Nella storia della sinistra italiana c’è un debolezza strutturale, dovuta all’assenza di un solido filone culturale di socialismo revisionista di stampo europeo. Più precisamente, è mancata all’Italia una sinistra dotata della cultura politica originata dalla grande tradizione socialdemocratica: quella che va da Bernstein all’incontro con il liberalismo di Beveridge e con le teorie di Keynes, fino all’opera delle socialdemocrazie di governo degli anni Sessanta e Settanta. Chi, nella sinistra italiana, ha percepito più lucidamente questo deficit di cultura riformistica, è stato Bettino Craxi. Egli ha fatto del confronto sul profilo ideale della sinistra il terreno su cui condurre la nuova battaglia autonomistica dei socialisti. È stato il Psi di Craxi a porre, a cavallo degli anni Ottanta, la questione urgente dello svecchiamento della cultura, dei programmi, del linguaggio della sinistra. Craxi aprì il fronte del revisionismo: l’autonomia che i socialisti rivendicavano aveva la propria ascendenza ideale nel socialismo liberale. La battaglia liberal-socialista condotta da Mondoperaio tra il 1978 e il 1982 segnò un punto di non ritorno per l’evoluzione e la modernizzazione della sinistra italiana. La risposta che la cultura comunista oppose alla sfida socialista fu del tutto anacronistica. Essa si arroccò nella difesa retorica di un antiriformismo scolastico e anchilosato. Enrico Berlinguer liquidò con sufficienza l’elaborazione socialista come «roba da professori che non hanno letto neppure un rigo di Marx». Da parte di alcuni intellettuali comunisti ritornò, nella polemica, una sorta di opposizione tra tradizione socialista e formalismo liberaldemocratico; altri respinsero la critica sui rischi consociativi della politica del Pci insistendo sulla formula di una «ricomposizione unitaria» della società civile, che tradiva la persistenza di un residuo organicistico nel Pci e alimentava sospetti su una effettiva accettazione del pluralismo. Questa cultura arcaica e paleo-marxista peserà a lungo e assai negativamente sugli eredi del Pci. Il partito cambierà denominazione, ma stenterà a fare i conti con la propria storia. Proclamerà a parole una scelta riformista, ma per molto tempo essa non avrà una forza politica reale, perché non diventerà mai «senso comune» dei gruppi dirigenti post-comunisti.
Tutte queste affermazioni (che ho riportato quasi alla lettera) si trovano nel libro di Umberto Ranieri, La sinistra e i suoi dilemmi. E bisogna dire che non accade spesso di leggere parole di questo tenore negli scritti di esponenti diessini. E tuttavia, anche in questo coraggioso libro di Ranieri c’è una cosa che colpisce negativamente: là dove, in un breve paragrafo dedicato a Gramsci, lo si presenta come un novello Bernstein. Ma Gramsci non stato il teorico dell’«egemonia» del «moderno Principe», cioè del Partito comunista? E che senso ha iscriverlo all’interno della tradizione riformista? Non si ritorna così alla vecchia mentalità comunista, per la quale ogni cambiamento deve essere iscritto nella continuità, senza traumi e senza rotture nette?
Umberto Ranieri, La sinistra e i suoi dilemmi, Marsilio, 128 pagine, 10,00 euro