Sede di Pio X e del suo segretario di Stato Merry Del Val non è in grado di evitare «l’affronto». Non possiamo neppure immaginare quale poi sarebbero state le scelte dei loro rispettivi predecessori: Leone XIII e Rampolla. Sta di fatto che le relazioni entrano in crisi, con minacce di ritiro di ambasciatori e nunzio e approdano a una rottura delle relazioni diplomatiche. Ma Loubet e Combes non si fermano qui e riescono a far varare una legge che - fra l’altro - statalizza completamente la scuola e riorganizza la proprietà ecclesiastica. La classe dirigente del Paese va allevata secondo i principi nazionali e repubblicani; le congregazioni, e specificatamente quelle votate all’educazione, vengono spazzate via. La compenetrazione tra Stato e Chiesa, tra politica e religione, che aveva caratterizzato la storia dell’Esagono (con l’eccezione del decennio rivoluzionario), finisce dunque agli albori del Novecento. Quel che è più, si afferma un modello di «uomo repubblicano» che ha per ava la Rivoluzione, per presente lo sviluppo scientifico ed economico, per futuro una società fortemente ugualitaria e conforme ai valori che la Francia ha voluto rappresentare nell’ultimo secolo. Non c’è posto per le nostalgie del passato, monarchico e feudale; è arginata l’utopia sociale che aveva dato saggio di sé nel 1830, nel 1848, nel 1870-71. Al liberté, egalité, fraternité assurti a principi fondativi della convivenza si aggiunge (com’è scritto nelle costituzioni successive al 1792) la proprieté, quasi architrave che regge il tutto, che riequilibra le spinte tendenzialmente esclusivistiche e potenzialmente distruttive. Tutta l’amministrazione si impegna in questo senso: bisogna riconquistare le campagne, sottrarle all’influenza del prete e (residua) del signore. Creare un ceto di maestri repubblicani che quei valori incarnino e trasmettano, una rete direttiva fondata su elementi formati in grandi scuole, elitarie e meritocratiche, come la Normale, La Polytechnique, le Mines, La Saint-Cyr e varie altre ancora. Formare un buon ufficiale è importante come avere convinti e fedeli maestri, ispettori, direttori, sottoposti alla stretta vigilanza delle Università, ben altrimenti impegnate, nella République rispetto al Regno d’Italia, e sottratte a un superbo quanto inutile distacco dalle sorti dello Stato.
La République non ammette proposte di civiltà alternative alla sua: né vagheggiamenti capetingi né petrolieri incendiari, fucilatori di arcivescovi. La barra è posta al centro, l’ordine legale mantenuto con mano ferma (mentre la povera Italia ha ancora dopo un secolo e mezzo quattro regioni di problematica sicurezza pubblica). Là, gli oppositori non sono soppressi, ma emarginati sino all’impotenza. Quali siano gli interessi nazionali è ben chiaro a tutti, e non argomento di accademiche tavole rotonde. La République, la procace combattente sulle barricate illustrata sulla tela di Delacroix, diventa studiosa, buona amministratrice, fieramente patriota, e merita di finire sulla banconota da cento franchi, l’ultimo conio propriamente francese, prima dello slargamento dei confini e della vittoria dell’euro. Tutto il problema sta qui. I liberali italiani, dalla destra storica fino a Giolitti, sono - appunto - liberali, e non giacobini, e non sono disposti a travalicare il quadro dei valori che essi stessi si sono dati. Quando hanno, o credono di avere, le spalle al muro, sono disposti a usare la forza, a Palermo nel 1866, a Milano nel 1898. Ma si tratta di situazioni eccezionali, cui porre riparo con un pronto ritorno alla normalità, quasi scusandosi per le deroghe applicate a uno «stile» liberale oramai irrinunciabile. Non è un caso che la Corte dei Conti abbia rifiutato di registrare i decreti lesivi delle libertà statuarie emanate nel 1898. I lavori sporchi, stati d’assedio, guerre coloniali, gravano sull’esercito e in definitiva sulla Corona, coi catastrofici risultato che sappiamo: una classe dirigente imbelle si nasconde dietro il trono, cioè dietro lo Stato, mentre suo orgoglio avrebbe dovuto essere la protezione di quel bene, l’Italia monarchica e liberale edificata nella concordia di Cavour e di Garibaldi. Dopo il 1945, la storiografia egemone non poteva perdersi nelle nostalgie per il passato preunitario e non doveva in nessun modo legittimare il Regno, contaminato dal fascismo. La via più frequentata fu quella della contestazione degli esiti del Risorgimento e, più agevole, la storia «interna» dei movimenti cattolici e socialisti alternativi all’esistente, non mai raccordata ai grandi problemi dello sviluppo socioeconomico e della politica internazionale. Esonerati, come credono, dalle effettive responsabilità della gestione del Paese, possono molti storici adagiarsi nella tranquilla sapienza del postero e nei confortevoli rituali dell’accademia. In effetti, per un altro tratto della loro storia parallela, le vicende italiana e francese si sono diversificate: mentre la Francia affronta la contemporaneità innervando libertà e democrazia con poderose istituzioni statuali (grandi scuole meritocratiche, organi tecnici che correggono la variabilità ministeriale, corpi a corpi consultivi che fanno sentire la voce di un’amministrazione quasi onnipotente), l’Italia affida tutto al gioco elettorale e alla rappresentanza parlamentare. Di là delle Alpi il baricentro del sistema costituito dalla continuità degli interessi nazionali che si affermano anche nella débacle del 1940, di qua prevale il «partito», cioè in concreto lo spirito di fazione. In una certa stagione della nostra storia si arriverà a dotare - primi al mondo - il partito al potere di una forza armata propria, il che non fu tollerato né dalla Wehrmacht né dall’Armata rossa, che fino al ’39 ebbero il monopolio della forza dello Stato. Difficile in questa situazione dare all’Italia un forte centro aggregante: tutte le ipotesi, religione civile, cittadinanza costituzionale, missione del mondo, ponte tra Nord e Sud, si arenano sul litorale delle belle speranze, mentre la classe politica si limita a praticare l’ottativo, e tutto finisce lì. Ma almeno guardiamo con rispetto ai «valori repubblicani» dei nostri fratelli francesi.

 

web agency Done Communication