Le classificazioni includono inevitabilmente un tasso di arbitrarietà. Fenomeni complessi e stratificati - dettati spesso da esigenze di dare risposte politiche immediate a situazioni acute - come sono in generale i sistemi di protezione sociale, non si lasciano facilmente infilare le «braghe» di una modellistica costruita a tavolino e a posteriori esaminando tratti caratteristici e distinzioni appartenenti a un divenire storico spesso abbastanza casuale piuttosto che a scelte più o meno consapevoli. Eppure si è soliti distinguere (pur ammettendo nella realtà un’ampia gamma di «contaminazioni») due grandi tipologie di modelli di solidarietà: quelli universalistici e quelli lavoristici-occupazionali. Nei primi il progetto di Welfare State copre indistintamente tutti i cittadini, i quali formano così un unico bacino redistributivo, coincidente con l’intera comunità. È lo Stato che si assume l’onere di garantire un livello di protezione sociale (magari, all’inizio, ai soli indigenti) solitamente finanziato tramite la fiscalità generale. Col tempo, laddove è operante, tale livello si è ampliato in quantità e qualità. Tendenzialmente, però, tale modello assicura standard minimi e uniformi (può essere a sua volta residuale nel senso si svolgere funzioni di lotta all’emarginazione oppure realizzare un sistema compiuto di sicurezza sociale) e coesiste con forme estese di autotutela privato-collettiva. Nell’altro caso, il Welfare State copre separatamente un ambito più o meno vasto di categorie definite in genere per il settore di appartenenza; così ciascuna categoria diviene una comunità di redistribuzione rispetto alle altre. I diritti sociali divengono un corollario dei diritti dei lavoratori (dipendenti o autonomi); il finanziamento è di natura contributiva, anche se non mancano consistenti interventi statali. All’origine dei modelli lavoristici-occupazionali esistevano forme di autotutela di gruppo (casse, mutui, fondi, ecc.) basate sui principi assicurativi contro i rischi canonici (vecchiaia, infortuni, malattia, maternità, disoccupazione) e altri minori o derivati: rischi definiti in rapporto alla possibilità di procurarsi un reddito tramite il lavoro. Poi, nei primi decenni del Ventesimo secolo si è passati (per iniziativa degli Stati) a forme di assicurazione obbligatoria (le cosiddette assicurazioni sociali). È bene notare, a questo proposito, che la promozione di consistenti apparati di solidarietà non è una prerogativa dei soli Stati democratici, ma, in una determinata fase storica, di tutti gli Stati, anche di quelli contrassegnati da regimi autoritari, a prova che si è trattato di «un passaggio» epocale che risale, nella generalità dei casi, all’esigenza di predisporre una rete di protezione per le masse popolari dopo la «grande depressione» della fine degli anni Venti e dell’inizio del decennio successivo.
Il caso italiano
L’evoluzione del Welfare all’italiana è considerata quanto mai pragmatica, talvolta asistematica, fino al limite di un’essenziale ambiguità, tanto da ritenere che il suo impianto non sia il frutto di un progetto meditato, quanto piuttosto di casuale sedimentazione sollecitata sovente da vicende contingenti, al fine di soddisfare microinteressi corporativi, attraverso un eccesso di legislazione stratificata e alluvionale. Così, proprio a quell’eccesso va addebitata la progressiva perdita di controllo sugli effetti redistributivi impliciti nell’operare del sistema con le note conseguenze sulla finanza pubblica. Si pensi che in Italia i costi della sicurezza sociale sono passati dal 10,7% del Pil nel 1950 al 25,7% nel 1983, quando si cominciò a capire che qualcosa stava scappando di mano. Negli stessi anni, nel principale Paese a economia pianificata, l’Urss, la forbice andava dal 10,2% al 13,8%. Più o meno nel medesimo periodo, nelle 13 nazioni più importanti d’Europa la quota delle prestazioni sociali rispetto al prodotto lordo aumentava di più del doppio, passando dal 7,6% al 17,2%. Nei sei Paesi fondatori della Comunità le spese sociali sono cresciute nel medesimo arco di tempo dal 15,5% al 27%. Il nocciolo del nostro modello di Stato sociale è scritto nell’articolo 38 della Costituzione, una norma che è parte integrante di quel Titolo III della Parte I dedicato ai Rapporti Economici che contiene gli aspetti più datati, intrisi di ideologie, della Carta fondamentale. Nell’articolo 38 si trova una miscellanea di quei concetti che intrigano il nostro dibattito sempre alla ricerca di distinguere l’assistenza dalla previdenza, al solo scopo di caricare sulla prima funzioni e oneri da cui liberare la seconda onde restituirla petrolinianamente «più forte e gagliarda di pria». Nell’articolo 38 è sancito, innanzi tutto, il diritto di ogni cittadino inabile al lavoro, sprovvisto dei mezzi necessari per vivere, al mantenimento e all’assistenza sociale (comma 1); è assicurato (comma 2) ai lavoratori il diritto - in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria - a mezzi adeguati alle loro esigenze di vita; è garantito agli inabili e ai minorati il diritto all’educazione e all’avviamento professionale (comma 3); infine, sebbene sia prevista (comma 5) un’esplicita garanzia di libertà per l’assistenza privata (come per ogni altra attività economica), viene attribuito a organi e istituti predisposti o integrati dallo Stato la funzione di provvedere ai compiti previsti nell’articolo (comma 4). Non si può certo affermare che l’articolo 38 delinei un assetto particolarmente moderno e innovativo, ma almeno è chiaro nella sua impostazione generale. Più recentemente sono state affacciate interpretazioni evolutive in grado di rappresentare una diversa visione della tutela, aperta a nuovi bisogni o meglio a una più articolata e paritaria gerarchia dei bisogni. Secondo queste teorie, previdenza e assistenza perseguono il medesimo obiettivo della liberazione dal bisogno e non sono dunque caratterizzate da una distinzione funzionale ma da un differenziazione strutturale connessa all’ambito e all’intensità della tutela in conseguenza del diverso modo con cui l’ordinamento valuta le esigenze dei cittadini in genere rispetto a quelle dei lavoratori. Secondo tale interpretazione della norma esiste una sola finalità della tutela assicurata: la liberazione dal bisogno, appunto.
La vecchia Europa e il Welfare della rivoluzione industriale
Ma come ha potuto fiorire nel Vecchio Continente un’idea tanto estesa e compiuta di tutela dei lavoratori dalla culla alla tomba? Lo Stato sociale è frutto dello sviluppo economico, assai intenso e duraturo in Europa e soprattutto con radici lontane. Non è forse avvenuta nella vecchia Europa la rivoluzione industriale? A voler rispondere onestamente, infatti, bisognerebbe ricordare quanto la crescita economica sia dovuta alla enorme disponibilità di materie prime a prezzi stracciati e dunque a quel fenomeno di cui noi europei non possiamo andare molto fieri e che è noto col nome di colonialismo. Non è un caso che, per venire a tempi più recenti, l’economia dei Paesi industrializzati abbia imboccato un diverso corso dopo la crisi petrolifera degli anni Settanta. La struttura produttiva ne subì una trasformazione profonda, al pari dell’idea stessa di crescita economica. Allora, anche lo Stato sociale perse le sue radici e fu costretto ad appoggiarsi ai bilanci degli Stati e al debito pubblico. Inoltre, si è sviluppata una sindrome grave: quella della tutela diseguale. In quale altro Paese una consistente minoranza, dotata di un forte e consolidato potere politico di interdizione, gode di un ventaglio di diritti assai più ampio e generoso di quello generalmente riconosciuto a una parte consistente della popolazione, anch’essa connotata da quelle «stimmate» dell’essere lavoratore che da noi fanno la differenza? Solo una parte della società (e dello stesso mondo del lavoro) si avvale, infatti, di uno status pieno di cittadinanza, nel senso che unicamente a essa sono riconosciuti i diritti sociali, essenziali al pari di quelli di libertà nel definire lo standard della condizione della persona in qualsiasi nazione civile. Va da sé che non esiste una meccanica giustapposizione tra il corpus juris attinente al rapporto di lavoro e quello relativo al sistema di sicurezza sociale. Il primo si muove, in larga misura, nell’ambito del diritto privato e delle regole del contratto; il secondo è incardinato in un solido ordinamento legislativo e amministrativo. Tali diverse nature non incidono particolarmente sulla filigrana normativa: anche il rapporto di lavoro è inquadrato in un articolato impianto legislativo e in un assetto contrattuale ad ampia copertura, può contare sul riferimento di una giurisprudenza consolidata. Diversamente però dalle guarentigie dello Stato sociale, riconducibili generalmente al novero dei diritti soggettivi e degli interessi legittimi da far valere nei confronti della pubblica amministrazione, le prerogative riconosciute al prestatore d’opera finiscono inevitabilmente, prima o poi, per viaggiare sul tapis roulant dei processi economici che ne condizionano inevitabilmente la tutela effettiva, a partire dai prius simmetricamente opposti della (non) sicurezza del posto di lavoro e dell’esigenza vitale, per l’impresa, di produrre profitto.
Storia lavorativa e qualità della pensione
Questo regime di maggiore incertezza della fase temporale dedicata al lavoro rispetto a quella extra o postlavorativa, al di là delle affermazioni contenute nelle norme astratte, a efficacia teoricamente universale, rimbalza inevitabilmente, squilibrandola, anche su di una struttura dei diritti sociali, pensata all’interno di coordinate fisse, stabili e continuative. Per la grande maggioranza degli italiani è prevista, ad esempio, l’applicazione di un sistema di previdenza obbligatoria, le cui regole, tra l’altro, stanno persino uniformandosi dopo anni di frammentazione corporativa. Eppure, solo un visionario incallito si affiderebbe alle norme scritte per trarre delle conseguenze assolute. Una carriera lavorativa contraddistinta da andamenti saltuari e precari lascia un indelebile segno negativo anche sul piano dei trattamenti di pensione; mentre una carriera stabile, in forte progressione professionale e retributiva provocherà ricadute estremamente positive (a portata per altro ingrandita da fin troppo generose normative) sul versante previdenziale. Senza dover mettere a facile confronto il valore aggiunto che una vita trascorsa nella pubblica amministrazione determina anche sul trattamento pensionistico e rimanendo nell’area del lavoro privato, sarà persino troppo facile constatare che raramente un edile o un bracciante potranno avvalersi della pensione di anzianità, che, invece, sembra essere la forma normale di quiescenza degli addetti all’industria metalmeccanica e manifatturiera in generale. Almeno fino a quando non si esaurirà l’afflusso delle generazioni del baby boom e dello sviluppo industriale. Le medesime considerazioni valgono se consideriamo la dimensione territoriale del problema: il 70% delle prestazioni di anzianità, godute da titolari in età inferiore a quella di vecchiaia, è concentrato in cinque regioni del Nord. Tali discrepanze (che rendono assai poco equo un sistema soprattutto se di mano pubblica) sono il frutto avvelenato di un modello istituzionale costruito su misura di talune figure sociali, alle quali viene riconosciuta una sorta di centralità, nel senso cioè di ritenere che le loro caratteristiche professionali e lavorative siano rappresentative dell’intero mondo del lavoro. Succede, così, che questi settori (nel nostro caso, si tratta di quanti hanno conosciuto una condizione di sicurezza e stabilità) godano al meglio delle possibilità consentite dal sistema, magari a scapito (ecco la solidarietà rovesciata) di chi non è in grado di far valere i medesimi requisiti. In sostanza, una situazione di relativo privilegio, durante la vita attiva, perdura anche al momento della pensione, quasi sempre in mancanza di un corrispondente apporto sul piano del finanziamento. Non è detto, infatti, che quanti ottengono di più abbiano anche pagato un corrispettivo congruo. Il meccanismo della ripartizione (quello in base a cui sono le risorse prelevate ai lavoratori attivi a finanziare le pensioni correnti) è cieco (ma non giusto): riconosce ai pensionati dei diritti e se ne accolla l’onere, a prescindere dai costi sopportati dai titolari, ai quali è sufficiente far valere o un’età anagrafica o un anzianità di servizio, pari a quelle previste dalle norme. Il loro apporto, da persone in attività, al finanziamento del sistema è servito (nella misura di volta in volta stabilita) a mantenere il giro della ripartizione nei confronti di coloro che erano pensionati. Col difetto connaturato a tutti i sistemi a ripartizione: che inducono i governi a essere generosi coi pensionati, quanto il rapporto attivi/pensioni è favorevole e al sistema affluiscono risorse maggiori di quelle necessarie. Quando, poi, la relazione inverte il proprio segno, si rimane ingabbiati nella sequela delle promesse e delle aspettative e si cade nella spirale del debito, dal momento che il prelievo contributivo non può essere aumentato fino al punto di penalizzare oltre misura il costo del lavoro e deprimere il reddito degli occupati.
Gli scenari attesi
Le considerazioni fin qui svolte portano a una conclusione: non è possibile riformare lo Stato sociale, senza modificare le regole del lavoro. A pensarci bene, anzi, tra mercato del lavoro e struttura di protezione sociale occorre invertire il tradizionale rapporto, in forza del quale la seconda era al servizio del primo. Il nuovo Welfare, invece, deve essere pensato in maniera tale da agevolare e rendere possibile lo sblocco del mercato del lavoro. È necessario, allora, lasciarsi alle spalle la centralità del posto, l’essenzialità del rapporto. Il lavoro del futuro sarà fatto da un mosaico di attività, mutevoli e intercambiabili, autonome e alle dipendenze. Non sarà più il tempo a fare da contenitore del lavoro, ma il contrario, nel senso che l’attività lavorativa si intreccerà di più con altri momenti della vita (si pensi al telelavoro e alle sue diverse applicazioni), con integrazioni fino a ora non immaginabili. Il lavoratore non si metterà più a disposizione di un datore per un certo tempo, ricevendo in cambio la retribuzione, ma offrirà delle opere a molti committenti. Il posto fisso cederà il passo alla molteplicità dei lavori. L’occupazione non sarà, allora, il risultato di un solo rapporto alla volta, ma di più relazioni nel medesimo tempo. Quando si tracciano degli scenari si cade sempre nella trappola della fantasia. La linea di tendenza è, tuttavia, quella delineata. I settori trainanti della rivoluzione industriale postbellica furono quelli dei beni di consumo durevoli dei comparti manifatturieri, sostenuti dal telaio portante dell’industria di base. Oggi, la svolta è imperniata sulla tecnica dell’informazione (dai computer alle telecomunicazioni, all’automazione industriale), la biotecnica, i nuovi materiali, la tecnologia aerospaziale. Si tratta di innovazioni invasive, orizzontali, trasversali, che cambiano il modo di produrre (e quindi anche le caratteristiche del lavoro) degli stessi settori tradizionali (automobile, elettrodomestici, macchinari, chimica, elettronica). Da una architettura a canne d’organo, verticale e gerarchica, organizzata sul prodotto, si è destinati a passare a un sistema a rete, incentrato sulla fornitura di reciproci servizi. A questa diversa realtà devono adeguarsi il nuovo diritto del lavoro e le relazioni sindacali del futuro. Importantissimo sarà il know how formativo della persona nella sua evoluzione. Ugualmente determinanti saranno gli strumenti di promozione e di governo attivo del mercato del lavoro, nonché le regole contrattuali, ambedue alla ricerca del passaggio a Nord-Ovest tra un collettivismo ancien régime e un individualismo senza princìpi. E il Welfare? Dovrebbe necessariamente diventare il tessuto connettivo, il terreno di riunificazione di questa realtà frantumata, favorendo, nel contempo, la flessibilità del lavoro. La copertura di mano pubblica verrebbe a garantire, in tale prospettiva, uno zoccolo essenziale di protezione, in una logica non solo meramente distributiva, ma soprattutto inclusiva; rivolta a combattere, cioè, l’emarginazione, non già a difendere le condizioni dei soggetti forti. Per il resto, una fitta trama di esperienze di autotutela (dai fondi pensione alle mutue sanitarie) potrebbe riannodare i fili di una solidarietà di gruppo e fare raggiungere, nell’unico modo fattibile, ceti e settori del mondo del lavoro, ora sostanzialmente estranei - perché disinteressati o esclusi - ai tradizionali modelli. È la storia che si ripete, dunque? E il sindacato è forse costretto a tornare alle origini? A gestire il collocamento, la formazione professionale, la mutualità territoriale (in Italia fu abolita dal fascismo, il quale, invece, statualizzò quella di categoria) e quant’altro sia utile, a un tempo, per modernizzare il Paese senza dover rinunciare a standard elevati di vita. Il terreno dell’autotutela non può certamente portarci indietro di un secolo. Anche oggi, però, il Welfare può unire ciò che il lavoro divide. Non certamente nei termini coattivi e astratti della sicurezza sociale pubblica e obbligatoria, ma condividendo un progetto di adesione ai bisogni per come si presentano nella realtà. I grandi apparati dell’amministrazione non sono in grado di spingersi così avanti, di garantire tutte le esigenze. Essi devono, allora, ritirarsi nella linea Maginot dell’essenziale e favorire il dispiegarsi delle energie vitali della società. E il Welfare sarà in condizione di drenare risorse private per l’assolvimento di finalità sociali, arricchendo, così, i mercati finanziari, gli investimenti e la circolazione dei capitali. Tonificando, dunque, l’economia anziché deprimerla. In questo senso, occorre sollecitare un riequilibrio della spesa a copertura dei rischi più tradizionali (vecchiaia, superstiti), a favore invece di altri (formazione, disoccupazione, sostegno al reddito, nuove povertà) ora sacrificati. È la frontiera del Welfare to work.
Un Welfare equo per una società aperta
Il Welfare State della società flessibile può divenire, allora, il punto di partenza di un nuovo inizio e promuovere una rinnovata stagione dei diritti. Ma come si transita dall’empireo dei valori alla realtà della politica? In questo passaggio casca l’asino della sinistra, la quale dovrebbe affrontare questa trasformazione contro il blocco sociale che ne costituisce il nocciolo duro. Si badi bene: non si tratta, generalmente, dei ceti sociali più indigenti. Non è necessario sfogliare le analisi sui redditi degli italiani per sfatare il mito per i cui i pensionati sono tutti poveri e gli operai tutti sfruttati, quando dall’esperienza personale e diretta di tutti i giorni, chiunque può rendersi conto di quanto sia falso un tale assunto. Non occorre essere cultori della materia per capire quanto sia ingiusto un sistema che si occupa, attraverso un glorioso e antico istituto pubblico, di assicurare la pensione ai dirigenti, ma non si dà la minima cura di coloro che dormono sotto i ponti e mangiano una volta al giorno alle mense della Caritas. Questa è l’Italia: Cgil, Cisl e Uil, in questo caso ancora unite, difendono il diritto di andare in pensione poco dopo i cinquant’anni (una prerogativa che sparirà solo a partire dal 2008) e hanno contrastato, nella delega del governo, la decontribuzione parziale per i nuovi assunti nonché lo smobilizzo «obbligatorio» del tfr: tali misure avrebbero consentito, non senza problemi, ai fondi pensione (uno strumento determinante per la previdenza delle giovani generazioni) di decollare. La procreazione dei figli, essenziale alla riproduzione della società, è considerato alla stregua di un lusso privato. Lo Stato sociale ha cementato un aggregato di ceti, in qualche forma dipendenti dai flussi di spesa pubblica: tale blocco resiste a ogni cambiamento. Le classi potenzialmente antagoniste non hanno ancora una fisionomia, un comune orizzonte strategico. Sappiamo identificarli, unicamente, come portatori di meriti e di bisogni: da un lato, quelli che possono rinunciare a gran parte dell’assistenzialismo di Stato perché sono in grado di provvedere a sé; dall’altro, coloro che da esso sono ignorati. La forza politica che saprà compiere questa sintesi sarà anche in grado di «afferrare Proteo». E il futuro.