La nozione di sicurezza è più ampia di quella di difesa. Quest’ultima dà priorità alla dimensione militare. Ci si sente difesi quando si è convinti di poter dissuadere un potenziale aggressore e di disporre dei mezzi per respingerne un attacco. La sicurezza comprende anche altre dimensioni - economiche, psicologiche, politiche, ecc. -, include la difesa e assume anche significati positivi. Mentre la difesa garantisce solo il mantenimento dell’ordine e dello status quo, ci si sente sicuri quando il contesto corrisponde ai propri interessi e valori. La sicurezza può anche essere cooperativa o prefiggersi obiettivi quali la modifica degli assetti esistenti, lo sviluppo e la giustizia. Beninteso, ciascun attore geopolitico ha una propria concezione della giustizia. Tutti non solo dichiarano, ma anche pensano, che la loro sia migliore di quella degli altri. Ciò spiega la difficoltà di mantenere la pace e il conseguente dilemma della sicurezza, analogo a quello del prigioniero. Se uno Stato accresce le proprie forze per essere più sicuro, i suoi vicini si sentono meno sicuri. Si innesca una spirale di riarmo. Non è vero che essa aumenti la probabilità di guerra. La guerra fredda non si è trasformata in calda, proprio perché i due blocchi erano superarmati. L’equilibrio del terrore è stato fattore di pace, così come lo è sempre stata nella storia la dissuasione tradizionale, espressa dal detto romano si vis pacem, para bellum. Sia sicurezza che difesa hanno aspetti interni ed esterni. I primi - dalla pace di Westfalia in poi - derivano dal possesso da parte degli Stati del monopolio della forza legittima e dal divieto di ingerenza nei loro affari interni, messo di recente però in discussione dagli interventi umanitari. Gli aspetti esterni sono connessi con la sovranità degli Stati, con la loro capacità di gestire gli «stati di eccezione», cioè con la loro titolarità dello jus ad pacem ac bellum. Solo recentemente essa è stata attenuata da istituzioni e dal diritto internazionale, in particolare dalla Carta delle Nazioni Unite. Nel sistema delle relazioni internazionali, domina l’anarchia, nel senso hobbesiano del termine. Essa deriva dalla sovranità e dalla mancanza di un’autorità superiore agli Stati, cioè di un governo mondiale. L’«ordine» e la pace, cioè l’assenza di guerra, sono stati sempre realizzati in due modi, che hanno garantito la sicurezza con forme diverse: l’equilibrio (o balance of power) e l’impero (o egemonia). Solo recentemente - e limitatamente all’Europa - ne è apparso un terzo: quello della sussidiarietà, su cui si sono basate le progressive integrazioni nell’Unione europea delle sue periferie. Si tratta di un’inedita forma di ordine pacifico «postmoderno», non legato alla forza, beninteso nei rapporti degli Stati membri dell’Unione. All’esterno, le cose non sono mutate. Valgono sempre i modelli organizzativi dell’equilibrio e dell’impero. Il «modello europeo» ha una validità geograficamente limitata agli Stati che intendono divenire membri dell’Unione, previa la modifica delle loro strutture interne secondo i cosiddetti «principi di Copenhagen». In tale senso, l’Ue è uno dei principali successi geopolitici della storia. Non solo ha reso impensabile una nuova guerra fra i principali Stati europei, ma ha democratizzato la periferia orientale dell’Europa. Né il Washington Consensus, né l’imposizione della democrazia con la forza, come vogliono i «neoconservatori» americani, hanno ottenuto successi comparabili.
Quando equilibrio o impero non sono in condizioni di mantenere gli assetti che si propongono, scoppiano crisi e conflitti fra gli Stati. Mentre la guerra è vecchia come l’umanità organizzata - espressione di quella che Kant aveva denominato «socialità asociale» - la pace è un’invenzione relativamente recente. Le prime proposte di pace universale risalgono all’illuminismo. Precedentemente, si era tentato solo di porre limiti alla violenza della guerra. Essi facevano riferimento alla morale («guerra giusta»), a strumenti legali (jus in bello) o a vincoli politici (subordinazione della guerra alla politica). Questi ultimi furono approfonditi da Clausewitz e, recentemente, da Raymond Aron. Si possono però fare risalire addirittura ad Aristotele, che affermò: «Nessuno fa la guerra per la guerra, ma per la pace che segue la guerra». È la pace - cioè la vittoria politica - a limitare la violenza bellica e a evitarne l’escalation, fino al completo annientamento di uno dei contendenti. Sicurezza interna ed esterna sono diverse fra loro. Erano considerate tali sin dai greci, che distinguevano la stasis (guerra civile interna alla polis, oppure al mondo ellenico) dal polemos (guerra esterna, contro i «barbari»). I confini fra le due sono però mutevoli e spesso definibili con difficoltà. Nei periodi rivoluzionari e di profondi mutamenti politici internazionali, essi tendono a essere porosi. È stato il caso della Rivoluzione francese e delle guerre totali e «ideologiche» del Ventesimo secolo. Lo è nei conflitti identitari ed etnici attuali. Lo è, infine, nella guerra al terrorismo transnazionale: la difesa civile o Homeland Security è strettamente collegata con gli interventi militari contro tale minaccia, che è interna e al tempo stesso esterna, e che richiede preparazioni e impiego coordinato della forza in entrambi i settori. Ai nostri giorni, il sistema internazionale è in transizione, alla ricerca di «un nuovo ordine mondiale». Sta infatti conoscendo una trasformazione radicale con la globalizzazione, l’unipolarismo degli Usa, l’indebolimento dello Stato e delle istituzioni internazionali, il terrorismo apocalittico e la perdita di centralità geopolitica dell’Europa, accelerata dal suo declino demografico e dalla sua ridotta crescita economica. Nonostante il mutamento di taluni aspetti della polis in cosmopolis e nonostante le teorie «postmoderne» della fine dello Stato, della storia e dei territori, gli Stati rimangono comunque gli attori essenziali del sistema internazionale. Lo si constata con l’aumento della richiesta sociale di sicurezza e il «ritorno della guerra» dopo l’11 settembre. Rispetto al passato è però aumentata la porosità dei confini degli Stati. Essa attenua la differenza fra interno ed esterno. Lo si nota anche nei dibattiti sulla politica estera e di sicurezza. Durante la guerra fredda, la divisione fra i «favorevoli» e i «contrari» alla Nato era verticale. Oggi quella relativa a un intervento militare è invece orizzontale. Divide trasversalmente le varie forze politiche. Ciò accade anche nei rapporti fra gli Stati. L’assunto di legittimità da parte degli europei a riguardo delle iniziative di Washington di far ricorso alla forza - che veniva dato per scontato fino all’intervento nel Kosovo - non esiste più. L’Occidente si è diviso sulla crisi irachena. L’intero sistema della sicurezza globale ne è stato eroso. Senza l’unità dell’Occidente non è infatti ipotizzabile alcun «nuovo ordine mondiale». Nell’era della globalizzazione e dell’informazione, è difficile ottenere il consenso e l’unità delle opinioni pubbliche all’interno degli Stati. La politica non è più «la logica dello Stato personalizzato», come veniva ammesso dalla pace di Westfalia. Ciò influisce sull’attuale dibattito sulla difesa e sulla sicurezza e, soprattutto, sul grado di discrezionalità dei governi nell’uso della forza. Anche quelli più popolari incontrano grande difficoltà nell’imporre sacrifici individuali o a breve termine, per conseguire interessi collettivi o di più lungo periodo. I vincoli interni sono più stringenti di quelli internazionali. Anche politicamente la forza costa sempre di più e rende sempre di meno.
La sicurezza dopo la guerra fredda
La guerra fredda era un sistema in cui coesistevano egemonia ed equilibrio. La prima si manifestava nei due blocchi. All’interno di essi, le superpotenze mantenevano «egemonicamente» l’ordine e la pace. All’esterno, vigeva invece un sistema di equilibrio, rafforzato dalla dissuasione nucleare reciproca. Esso si proiettava anche sul resto del mondo. Poiché il confronto bipolare era a somma zero, l’intero sistema mondiale era stabile. Le due superpotenze intervenivano ovunque, per evitare che la rivale acquisisse vantaggi. L’equilibrio del terrore, unitamente all’interesse di Mosca e di Washington di mantenere l’ordine di Yalta, congelava il confronto diretto e impediva che i loro contrasti nelle aree esterne si amplificassero oltre un certo limite (...) A partire dalla fine della guerra fredda, la sicurezza ha ripreso il suo significato tradizionale. Il suo contenuto è oggi molto più complesso e multidimensionale di quanto lo fosse con le «eleganti semplicità» del mondo bipolare e dell’equilibrio del terrore. Le componenti economiche, ecologiche, umanitarie, ecc. hanno acquisito maggiore importanza e visibilità del passato. La complessità riguarda anche la pluralità e la diversità degli attori: non solo più Stati o alleanze, ma anche organizzazioni internazionali, intergovernative e non governative. Queste ultime si autoproclamano rappresentanti di una non meglio definita società civile mondiale. Attore importante è divenuto il terrorismo transnazionale, spesso associato alla grande criminalità. Con il possesso di armi di distruzione di massa potrebbe acquisire la capacità di modificare gli assetti internazionali, che non può essergli procurata dalle sole «bombe umane» che ha finora impiegato. Gli equilibri mondiali non dipendono più solo dai rapporti di forza fra le grandi potenze. Essi, peraltro, non hanno perso la loro importanza, come dimostra sia la possibilità di un nuovo bipolarismo fra la Cina e gli Stati Uniti, sia la volontà espressa da Washington, già negli anni Novanta, di mantenere la propria superiorità militare globale. Il significato dei rapporti di forza è oggi soprattutto regionale. Essi sono rimasti centrali nel Golfo e nell’Asia meridionale e sud-orientale, come lo erano nell’Europa dei secoli Diciannovesimo e Ventesimo. Le minacce - almeno quelle a breve termine - all’ordine unipolare non sono più quelle del passato. Sono divenute asimmetriche. Come tali non più contrastabili con la superiorità delle forze. È il «paradosso del potere americano», che deriva dai limiti intrinseci dell’hard power e dell’unilateralismo, illustrati da Joseph Nye. Se il problema principale del Ventesimo secolo era quello che gli Stati erano divenuti troppo forti, quello del Ventunesimo secolo è che essi stanno divenendo troppo deboli. Nel Terzo mondo gli Stati collassati si trasformano in basi del terrorismo e della criminalità organizzata. I conflitti non scoppiano più fra Stati, che ricerchino un’egemonia regionale, ma soprattutto all’interno di essi. L’Occidente trova difficoltà a fronteggiare il nuovo disordine mondiale. I suoi Stati non hanno infatti più né le precedenti capacità di controllo del territorio, delle frontiere e dell’economia, né la forza d’imporre sacrifici ai cittadini. Le aspettative sono aumentate, mentre non sono accettati nuovi doveri. La deregolamentazione, il prevalere del mercato sulla politica, l’assenza di global governance efficaci e la diminuzione dei costi delle telecomunicazioni e dei trasporti hanno creato, a fianco degli Stati, una potente rete di attori geopolitici non statali. La forza si è privatizzata. La diffusione delle nuove tecnologie letali e la maggiore vulnerabilità delle moderne società interconnesse permettono a piccoli gruppi o a individui singoli (i «terroristi suicidi») di disporre di un’enorme capacità di distruzione. Gli Stati hanno perduto in parte il monopolio della forza. Le minacce transnazionali non possono essere arrestate alle frontiere. Si è attenuata la separazione fra la sicurezza interna e quella esterna. Mentre è aumentata la globalizzazione dell’economia, la sicurezza si è frammentata.
Subito dopo la fine della guerra fredda, l’euforia della fine dell’«equilibrio del terrore» aveva indotto a pensare che fosse possibile la pace universale - kantiana e groziana - mantenuta dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, anche se basata sulla collaborazione delle due superpotenze della guerra fredda, cioè su di una specie di «duopolio imperiale» sovietico-americano. Furono tali speranze a indurre il presidente Bush senior ad arrestare sull’Eufrate la vittoriosa avanzata delle forze che avevano liberato il Kuwait. Subito dopo, però, le aspettative naufragarono con il collasso dell’Urss. Non restò allora agli Stati Uniti altra soluzione che quella di puntare a un ordine unipolare, non tanto con grandi progetti, ma attraverso un metodo pragmatico e adattivo, di trial and error, caratteristico della cultura anche politico-strategica americana. Con le incertezze che esso provoca, si è però accresciuto il disordine mondiale e la contestazione della leadership americana nel mondo. Gli anni Novanta sono stati perciò un periodo di transizione, di tentativi falliti e di ricerca di nuove soluzioni. Il nuovo ordine mondiale fu perseguito da Clinton soprattutto con logiche e strumenti economici. Gli interventi militari furono ridotti al minimo, mimetizzandoli come operazioni di supporto della pace, di polizia internazionale, umanitarie o di peace-building. La politica di sicurezza sembrava essersi trasformata in un «servizio sociale» del «villaggio globale». I soldati in samaritani. I ministeri della Difesa in succursali della Croce rossa. Lo sviluppo economico avrebbe risolto i problemi del mondo e garantito ordine e giustizia. La strategia del «Washington Consensus» era fondata per l’appunto sul paradigma della crescita economica, come fattore anche di ordine internazionale e di pace. Con la globalizzazione e la new economy, essa avrebbe realizzato la pax mercatoria, cioè La grande illusione, come l’aveva chiamata Norman Angell proprio prima della Grande guerra. Gli Stati Uniti, protetti dai due oceani, avrebbero esercitato le funzioni di locomotiva economica mondiale, avvalendosi anche del controllo delle istituzioni finanziarie internazionali. L’ottimismo della globalizzazione - che era anche americanizzazione del mondo - dominava la politica di Washington, nonostante che un numero crescente di popoli - e soprattutto di Ong occidentali - la considerassero una minaccia, temendo da un lato di esserne esclusi e, dall’altro lato, di esserne travolti. Nonostante le difficoltà incontrate nelle stabilizzazioni post-conflitto in Africa e nei Balcani, l’Occidente continuava a prepararsi per le guerre tradizionali, non per i nuovi tipi di conflitto. Questi ultimi richiedono strutture delle forze, tecniche, tattiche e strategie molto simili a quelle delle campagne coloniali del Diciannovesimo secolo. La differenza fra i conflitti tradizionali e i nuovi conflitti asimmetrici è molto profonda. Nei primi, si dà per scontata una «convenzione»: quella che il vinto riconosca di essere sconfitto e accetti la pace impostagli dal vincitore, trasformandosi poi in suo alleato, come è avvenuto per la Germania e il Giappone dopo la seconda guerra mondiale. Nelle guerre asimmetriche attuali, tale «convenzione» non è più valida. Il vinto non accetta di essere sconfitto, ma continua a combattere. La vittoria militare è qualcosa di molto diverso da quella politica. La stabilizzazione diventa «la guerra dopo la guerra». Gli eserciti iper-tecnologici occidentali non sono in grado di operare efficientemente in essa, poiché non posseggono la capacità di controllo dei territori. Non dispongono più delle rudi fanterie del passato. Inoltre, non esistono più i funzionari coloniali, conoscitori delle lingue e delle culture locali, che avevano costituito l’ossatura degli imperi europei del Diciannovesimo e Ventesimo secolo. Le superportaerei e i cruise non riescono così a prevalere sui kalashnikov. L’Occidente non si dimostra più in condizioni, come diceva Kipling, di take up the white man’s burden; fight the savage wars of peace. Nonostante queste carenze, il suo obiettivo - soprattutto interpretato dai «neoconservatori» americani - è quello di cambiare il mondo, democratizzandolo e liberalizzandolo. Il brusco risveglio dall’ottimismo degli anni Novanta avvenne con gli attentati dell’11 settembre. Esso riguardò direttamente gli Stati Uniti - che da allora si sentono in guerra - ma, più o meno indirettamente, coinvolse tutto il mondo.
La sicurezza dopo l’11 settembre
La reazione patriottica agli attentati e la sorpresa, unita al timore, per la vulnerabilità al megaterrorismo determinarono un mutamento radicale della politica di sicurezza americana. La forza militare divenne centrale; la domanda di sicurezza e di vendetta dei cittadini provocò il rovesciamento della cauta politica sostenuta dal presidente Bush nella sua campagna elettorale. Essa era stata basata sulle concezioni proprie del paradigma realista delle relazioni internazionali, tipiche del conservatorismo americano, alieno dai grandi progetti di riforma del mondo e fautore all’interno dello «Stato minimo» e della diminuzione del bilancio federale. La nuova linea strategica, che fu alla base degli interventi in Afghanistan e in Iraq e della National Security Strategy (NSS) approvata dal presidente Bush nel settembre 2002, fu il risultato della convergenza fra i nazionalisti realisti (come Cheney, Rumsfeld e la Rice) e i neoconservatori (come Wolfowitz, Bolton e Feith). La riforma dei regimi autoritari islamici si trasformò da obbligo umanitario - su cui non era politicamente corretto insistere troppo, data la loro politica favorevole agli interessi Usa - in obiettivo di sicurezza nazionale. L’internazionalismo democratico, tollerante e multilateralista, divenne aggressivo e unilaterale. Nelle decisioni presidenziali aumentò il peso del Pentagono, la cui logica condizionò l’intera politica estera e di sicurezza. Ciò ebbe diverse conseguenze. Intanto, la sopravvalutazione delle capacità del potere e delle tecnologie militari, di stabilizzare i Paesi conquistati e di imporre la democrazia. Poi, un’indebita semplificazione della complessità sia del sistema delle relazioni internazionali, sia delle società dell’era dell’informazione. Il solo hard power e la vittoria militare venivano ritenuti decisivi. L’ottimismo della volontà e la convinzione dell’essere dalla parte della giustizia indussero, ad esempio, a sottovalutare le difficoltà della stabilizzazione dell’Iraq. Il dopoguerra fu gestito in modo disastroso e avventato. Beninteso, gli Stati Uniti realizzeranno i loro obiettivi, ma a prezzo di maggiori perdite, costi e tempo. Il loro prestigio ne ha sofferto. L’anti-americanismo si è diffuso. La stessa legittimità degli Stati Uniti a impiegare la forza senza mandato dell’Onu, mai messa in discussione in Europa durante la guerra fredda - anzi sollecitata e sostenuta, come nel caso del Kosovo - è contestata. Infine, il concetto di unità di comando, che fa parte integrante del Dna dei militari, fece premio su ogni altra considerazione. La «guerra per comitato», condotta in Kosovo, aveva lasciato ricordi negativi nei comandi americani. Gli alleati, che pur avevano offerto solidarietà e sostegno dopo l’11 settembre, furono bruscamente «congedati». Il diritto e le istituzioni internazionali furono trattati quasi con irrisione, anziché essere utilizzati per sostenere gli interessi e gli obiettivi strategici americani. L’affidamento troppo esclusivo sull’hard power annullò quasi il soft power americano e con essa la leadership americana nel mondo.
Nonostante l’anti-americanismo dominante, sta però crescendo la consapevolezza che un insuccesso americano in Iraq avrebbe conseguenze disastrose non solo per gli Stati Uniti, ma anche per l’Europa, per il mondo e per lo stesso Islam. Il terrorismo transnazionale aumenterebbe la sua attrazione e legittimità nel mondo islamico. Potrebbe sperare in una vittoria strategica: cioè nella possibilità di sganciamento degli Stati Uniti dal Golfo. Aumenterebbe così la possibilità di attentati catastrofici. Vi è da notare che un ripiegamento degli Usa su loro stessi trasformerebbe il mondo da unipolare non in multipolare, ma in a-polare. Sarebbe probabile il ritorno a un nuovo Medioevo, dominato dalla violenza del terrorismo e della criminalità internazionali, mentre gli Stati si indebolirebbero, perdendo del tutto il monopolio della forza. Scomparirebbe ogni speranza di ordine mondiale. Esistono però segni positivi perché tale catastrofe non si verifichi. Già nel corso del 2004, gli Stati Uniti hanno mutato progressivamente la loro politica soprattutto nei confronti dell’Europa. Anche Francia e Germania hanno attenuato le loro critiche sull’«arroganza» americana. Nessun nuovo ordine mondiale è ipotizzabile senza una cooperazione transatlantica, cioè senza una certa unità dell’Occidente. Soprattutto dopo la crisi ucraina, in cui tale cooperazione è stata determinante, anche la nuova amministrazione Bush sembra esserne consapevole. Dal canto loro, gli Stati europei sembrano solo attendere un’apertura americana al dialogo. Sono consci che l’integrazione europea non può farsi né contro né senza gli Stati Uniti. Sanno che il loro declino demografico diminuirà inesorabilmente, già fra un paio di decenni, il loro peso mondiale e che l’Unione potrà giocare un ruolo globale solo come partner degli Stati Uniti. Penso che Bush cercherà di ricucire lo «strappo» con la Francia e la Germania e, soprattutto, di porre le basi di un nuovo patto transatlantico, non tanto fra gli Stati Uniti e i singoli Stati europei, ma fra Washington e l’Unione europea. Indispensabile per l’Europa, tale patto sarà importante per gli Stati Uniti. L’esistenza di alleati e di regole internazionali ridurrebbe il costo dell’egemonia, ripristinerebbe un certo grado di leadership americana nel mondo e renderebbe più facile per gli Stati Uniti la costruzione di un nuovo ordine mondiale. Beninteso, l’unipolarismo americano - come ha posto in rilievo Vittorio Emanuele Parsi - è una realtà che non si modificherà nei prossimi decenni. Ma unipolarismo non è sinonimo di unilateralismo, egemonia o impero. La pluralità delle dimensioni della sicurezza e la complessità delle interdipendenze pongono in primo piano il problema del come realizzare il «multilateralismo efficace» di cui parla Javier Solana nel documento Europa sicura in un mondo migliore. Il «multilateralismo pragmatico» è l’unico possibile. Quindi è anche quello «efficace». Esistono due tipi di multilateralismo. Il primo è quello «istituzionale», basato su alleanze permanenti, che decidono all’unanimità secondo regole fisse, con un nemico ben definito da contrastare. Esso è impossibile, come lo è anche il multipolarismo vagheggiato da Parigi. Infatti, il mondo è divenuto troppo complesso e imprevedibile per poter essere gestito secondo strategie preconfezionate e rigide. Il secondo tipo di multilateralismo - che è quello pragmatico di cui si è prima accennato - va creato concertandolo di volta in volta. Esso è basato sull’ipotesi che la potenza egemone tenga conto delle percezioni e degli interessi degli altri Stati, in particolare dei suoi alleati europei, che continuano a essere legati a essa da interessi e principi comuni. Si tratta in sostanza di creare «la lega delle democrazie», proposta da Tony Blair. La sicurezza, prodotta sempre dall’egemonia americana, verrebbe legittimata dal fatto che anche gli europei la considerebbero un «bene pubblico comune». Oggi, la percezione dominante, confermata da taluni interventi quasi offensivi nei riguardi degli «Stati del dissenso per l’Iraq», è che gli Usa intendano tutelare solo i propri interessi nazionali, definiti in modo ristretto, se non egoistico.
Tale soluzione - centrale nel nuovo contratto transatlantico - sarà vitale ed efficace solo se gli europei faranno la loro parte. Con la fine della guerra fredda, la rilevanza geopolitica dell’Europa è diminuita. Il centro della conflittualità mondiale si è spostato nel Golfo - con cui l’Unione confinerà, allorquando la Turchia ne entrerà a far parte. Senza gli Stati Uniti, l’Europa non potrà garantirne la sicurezza di tale regione. Non potrà neppure concorrere a stabilizzare la situazione della Russia, facilitandone l’europeizzazione. Non potrà infine esercitare un’influenza nel sistema Asia-Pacifico, che sta trasformandosi in centro dell’economia mondiale. È evidente che i rapporti euro-americani non potranno essere più quelli della guerra fredda. Il nuovo «contratto» transatlantico richiederà in primo luogo il rafforzamento dell’Ue e delle capacità operative europee. Ciò dipenderà soprattutto dagli europei. Solo così si potranno creare una nuova partnership e nuove «divisioni del lavoro», sia funzionali che geografiche. Solo così l’Europa potrà aver l’influenza e lo spazio politico corrispondenti alle sue capacità effettive. Non si può pretendere che gli Stati Uniti siano più europei degli europei, né che rinuncino senza corrispettivi ai loro interessi o alla loro libertà d’azione. Determinante al riguardo è la riforma dei meccanismi decisionali dell’Alleanza, che non potranno più fondarsi sull’unanimità, ma divenire flessibili come quelli adottati per la Pesc dall’Ue (con cooperazioni rafforzate o strutturate, con il principio dell’astensione costruttiva, con l’ammissione di interventi nation led, ecc.) Il «matrimonio» transatlantico diventerà di convenienza, invece che essere di necessità, come nella guerra fredda. Non è detto però che non riesca come il primo. Qualche bisticcio e anche qualche «scappatella» extramatrimoniale dovranno essere tollerati. Gli altri aspetti della NSS americana, che hanno sollevato critiche e proteste in Europa, in particolare, la scarsa considerazione dell’Onu e la guerra «preventiva» - pre-emptiva o anticipatoria, che dir si voglia - sono a parer mio falsi problemi o, comunque, problemi di importanza subordinata a quello di ricostruire l’unità dell’Occidente e alla conclusione di un nuovo contratto transatlantico, che possa essere considerato utile a tutti. Sarà comunque utile per conferire legittimità al «nuovo ordine mondiale» e agli interventi necessari per crearlo prima e per gestirlo poi.
La dimensione economica della sicurezza
Come si è ricordato, la sicurezza è multidimensionale. Una dimensione fondamentale è quella economica. Nel nuovo contratto transatlantico se ne dovrà tenere conto. Troppi gravi problemi sono sul tappeto, come suggerisce Paolo Savona in un saggio sul primo numero di Aspenia del 2005: il rientro del «doppio deficit» americano; la crescente debolezza del dollaro; il prezzo e il possibile divario fra offerta e domanda di energia. Tutti possono essere risolti solo con una cooperazione euro-americana. Lasciando andare le cose per il loro verso, una cooperazione politico-strategica euro-americana diverrebbe impraticabile per i contrasti economici fra le due sponde dell’Atlantico. Diventerebbe più probabile il big bang dell’economia mondiale, temuto da Henry Kissinger. Si potrebbe infatti produrre una crisi economica mondiale ancora più devastante di quella del 1929, dato l’aumento delle interdipendenze e delle interconnessioni. Si ritornerebbe al protezionismo. Sarebbe la fine della globalizzazione e delle speranze di sviluppo del Terzo mondo. Il protezionismo comporterebbe la rinazionalizzazione delle politiche di sicurezza in tutto il mondo. Si determinerebbero le condizioni per nuovi conflitti, come negli anni Trenta. L’integrazione europea si indebolirebbe. L’Unione non sarebbe più in grado di mantenere la pace in Europa, come ha ipotizzato Martin Felstein, uno dei più probabili successori di Greenspan alla Federal Reserve. Una decisione è resa urgente dal rafforzamento dell’euro rispetto al dollaro. Eurolandia potrebbe perseguire l’obiettivo di stimolare l’importanza dell’euro come moneta di riserva e di commercio mondiali, approfittando della debolezza del dollaro. Ridurrebbe così la possibilità degli Usa di sfruttare la posizione finora dominante della sua moneta per internazionalizzare il doppio deficit e assorbire capitali dall’estero. Oggi, mediante il collegamento delle monete asiatiche con il dollaro, si rischia che il rientro del doppio debito americano venga pagato soprattutto dall’Europa. Una guerra monetaria potrebbe però provocare la crisi dell’economia americana, insostituibile locomotiva dell’economia mondiale. Un coordinamento transatlantico appare necessario. È comunque premessa di qualsiasi accordo preso dal G-7 e anche del nuovo ordine mondiale, che, come ricordato, può essere basato solo sull’unità dell’Occidente.
Conclusione
Il nuovo contratto transatlantico non potrà più essere basato prevalentemente sulla componente militare della Nato. Dovrà considerare tutte le dimensioni della sicurezza: da quelle politiche a quelle economiche. Dovrà inoltre essere globale sotto il profilo geografico. Può darsi che richieda la creazione di nuovi organismi, come aveva proposto Henry Kissinger: uno steering committee politico; un organismo economico preposto alla gestione della Tafta (Transatlantic Free Trade Area); e una Nato globale, ove verrebbe realizzato il coordinamento fra la Pesd dell’Unione con gli Stati Uniti. Non so se i nuovi organismi potrebbero essere più efficienti degli attuali, qualora questi ultimi fossero convenientemente utilizzati e prevedessero procedure decisionali più flessibili. Tutto dipenderà dalla volontà politica. In ogni caso, un ripensamento sulla possibile natura, obiettivi e istituzione della sicurezza collettiva dell’Occidente è quanto mai necessario, anche per l’intero mondo, in quanto anche il Ventunesimo secolo, almeno nei suoi primi decenni, rimarrà quello dell’Atlantico, non quello del Pacifico. Potrà trasformarsi solo in due casi. Primo: se il declino demografico dell’Europa e i suoi disastrosi effetti economici peseranno in modo determinante non solo sul suo ruolo nel mondo, ma anche sull’interesse degli Stati Uniti di averla partner nella sicurezza globale. Secondo: se come ha previsto Charles Kupchan, l’«era americana» è destinata a terminare lo sarebbe non tanto per il logoramento dell’egemonia militare ed economica degli Stati Uniti, quanto per l’impatto sulla politica estera dell’opinione pubblica americana. Essa potrebbe essere portata a concentrarsi sui problemi interni o, al massimo, sulla sicurezza «emisferica» delle due Americhe, anche per effetto delle frustrazioni conseguenti alle difficoltà di consolidare un nuovo ordine mondiale. La fine dell’egemonia statunitense potrebbe derivare anche da una crisi economica o dall’aumento delle spese sociali - dovuto all’invecchiamento che si verificherà fra tre o quattro decenni nella popolazione americana. Ne soffrirebbero i fondi destinabili alla politica estera, che sono politicamente meno comprimibili di quelli destinati alle spese sociali. Solo in tali casi, le conclusioni a cui siamo pervenuti sul come realizzare un nuovo ordine mondiale e la sicurezza nel Ventunesimo secolo andrebbero completamente riscritte.