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TASSE/La rivoluzione passa per l’aliquota (e l’Europa dovrà capirlo)

LIBERAL BIMESTRALE
di Oscar Giannino
Liberal n. 28 - Febbraio-Marzo 2005

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Abbassare energicamente le imposte in un Paese in cui il prelievo fiscale è sopra il 42% del Pil e la spesa pubblica oltre il 48, serve a quattro cose distinte. A riprendere con maggior forza il sentiero della crescita. A sanare il gap che ci divide dalle economie trainanti del mondo e insieme da quelle emergenti in Europa. A perseguire un disegno di maggior libertà per gli individui. A realizzare un maggior dinamismo sociale, cioè a far salire più rapidamente in alto nella piramide sociale chi oggi sta in basso. Per questo, il patto con gli italiani sottoscritto da Berlusconi che indicava in due sole aliquote il prelievo sui redditi personali, 22 e 33% con la soglia più alta a 100 mila euro di reddito, resta «il» traguardo da realizzare. Anche se il premier ha dovuto piegarsi alla lunga guerriglia di oppositori e frenatori, nell’opposizione e nella maggioranza, di chi non ha capito l’importanza essenziale della rivoluzione fiscale. Ma, innanzitutto, bisogna essere grati a Bush. Le premesse per la riduzione delle imposte finalmente anche in Italia affondano le radici nella sua vittoria, nel 2000. Quando nel gennaio 2001 George Bush nel suo discorso di insediamento annunciò il programma in cinque punti del suo primo mandato, il taglio delle imposte era al primo posto. Un programma decennale di riduzioni fiscali di 1.300 miliardi di dollari (poco meno del nostro prodotto interno lordo), incentrato sull’abbassamento della tassazione dei guadagni di borsa, con l’aliquota forfettaria del 20% ridotta al 15%, la discesa delle aliquote dell’imposta personale da 5: 39, 36, 31, 28 e 15% - con un ampio esonero nella fascia iniziale, a 4: 33, 25, 15 e 10%, aumentando anche da 500 a 5 mila dollari la detrazione per spese scolastiche. Negli Usa viene tassato il nucleo familiare, e Bush aggiunse a quelle esistenti un’ulteriore detrazione del 10% per i coniugi che lavorano entrambi. Questo complesso di proposte - reso permanente nell’attuale secondo mandato invece che a tempo come l’ha approvato prudenzialmente nel primo il Congresso - non 1300, ma oltre 1700 miliardi di dollari.
I guru alla base di questo indirizzo affondano le proprie radici in una teoria che alla prova dei fatti si è dimostrata sempre valida, e che non è affatto propria dei soli moderati e non contraddistingue affatto i conservatori. I Larry Kudlow, i John Mueller, i Brian Wesbury capo del team di previsioni della Griffin Kubik Stephens, il team Malpass/Ryding che guida le previsioni di quell’altro supermarket finanziario che è Bear Stearns & Co, sono la generazione che si è affermata studiando le serie storiche degli effetti che i tagli alle imposte hanno avuto nella crescita americana, quando sono stati energici e resi credibili - cioè il più possibile permanenti - agli occhi di lavoratori e imprese. I tagli hanno sempre ampliato la platea impositiva e prodotto maggior gettito nel medio periodo, come avvenne nel 1925 quando l’aliquota marginale massima sui redditi personali fu abbassata dal 60 al 28% e il gettito in due anni si accrebbe di un terzo. Lo stesso avvenne sotto John Kennedy, che nel 1965 la portò dall’80 al 68%. Quando quel grande rivoluzionario di Ronald Reagan fece scendere in quattro anni l’aliquota massima da dove Kennedy l’aveva lasciata a poco più del 30%, è un falso che si sia trattato di una «rivoluzione per ricchi»: negli anni 1981-89, il reddito del quintile più basso della stratificazione sociale americana crebbe del 7%, dell’8 quello del successivo quintile, del 12 quello mediano. Per effetto dei tagli alle imposte reaganiane, l’1% di contribuenti più ricchi passò dal garantire da solo il 18% del gettito, nel 1981, al 24% 8 anni dopo, e il 10% più ricco passò dal versare il 44% del gettito totale al 55%. Quanto all’argomento centrale che tanto preoccupa in Usa e in Italia il «fronte del no» - capitanato da Paul Krugman in America e dalla sinistra eurortodossa da noi, che respingono i tagli in nome del no al deficit che essi creano - il deficit federale americano era a 208 miliardi di dollari (attualizzati a prezzi odierni) quando nel 1983 Reagan adottò i tagli, toccò i 221 miliardi tre anni dopo, ma la persistenza in essere dei tagli costrinse il Congresso ad atti come la legge Gramm-Rudman che al 1988 avevano ricondotto il deficit a 155 miliardi di dollari. Non creano il deficit, i tagli alle tasse, sono le spese pubbliche che l’Europa al contrario difende. Per questo, il Berlusconi che al convegno di Confindustria del 3 aprile 2004 ancora sosteneva «se entro la fine della legislatura non saranno in vigore le due aliquote Irpef del 22 e del 33% non mi ricandiderò» per l’Italia aveva una portata rivoluzionaria. Tagliare le imposte significa obbligare a piegarsi verso il basso la spesa pubblica corrente, esercizio che da noi non riesce né a destra né a sinistra. «Ci vorranno non le forbici, ma le cesoie», disse quel giorno Berlusconi. Il punto, ora, resta di tener fede fino in fondo agli impegni. L’incredibile vicenda dei 18 mesi della verifica di governo hanno registrato cedimenti massicci alla logica degli sminuzzamenti dilatorii e delle microtutele sociali, delle piccole dosi e dei passettini gesuitici. Tagliare gli sgravi a piccole fette annuali annega nel nulla l’effetto stesso della frustata di fiducia derivante dagli sgravi alle imposte. Perché abbia effetto, la «spinta» fiscale deve essere di massa, energica, concentrata. Nelle condizioni in cui versa oggi la macchina pubblica italiana, oltretutto, il meglio gradualista è nemico del bene. Nell’ambito della rivoluzione «offertista» e della supply side economics che pose le basi per la rivoluzione reaganiana vinta sui tagli alle tasse, fu Robert Solow, nel suo A Contribution to Economic Growth del 1956, a riclassificare i cinque diversi effetti negativi esercitati da alte aliquote sulle determinanti della crescita economica: gli investimenti, l’offerta di lavoro e la sua propensione all’attività, l’allocazione dell’offerta di lavoro in settori più o meno produttivi, la produttività marginale del capitale investito, l’efficacia e lo stock degli investimenti nelle tecnologie trainanti. Per centrare insieme tutti e cinque gli obiettivi, occorreva certo da noi d’un colpo abbattere insieme sia Irpef che Irap. L’aliquota media di prelievo sul reddito d’impresa è scesa in area Ocse dal 41% nel 1986 al 30% nel 2003. Quella più alta sul reddito delle persone fisiche è scesa in media dal pauroso 67% dove era giunta nel 1980, al 39 nel 2003. Eppure lo Stato non è affatto dimagrito, visto che nell’area Ocse il suo gettito fiscale è passato dal 32% del Pil complessivo nel 1980, al 40% di fine 2002: come si vede, la curva di Laffer funziona assai più di quanto non ammetta la sinistra italiana ed europea. Decisi tagli alle tasse non solo fanno crescere di più nel breve chi li pratica concentrati nel tempo, come è avvenuto ad esempio per l’Irlanda in Europa, ma nel medio-lungo periodo ampliano anche la platea fiscale e fanno emergere imponibile nascosto. Sa Dio quanto di tutto questo l’Italia abbia bisogno. A costo di qualche sfondamento del deficit a breve, si sono sempre chiesti i critici? Ebbene sì, anche a quel costo, se il gioco vale la candela e le riduzioni fiscali sono energiche, coraggiose e sistematiche. Perché poi, quanto più decisi i tagli saranno oggi, nessuno avrà più coraggio di rialzare le tasse domani. E bisognerà allora per amore o per forza, tagliare la spesa.

Il pregiudizio ostile al far pagare meno i ricchi per crescere di più
L’eterna sfida fra il liberal-liberismo e il modello socialdemocratico è fatta di numeri, visto che i due modelli si giudicano in base alla crescita che realizzano e distribuiscono. Ed è esattamente la domanda che si è posta uno tra i più stimati macroeconomisti americani, il Nobel Edward C. Prescott. Già tre anni fa, nel suo bellissimo Barrier to Riches, Prescott aveva esposto la sintesi sul che cosa impedisse ai concorrenti degli Usa di adottare la chiave del nuovo business cycle americano, caratterizzato da forte crescita e bassa inflazione: la massimizzazione della produttività multifattoriale. Successivamente, nella ricerca che gli è valsa il Nobel, ha intrecciato la pista con quella fiscale. «Come mai gli americani lavorano così tanto più degli europei?», si è chiesto Prescott. La risposta contiene l’indicazione di quale sia la strada da battere anche in Italia. Ma occorre una premessa. La siderale attuale differenza tra produttività americana ed europea dipende da diversi fattori, primariamente l’effetto che l’investimento massiccio in tecnologie dell’informazione ha realizzato in processi e prodotti, logistica e distribuzione, oltre che nel massimizzare l’efficienza dei servizi finanziari e infrastrutturali alla produzione. Quanto alla manodopera, il problema non sta nel fatto che in termini di prodotto pro-capite per ora lavorata il lavoratore italiano ed europeo non tenga il confronto con il collega americano. Di fondo, la maggior produttività della manodopera americana dipende dal fatto che i lavoratori americani lavorano più ore al giorno, più giorni alla settimana, più settimane l’anno, e nella popolazione in età da lavoro sono molto più alte le percentuali di chi partecipa al mercato del lavoro invece che stare a casa, a studiare o in pensione. Per studiare meglio questo gap Prescott innanzitutto riconsidera i parametri «tradizionali» con cui si misura la produttività degli addetti. Rispetto alle ore di lavoro prestate annualmente per addetto e al Pil procapite per ora lavorata, i due standard, ricalcola le statistiche computando il Pil prodotto procapite annualmente nell’intera classe dei potenzialmente attivi tra i 15 e i 64 anni. Riclassificato a parità di potere d’acquisto, depurato dalla volatilità dei cambi, e considerando solo il Pil «ufficiale» su cui si pagano imposte e contributi - per cui il dato del Pil italiano scende quasi del 20% di «nero» che l’Istat vi ingloba. Il risultato è che negli anni tra il 1970 e il 1974, fatto pari a 100 il Pil procapite annuale realizzato dal lavoratore americano, quello tedesco era pari a 75, quello francese a 77, quello italiano a 53. Dopo vent’anni, tra il 1993 e il 1996, i dati sono pressoché invariati, fatto 100 quello americano il tedesco e il francese producevano 74, l’italiano era di poco migliorato a 57. Ma la produttività per ora lavorata degli europei si era enormemente accresciuta, passando da 72 a 99 per il tedesco rispetto al 100 americano, da 74 a 110 per il francese, da 65 a 90 per l’italiano. A scendere tragicamente erano le ore lavorate, da 105 a 75 per il tedesco, da 105 a 68 per il francese, da 82 a 64 per l’italiano.
E che cosa spiega una tale divaricazione nell’offerta reale di lavoro? Che il picco di maggior partecipazione al lavoro si sia determinato negli Usa tra donne sposate e nelle classi di età medio-alte a basso reddito, dipende proprio dall’abbassamento delle aliquote fiscali e contributive realizzato a beneficio dei loro redditi personali con la riforma fiscale del 1986. E per tale effetto anche il finanziamento del Welfare - negli Usa essenzialmente privato, da noi pubblico ma non cambierebbe il beneficio, effetto di una più vasta platea contributiva - risulta oggi più «coperto» di quanto sarebbe avvenuto con tasse più alte. Prescott arriva a calcolare quanto sarebbe il miglioramento di occupati, produttività e finanziamento del Welfare per ogni Paese europeo, abbassando di un decimo rispetto alle aliquote attuali i gravami impositivi e contributivi. Quel che conta però non è la previsione al decimale. Ma la lezione da trarre. Tasse e contributi più bassi inducono a lavorare di più e ciò significa più fette di torta per un maggior numero. Far finta di studiare fino a 30 anni e pensionarsi a 55 come facciamo noi significa invece tirare la cinghia e pagare più tasse, al di là di ogni illusione ed eccezion fatta per i privilegiati. Altro fattore comparativo da considerare: verso dove si è diretta, la liquidità liberata alle famiglie americane dai tagli alle imposte di Bush? In una forte crescita della domanda interna, della spesa in consumi. Soprattutto in beni durevoli, quelli destinati a durare più di tre anni, mobili, elettrodomestici, automobili. La quota di Pil americano trainata dai consumi interni è salita negli ultimi cinque anni di 3 punti, dal 68 al 71%, e l’aumento si deve quasi per intero ai beni durevoli, che da soli «pesano» ormai per il 10% del Pil americano, raddoppiando la quota in in un decennio. E sapete perché? Perché i prezzi dei beni durevoli sono scesi spettacolarmente, grazie all’elevatissima produttività. Mentre l’indice generale dei prezzi Usa saliva complessivamente del 20% nell’ultimo decennio, i prezzi dei servizi crescevano del 31%, quelli dei beni non durevoli (abiti, cibo, benzina) sono saliti meno dell’inflazione, del 17%. Ma quelli dei beni durevoli, nel frattempo, sono diminuiti addirittura del 15%. Da otto anni, grazie agli immensi guadagni di produttività che si registrano nel settore, scendono ininterrottamente tra il 2 e il 3% annuo. E non è solo in maggiori consumi, che si sono riversati i maggiori redditi degli americani. Se nel 1989 solo il 31,6% di loro deteneva titoli sui mercati finanziari, a fine 2001 erano il 52%. Oggi sono il 55. E sempre più si sono diretti verso «strumenti di mercato» a sostegno delle proprie pensioni, come i Lifetime Savings Accounts, i «fondi 401», gli Individual Retirement Accounts. Ora, nel secondo mandato, Bush giustamente si propone di estendere ulteriormente i confini di questa grande ownership society, agevolare l’investimento in strumenti di mercato di metà dell’attuale aliquota contributiva che grava sulle buste paga, negli Usa un già modestissimo 12,4% del salario lordo. Perché i mercati finanziari vivono nel breve di bolle e di frenate, ma nel medio-lungo periodo garantiscono rendimenti superiori al 2% annuo riconosciuto dalla Social Security pubblica. Persino nel ventennio peggiore del mercato finanziario Usa, quello 1929-48, il rendimento medio annuo fu del 3,35%. E da che dipende, l’alto rendimento dei titoli finanziari? Dai profitti attesi delle imprese. Che in questi anni sono sostenuti dalla crescita dell’Information technology. La quale ha un altro merito «democratico»: se consente da un lato forti innovazioni di processo e di prodotto labour saving - di qui le polemiche sulla jobless recovery - dall’altro, per le caratteristiche stesse dell’informazione e della sua immaterialità, rende molto più bassa l’«appropriazione schumpeteriana» dei profitti da parte dell’imprenditore innovatore, e si spalma invece molto più decisamente in prezzi bassi ai consumatori di quanto sia capitato con le altre rivoluzioni tecnologiche. Come dimostrano gli studi del grande William Nordhaus, che a governo e Confindustria italiani farebbe bene leggere.

Tagliare dal basso?
L’onorevole Fassino, ancora ad aprile 2004, in un suo decalogo annunciava in non meno di 1.500 euro di Irpef in meno per i redditi bassi e 600 per i redditi medi gli sgravi in caso di affermazione elettorale al 2006. Non faceva cifre di soglie precise di reddito, ma in ogni caso l’obiettivo si è perso per strada. Giuliano Amato, il 10 luglio 2004, esprimeva ormai il proprio compiacimento «che il Paese sia consapevole di diventare più povero, con una riduzione generalizzata delle tasse». Al recente Congresso Ds al Palalottomatica, gli sgravi sui redditi delle persone fisiche sono scomparsi dall’orizzonte promesso dalla sinistra, sostituiti solo da qualche apertura sull’Irap e per il resto da un inno alle tasse come cemento della democrazia e garanzia della socialità redistributiva. È una terribile battaglia, quella combattuta in questi anni dai difensori della spesa pubblica per aggredire i tagli alle imposte tacciandoli di essere solo al servizio dei ricchi, e controproponendo solo ritocchi per i bassi redditi. L’esempio americano, viene ancora una volta più che mai a fagiuolo. I dati sugli effetti di vent’anni di riduzione delle aliquote sulle diverse fasce di reddito americane sono quelli elaborati dal Congressional Budget Office. Nel 1984, prima della rivoluzione Reagan, l’aliquota marginale più elevata sui redditi sfiorava addirittura il 70%. Oggi è scesa alla metà. Risultato, considerando il contributo al totale delle imposte federali disaggregato per quintile di reddito: quello più basso cioè i più poveri hanno visto abbassarsi la loro quota dal 2,4 del 1984 all’1,1 nel 2002; il quintile più alto, i ricchi, hanno visto alzare la propria quota parte sul totale delle imposte raccolte dal 55,6% di vent’anni fa al 65,3% del 2002; quanto agli «ultraricchi», il decile più alto di reddito, è passato dal 39,3% del totale del 1984 al 50% secco di oggi; i «satrapi», cioè il 5% di redditi più alti, è passato dal 28,2% di vent’anni fa al 38,5 del 2002; e infine i Paperoni, l’1% di redditi americani più alti, sono passati dal 14,7% del totale delle imposte raccolte nel 1984 al 22,7 del 2002. Una vera debacle, per i riccastri repubblicani che hanno sostenuto Reagan e Bush figlio sulla strada dei tagli alle tasse, e punito Bush padre perché aveva contravvenuto alla promessa di non alzare le imposte. Con questa strategia, infatti, hanno accresciuto la propria quota parte di sostegno alla spesa pubblica, dimezzandola ai poveri. Perché con aliquote più basse i ricchi pagano di più e i poveri meno. Si badi bene, questo effetto di traslazione si accresce e diventa «socialmente» tanto più evidente quanto maggiore e concentrato nel tempo è il taglio alle aliquote più elevate, l’esatto contrario di quanto predicano da noi i sedicenti rassicuratori della «socialità», secondo la quale bisognerebbe evangelicamente procedere tagliando dal basso. Il problema è più di fondo. Il fatto è che tutte le proiezioni sugli effetti di cassa, in termini di minor gettito, dell’abbassamento delle aliquote, sono state realizzate in questi anni di convulso dibattito italiano sulla base dell’attuale stratificazione dei contribuenti italiani. E come potrebbe essere altrimenti, ci si potrà chiedere? A questa domanda c’è invece una duplice risposta. Una più tecnica, apparentemente meno convincente ma invece assolutamente seria. Se scaricate da Internet i papers sugli effetti delle minori aliquote introdotte negli Usa negli anni Venti e poi sotto Kennedy, Reagan e Bush figlio, l’effetto che abbiamo più volte citato è che quanto più la riduzione è energica, concentrata nel tempo e sostanziosa anche per le aliquote alte, tanto più sarà il decile più alto di reddito a pagare una maggior quota sul totale del gettito riscosso dall’amministrazione pubblica. Quanto meno l’azione è sinergica e concentrata nel tempo, tanto più si attenua l’aggiustamento distributivo e continueranno a essere i contribuenti a reddito minore, quelli da cui lo Stato prende il più del foraggio per la sua mangiatoia. La seconda risposta in realtà discende dalla prima, ma è più intuitiva. Oggi, oltre i 70 mila euro di reddito - coloro ai quali anche nella maggioranza si vuole lasciare in vigore un’aliquota tra un terzo e il doppio superiore a quella solennemente promessa tre anni fa dal premier - si colloca secondo l’anagrafe fiscale solo lo 0,99% dei contribuenti. Poco più di 396 mila unità. Invitiamo a un check immediato. Fate mente locale a patrimonio e consumi stimabili di quanti conoscete. Rispondetevi da soli, se vi sembra che meno di uno solo su cento, tra amici e conoscenti, mostri in apparenza di vivere con un reddito superiore ai 3.500 euro netti al mese. Come dite? I conti non vi tornano? Se siete a reddito dipendente e col fisco regolate il rapporto solo tramite sostituto d’imposta, oppure se il vostro commercialista non è molto sveglio, bene. Altrimenti sapreste bene che la risposta c’è: quanto più elevata è l’aliquota marginale, tanto più il sistema spinge a eluderlo e aggirarlo, alle società di comodo e a tutti i meccanismi che la legge consente per sfuggire all’aliquota personale che vi riguarda. Oltre a quelli che la legge non consente, naturalmente. Non arrivo a pensare che la destra «sociale» condivida ideologicamente la contrarietà ai tagli alle imposte di opere come L’eguaglianza e le tasse della diessina Laura Pennacchi. Si limita invece a credere alla fotografia dell’Italia dell’attuale angrafe fiscale. Una fotografia falsa, e fallaci sono le conseguenze cui induce. Si crede di compiacere l’equità, non tagliando le tasse agli odiati ricchi, e si eterna invece l’onere ai poveri e il premio agli evasori. Quanto al merito della tanto invocata «inversione sociale» di politica economica, si tratta di capirsi. Una buona risposta viene dalla ricerca che Maria Rosaria Marino e Chiara Rappalini hanno pubblicato nella collana del Servizio studi Bankitalia, su Composizione familiare e imposta sul reddito delle persone fisiche: un’analisi degli effetti redistributivi e alcune considerazioni sul benessere sociale. L’analisi riguarda gli anni tra il 1981 e il 2001, cioè fino all’attuazione - esclusa - del primo modulo della riforma fiscale concentrato per 5 miliardi di euro dall’attuale governo sui redditi più bassi. Il passaggio dalle aliquote e detrazioni in vigore nel 1989 a quelle del 2001 ha determinato un aumento dell’aliquota media netta quale che sia la tipologia familiare considerata, e questo è il modo in cui la sinistra ci ha portati nell’euro, deprimendo redditi, consumi e attività economica. Gli aumenti maggiori si sono concentrati sulle famiglie monoreddito senza figli a carico. Hanno risentito più delle famiglie bireddito delle modifiche apportate a scaglioni e aliquote, la maggiore imposta non è stata compensata da detrazioni. A prescindere dal livello di reddito familiare e della sua ripartizione tra coniugi, l’aliquota netta media sul nucleo monoreddito è sempre più forte di quella gravante sul bireddito, e la penalizzazione si è aggravata a partire dal 2001. L’«inversione», la scossa necessaria a riattivare l’economia e invertire il segno penalizzante dell’eccesso d’imposta sin qui seguito, deve essere dunque volta a estendere l’effetto perequativo sin qui modestissimamente limitato alle sole famiglie numerose, monoreddito e appartenenti alle fasce meno elevate. Specialmente dopo una lunghissima era in cui la pressione fiscale è aumentata a livello macro e l’aliquota media netta è cresciuta, in varia misura, per tutti quale che sia la tipologia familiare considerata, una migliore distribuzione del reddito significa proprio l’abbattimento dell’aliquota ai redditi medi e più elevati, portandola come prometteva il contratto con gli italiani al 33% solo per chi supera i 100 mila euro e per il 23% a tutti gli altri. Il «quoziente familiare» può essere strumento utilissimo per graduare al meglio le deduzioni, e si può ben pensare che per scendere davvero all’aliquota più bassa il cittadino debba contribuire al terzo settore e a investimenti produttivi. Dissero che erano pazzi, i presidenti americani Warren Harding e Calvin Coolidge che abbassarono l’aliquota marginale sul reddito dal 77 al 55% prima, e poi al 25% entro tra il 1920 e ’25. L’effetto fu che nel 1926 e ’27 il gettito federale delle imposte, in calo da anni, riprese a crescere prima del 3 e poi del 7%. La disoccupazione scese dal 6,5 al 3,1%, prima che scoppiasse la crisi di Borsa del ’29. La crescita del Pil accelerò dal 2 al 3,4% annuo. E, soprattutto, coloro che avevano un reddito superiore ai 100 mila dollari l’anno passarono dal garantire il 29,9% dell’imposta raccolta nel 1920, a pagarne invece il 62,2% nel 1929. Ecco ciò di cui c’è bisogno.

L’obiezione dell’aiuto alla domanda estera versus socialità
Perché beneficare gli italiani di altri sgravi fiscali sui redditi personali, quando i loro maggiori consumi potrebbero tradursi poi in maggiori importazioni dall’estero, più che nell’acquisto di prodotti realizzati da imprese italiane? Lo hanno detto e scritto in molti, in primis Confindustria. Obiezione surreale. È come dire che per via delle difficoltà e dell’incapacità delle imprese italiane - con tutte le eccezioni del caso, per fortuna - di essere competitive in prodotti e tecnologie all’altezza, è bene che gli italiani abbiano meno da spendere per non arricchire i più bravi concorrenti stranieri. Un disincentivo fiscale volto a mantenere il gap negativo concorrenziale, insomma. Via: la sfida al rilancio della competitività italiana è cosa seria e va assunta come un obiettivo primario. Ma passerà attraverso l’inevitabile selezione di chi è più bravo sul mercato, senza guardare alla bandierine nazionali. Ma quale ulteriore abbattimento del prelievo fisscale, dicono altri, si pensi invece a un rilancio della politica «sociale e industriale». Qui emerge di peggio che l’avversione a uno Stato meno rapinatore di gettito. C’è proprio la nostalgia a tutto tondo delle vecchie partecipazioni statali, delle politiche di piano, e del «ministro della produzione nello Stato collettivista» che già provocava strali e derisioni di quel grande maestro del liberalismo economico italiano che era Enrico Barone. Nel 1908. Se lo rilegga, chi a sinistra e destra è nostalgico delle politiche di piano.

Dal punto di vista liberale
«La forza dei governi è inversamente proporzionale al peso delle imposte», scriveva il grande Emile de Girardin nel suo Il socialismo e l’imposta. Ebbene il 15 aprile è l’Usa Tax Day, il giorno dopo il quale gli americani lavorano per sé, dopo aver soddisfatto il fisco. Da noi, bisogna lavorare sino a giugno. Non c’è solo un obiettivo di crescita economica, nel taglio delle imposte. Diminuirle è non solo utile, ma giusto, perché i cittadini hanno dalla loro il diritto legittimo di spendere come preferiscono i propri guadagni. L’imposta è nient’altro che furto legalizzato: torchiare lo Stato rapinatore per renderlo meno smargiasso e più parco è un bene di per sé. Il fisco come forma di schiavitù e sfruttamento è al centro delle riflessioni liberali da Herbert Spencer a Murray Rothbard. E anche i nemici o gli scettici dello Stato minimo in un contesto storico come quello europeo, riflettano su quanto ebbe a dire James Buchanan: «È criticamente e vitalmente importante rendersi conto della differenza che passa tra il 10% e il 50% di schiavitù». Diceva Antonio Gramsci che «gli intellettuali sono “i commessi” del gruppo dominante per l’esercizio delle funzioni subalterne dell’egemonia sociale e del governo politico». Una conferma del tutto inopinata è venuta in questi anni proprio sul tema dell’abbattimento del prelievo fiscale. Al quale la grande maggioranza dei commentatori italiani ha opposto un fiero e secco no. Finché si è trattato di Eugenio Scalfari e di Repubblica, passi, la politica prevale. Ma a colpire è che sono stati anche i giornaloni borghesi, a sparare spesso ad alzo zero, senza mai affrontare il tema in punta di merito, alla luce delle esperienze storiche comparate, e del livello del prelievo che asfissia l’economia italiana mentre i nuovi entranti da Est nell’Ue non a caso realizzano spettacolari boom proprio grazie a energiche correzioni al ribasso delle imposte. Pochissimi, attenti a notare che l’Austria sta mandando in crisi il tradizionale buon vicinato con la Germania proprio per effetto dell’energico abbattimento delle sue aliquote. Nessuno o quasi, a far caso all’esempio dell’Estonia, che abbassando l’aliquota massima sul reddito delle persone fisiche al 26%, da otto anni è passata dalla stasi a crescere del 5,2% annuo. Né varrà la Lettonia, dove l’aliquota marginale è stata portata al 25% dopo che in cinque anni il Pil si era ristretto della metà, col risultato che negli ultimi quattro anni è cresciuta in media del 3,9% annuo. Né tanto meno c’è da sperare si possano piegare le resistenze «sociali» citando l’esempio della Russia, unico vero grande Paese continentale a batterci per evasione fiscale. Da che l’Irpef è stata drasticamente ridotta di oltre il 50%, portandola alla flat tax con aliquota al 13%, il gettito raccolto a livello federale è letteralmente raddoppiato in tre anni, passando dai 965 miliardi di rubli del 2000 ai 1892 del 2003. Paradossalmente ma non troppo, più si dichiarano e sembrano «sociali» - le preoccupazioni degli esponenti che si battono per tenere l’aliquota attuale del 39% e l’ulteriore contributo di solidarietà rimasto nella finanziaria 2005 - più in realtà sono conniventi con l’elevatissima evasione attuale, connessa alle alte aliquote «formali». Ma in questo concerto di no ci sono - bisogna riconoscerlo - ragioni «sistemiche». Come quelle suggestivamente messe a fuoco in paper del 2004 a firma di Vincenzo Atella, del dipartimento di Economia di Tor Vergata, di Federico Perali, dell’Università di Verona, e di Jay Coggins, della Minnesota University. Hanno studiato andamenti e ragioni dell’avversione all’ineguaglianza nella società italiana, concentrandosi sui dati tra il 1985 e il 1996. L’avversione all’ineguaglianza è in Italia tra le più elevate in tutti i Paesi occidentali, e varia naturalmente in ragione di molte condizioni, a partire dal reddito disponibile delle famiglie. Gli autori evidenziano come l’aggiustamento fiscale compiuto quasi integralmente sul versante del maggior prelievo, in vista dell’ingresso nell’euro, abbia sostanzialmente modificato il reddito disponibile, abbattendone la quota da lavoro rispetto ad altre fonti, e limandone sostanzialmente nella componente finanziaria quella in precedenza assicurata dagli alti tassi d’interesse praticati sui titoli del debito pubblico. Quanto maggiori sono le compressioni del reddito disponibile, tanto più si accentua l’avversione all’ineguaglianza e la richiesta di politiche di intervento pubblico di tipo egualitario. Il paradosso è che grazie alla sinistra che ha alzato le tasse, molti italiani temono il loro abbattimento perché pensano le diseguaglianze si accrescerebbero ulteriormente. È lo statalismo, da sempre, il miglior sfamatore di se stesso. Ma c’è un ma. I dubbiosi sui tagli dovrebbero osservare un dato del 1996, l’ultimo anno studiato dai ricercatori. È quello in cui la polarizzazione eguaglianza-diseguaglianza si accentua di più tra gli italiani. Non a caso, come riconoscono gli stessi autori, in presenza di un importante occasione elettorale col sistema maggioritario. La politica può correggere e vincere timori e fallaci aspettative, se solo ha voglia e coraggio di farlo.

Il rallentamento ai tagli, i nuovi obiettivi
I numeri, si sa, sono noiosi, e quelli del fisco per antonomasia. Ma bisogna avere la testa dura di insistere, visto che l’abbattimento delle aliquote Irpef è «il» tema principe del contratto con gli italiani dell’attuale premier. Chi scrive nel 2004 ha compiuto un’interessante simulazione, quando ferveva il dibattito nella Casa delle libertà tra il sì e il no ai tagli. Ha ripreso in mano la riforma fiscale che introdusse l’Irpef nel 1973, realizzando il trionfo del totem pseudo-giustizialista che risponde al nome di «progressività del prelievo» (dice: ma c’è scritto in Costituzione! certo, tranne che affermarla è niente e graduarla è tutto, visto che più è accentuata più si crea evasione di massa). Ebbene la da tanti rimpianta riforma del ’73 introduceva ben 32 aliquote, che andavano dal 10 al 72% di prelievo sul reddito, su scaglioni dai 2 ai 500 milioni. Il paradosso? Ad attualizzare a lire odierne persino quei 32 cervellotici scaglioni, scoperte singolari. Nel regime ipeprogressivo di 31 anni fa, un reddito attuale di 21 mila euro avrebbe pagato allora l’11,8% di imposta, oggi ancora ne paga oltre il doppio. Il bello viene per i «ricchi». Un reddito attuale di 600 mila euro avrebbe pagato ai tempi iperprogressivi il 42,3% d’imposta. Oggi, di più. Per questo continuerà a essere un obiettivo valido, l’aliquota massima non oltre il 33% ai 100 mila euro di reddito. Quando nell’autunno il premier sembrò a lungo restio agli strappi rispetto alle panie di chi obiettava, e tutte le volte che la situazione si ripeterà, rischierà di cedere il punto di fondo. «Non voglio in alcun modo si dica che intendo privilegiare le classi con redditi maggiori, perché non è vero», ha dichiarato. Ma ciò che non è vero bisogna avere coraggio, forza e coerenza di combatterlo fino a levargli diritto di cittadinanza tra gli argomenti citabili. Dire che l’accusa di classismo non è vera però arrendendovisi, implica riconoscere che lo sia, assolutamente vera. Se è falsa, bisogna battersi. Le aliquote più alte vanno abbattute proprio per dare al valore sostituzionale della progressività un esito opposto a quello filo-elusione sin qui ottenuto dal giustizialismo fiscale ammantato à la Robin Hood.

 

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