25 marzo 1999 - liberal settimanale
L’ultima provocazione, la più dura, l’ha lanciata Nicola Matteucci su Il Giornale del cinque marzo. Perché ha messo sul tappeto, senza mezzi termini, la domanda fondamentale: un liberale può andare d’accordo con la Chiesa? È un interrogativo che arriva dopo un mese di accese polemiche scatenate dal voto in Parlamento sulla fecondazione assistita. La bocciatura della fecondazione eterologa, quella cioè che prevede il ricorso a gameti od ovuli di un donatore, di un terzo rispetto alla coppia, ha fato parlare di vittoria del «fronte cattolico» (Il Corriere della Sera), riproponendo una contrapposizione tra laici e cattolici nella politica italiana che è dura a morire. E se di recente, oltre alla fecondazione, la parità scolastica, le coppie omosessuali e quelle di fatto hanno inasprito il confronto, è giusto chiedersi se sul crinale laici-cattolici non stiamo vivendo il riacutizzarsi di uno scontro che attraversa la stessa storia della Repubblica, e che dal Sessantotto in avanti ha riservato ricorrenti scaramucce e, talora, anche duri scambi d’artiglieria. Basti pensare alle battaglie per il riconoscimento del diritto al divorzio, e poi per quello all’aborto. Una contrapposizione che, da una parte, vede la riaffermazione a oltranza di valori quali la famiglia e il diritto alla vita e, dall’altra, la rivendicazione del diritto all’autodeterminazione dell’individuo e della donna. La contrapposizione fra laico e cattolico sembra irriducibile, eppure sorprendentemente la prima elaborazione del principio laicista si può far risalire a un Papa, Gelasio I, che nel V secolo formulò la teoria delle «due spade», cioè dei due poteri presenti nella storia e autonomi l’uno dall’altro: quello politico e quello religioso. Di tutto questo abbiamo parlato con Nicola Matteucci.
Professore, da una rassegna stampa degli ultimi giorni sembrerebbe che uno Stato laico per esser tale debba necessariamente approvare la fecondazione eterologa. È così?
Parlare di Stato laico aveva un senso nell’età dell’assolutismo, quando la Chiesa voleva imporre agli Stati le proprie convinzioni e i propri valori religiosi. In quello scenario aveva un senso perché costituiva una difesa dall’intromissione della Chiesa. Nella realtà odierna questo pericolo non c’è più, è superato; abbiamo semmai le intromissioni di cittadini cattolici che vogliono difendere certi valori. Ma questo rientra perfettamente nella logica democratica liberale. Esiste un esempio recente, emblematico, di come questa pretesa e fin troppo sbandierata contrapposizione fra cattolici e non cattolici rilevi, in realtà, la povertà di un dibattito che ignora, volutamente o meno, elementi che vanno oltre l’appartenenza religiosa. Quando i cattolici difendono la parità scolastica, ecco l’esempio a cui mi riferivo, si richiamano alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, la quale è parte integrante del nostro diritto, perché l’abbiamo sottoscritta e perché fa parte della nascente Costituzione europea. Ma questo non appassiona gli animi, non è l’elemento su cui gli oppositori alla parità scolastica pongono l’accento. Quello che viene messo in evidenza, invece, è che sono i cattolici a richiedere certe cose e che perciò è una battaglia «religiosa».
Ma nella vicenda dell’approvazione della legge sulla fecondazione assistita, secondo lei, lo Stato italiano si è fatto «trascinare» dai cattolici?
Siamo in un regime democratico e in questa situazione lo Stato laico è uno Stato indifferente, che non privilegia una concezione o religione piuttosto che un’altra. Insomma lo Stato laico non deve dipendere da dettati religiosi ma nello stesso tempo è indifferente verso i valori religiosi di cui i suoi cittadini sono portatori. E dunque se i suoi cittadini, attraverso i loro rappresentanti, fanno prevalere in Parlamento un certo valore piuttosto che un altro, questo rientra perfettamente nelle regole democratiche di uno Stato liberale.
Non le pare che in Italia questa accezione non sia molto diffusa?
La colpa, in un certo senso, è della rivoluzione francese. Alexis De Tocqueville, un classico del liberalismo, parla di una pluralità di Chiese in America e ritiene che queste, pur nella separazione tra Stato e Chiese, siano una istituzione politica necessaria e indispensabile per un regime democratico. Benedetto Croce, altro grande liberale, soprattutto nel finale della Storia d’Europa, riconosce i valori cristiani come elementi indispensabili, perché questi valori, che abbiamo imparato nella religione cristiana, s’iscrivono nella «religione della libertà». Ora questi non erano dei cattolici ma dei liberali. questo filone liberale, però, è stato completamente cancellato dal laicismo, dal mito dello Stato laico, soprattutto in Francia durante la Rivoluzione francese.
Ma nella società odierna delle democrazie occidentali cosa significa «Stato laico»?
Mi consenta un passo indietro. La Rivoluzione francese vedeva nella Chiesa l’espressione dell’ancien régime e sviluppò una concezione razionalistica che faceva dello Stato laico l’autentico portatore dei valori. È qui il punto nodale: per i liberali i valori sono dati dagli individui e dalle Chiese nella società civile; nella concezione laicista, invece, è lo Stato laico a diventare uno Stato etico, che si fa portatore di valori. Non per nulla Benedetto Croce attacca lo Stato etico in quanto Stato non liberale.
Ha parlato di una concezione laicista invece che laica. Qual è la differenza a cui allude usando questo aggettivo?
La distinzione fra laico e laicista è dovuta all’ambiguità del termine «laico». Siamo tutti laici perché è laico chiunque non appartenga a un ordine religioso; ma sono laicisti quelli che fanno di questo «laico» un’ideologia legata allo Stato. Per spiegare questa differenza mi rifaccio a una nota autobiografica. La distinzione fra laico e laicista è nata con Il Mulino all’inizio della sua storia. Eravamo un gruppo di amici: cattolici, socialisti e liberali e trovammo un punto d’incontro proprio nel fatto che i socialisti non erano massimalisti, i cattolici non erano integralisti e i liberali non erano fanatici del laicismo. Per quello fummo attaccati da Il Mondo di Mario Pannunzio, con un famoso taccuino intitolato «I collitorti», cioè quelli che si genuflettono troppo e hanno il collo storto. Tornando allo Stato laico, non è lo Stato a dover essere portatore di valori; ma sono i singoli individui e i loro gruppi, che possono essere sia politici che religiosi. Quindi, conformemente alle regole democratiche, questi possono incidere sulle scelte del governo tramite le proprie rappresentanze. Ma non si può parlare di Stato laico come di un dogma indiscutibile.
Di quali valori è portatore il laicista?
Ero in Francia quando ci fu la manifestazione contro le due ragazze islamiche che indossavano il chador. Io dissi che si poteva accettarlo. Ma un grande professore francese, con cui stavo pranzando, mi disse: «monsieur, vous êtes un fou. Il y a l’état laïc». È un fatto molto significativo: c’è ancora questo mito dello Stato che finisce per uccidere le diversità, la pluralità.
E il laico (non laicista) liberale può andare d’accordo con il cattolico in materia di difesa dell’embrione, di opposizione alla fecondazione eterologa?
Le rispondo con i casi emblematici di due personaggi che sono laici ma non laicisti: Norberto Bobbio e Giuliano Amato. Entrambi sono contrari all’aborto e all’allevamento degli embrioni.
Quali sono i principi a cui s’ispira questo uomo laico e non laicista?
Innanzitutto all’etica della responsabilità e cioè alla considerazione delle conseguenze che possono nascere da qualsiasi sua azione; poi, come diceva Hannah Arendt, al rispetto del mistero della nascita e al rifiuto dell’introduzione della tecnologia nella vita umana. Qui, però, bisogna fare attenzione, non si tratta di qualsiasi tecnologia bensì di quella che vuole sostituirsi alla vita e creare la vita. Questi sono problemi di tutti che, come diceva la filosofa tedesca, vanno discussi senza però lasciare la soluzione del problema agli scienziati e ai politici.
Si è detto che non permettere la fecondazione eterologa neghi un diritto: quello di chi il figlio lo vuole ed è pronto a usare gameti od ovuli di terzi pur di averlo. Si è così sbandierato il diritto all’autodeterminazione dimenticando il diritto del nascituro di conoscere i propri genitori biologici. Qual è la sua opinione in proposito?
L’autodeterminazione delle persone è un principio del liberalismo. Ognuno è evidentemente libero di fare quello che vuole, però, anche qui, attraverso un’etica delle conseguenze. Perché per un liberale la libertà ha sempre un limite: la libertà degli altri, se non si tiene fermo questo punto siamo fuori dall’etica liberale. Riguardo ai diritti del nascituro, questa non è un’invenzione cattolica; esisteva già nel diritto romano. Inoltre, la fecondazione eterologa pone problemi anche al diritto di famiglia. E poi di quale coppia parliamo? Quando si vuole riconoscere questo diritto anche alle coppie omosessuali, si dimenticano completamente le responsabilità. Perché un bambino ha bisogno di un padre e di una madre. Io sono stato impressionato da una ricerca sociologica fatta negli Stati Uniti su figli di coppie separate. Specialmente se la separazione è avvenuta quando erano molto piccoli, crea loro degli enormi scompensi e incapacità di inserimento. Etica della responsabilità significa appunto questo: guardare alle conseguenze e prenderne atto, invece di concentrarsi solo sui propri desideri infischiandosene di quello che potrà succedere dopo, agli altri.