Può accadere talvolta nel dibattito storiografico che per attirare l’attenzione sul proprio lavoro si imbastiscano polemiche pretestuose e inutili con lavori precedenti, e che per questo un onesto e utile lavoro di ricerca possa uscirne alla fine danneggiato per responsabilità dello stesso autore. È il caso della polemica relativa all’assassinio del filosofo Giovanni Gentile consumato nell’aprile del 1944 da un nucleo dei Gap fiorentini. L’omicidio era stato l’argomento di un bel lavoro di Luciano Canfora, La sentenza, uscito nel lontano 1985. In quella circostanza l’autore si era misurato con l’uccisione del filosofo dell’attualismo cercando di indagare se vi fossero all’origine dell’uccisione altre matrici oltre a quella che rivendicò l’attentato, cioè il ramo toscano del partito comunista. Canfora non metteva in discussione le responsabilità dirette dei gappisti comunisti fiorentini. Il suo sforzo consisteva nel ricostruire attorno all’azione dei gappisti fiorentini un contesto il più ampio possibile e cercare in tal modo di cogliere l’eventuale presenza nell’organizzazione dell’azione di altre complicità, dirette o indirette, prossime o remote, note o, addirittura, sconosciute agli stessi gappisti. Emergevano dalla sua analisi singolari coincidenze e collegamenti, anomalie di comportamento di alcuni protagonisti della vicenda, che inducevano lo storico a non trascurare nelle sue conclusioni il ruolo svolto nella vicenda dalla direzione del Pci, dai servizi segreti alleati e infine dallo stesso fascismo repubblichino; tutti favorevoli, per differenti motivi, alla morte di Gentile.
Ora vede la luce un altro lavoro, quello di Paolo Paoletti, Il delitto Gentile. Esecutori e mandanti, che si presenta come un aspro j’accuse nei confronti del lavoro di Canfora. Per Paoletti non bisogna andare molto lontano per risalire alle responsabilità dell’uccisione di Gentile, che venne decisa in assoluta autonomia dai responsabili del comitato militare del Pc toscano. Attraverso un’analisi che talvolta si presenta confusa e ridondante, egli giunge a scagionare i servizi segreti alleati, il fascismo intransigente toscano, e, soprattutto, i vertici nazionali del Pci. Una particolare attenzione viene dedicata alla posizione di Palmiro Togliatti, che alla fine Paoletti assolve, entrando così in silente conflitto con l’ultimo lavoro di Francesco Perfetti, Assassinio di un filosofo, che, al contrario, indicava proprio nel capo comunista il mandante dell’omicidio. Detto questo, il discorso sembrerebbe esaurito. Invece Paoletti cade nella trappola della polemica gratuita, un vezzo che da un certo tempo sembra una costante della ricerca storica, cioè muove nei confronti di Canfora un attacco feroce che rivela il suo arrière-pensée: la preoccupazione che attraverso l’indicazione d’improbabili mandanti l’autore della Sentenza mirasse a scagionare i veri responsabili. Ora a noi sembra che, al contrario di quanto sostiene Paoletti, Canfora non nascondesse nelle sue conclusioni gli imbarazzati silenzi da parte dei vertici del Pci, sulla vicenda Gentile. Un atteggiamento evidenziato, per tutti gli anni che vanno dal dopoguerra agli inizi degli anni Ottanta, dalla reticenza nel confermare o, per taluni casi, nel rivelare, l’identità dei responsabili dell’uccisione di Gentile, dal silenzio prudente e imbarazzato mantenuto sulla condanna a morte di Gentile che agli inizi del moto resistenziale era stata pronunciata dalla stampa comunista. Allora ci sembra che l’animosità e le inutili contrapposizioni da cui Paoletti non ha saputo sufficientemente guardarsi, finiscano per far pagare al lavoro, che pure fornisce alcuni elementi nuovi di conoscenza della vicenda Gentile, un prezzo non indifferente sul terreno della chiarezza e dell’obiettività delle conclusioni.
Paolo Paoletti, Il delitto Gentile. Esecutori e mandanti, Le lettere, 344 pagine, 16,80 euro