agosto 1996 - liberal mensile
Non ho avuto folgorazioni sulla via di Damasco, ma l’idea della trascendenza l’ho sempre coltivata. E poi, quando uno invecchia si pone di più il problema di Dio, specie quando attraversa periodi difficili». Vittorio Gassman a settantatré anni è un uomo molto diverso dall’eroe aggressivo della giovinezza, esaltato, esagerato, irriverente, come ce l’hanno consegnato tanti film in cui fa inevitabilmente la parte del «cattivo». È sempre molto bello, asciutto, elegante, ma gli occhi di oggi sono inquieti, estremamente malinconici e il sorriso attraente esprime anche una qualche segreta amarezza che non ha più la voglia irresistibile di sedurre, ma si consegna all’interlocutore con timidezza gentile. No, Gassman non ha avuto folgorazioni, non c’è stata la conversione improvvisa e miracolosa di cui si è fatto un gran pettegolezzo giornalistico nei mesi scorsi, ma è vero che si pone il problema. Fede, religiosità, spiritualità sono parole che appartengono al suo vocabolario, soprattutto al suo vocabolario interiore. «Per dirla con Gianni Vattimo, credo di credere. Anzi, spero di credere». È un credente abitato dal dubbio che conta amici fra i colti e «filosofici» monaci camaldolesi di San Gregorio al Celio, a Roma, e che, quando va a Messa, sceglie accuratamente la funzione in base al celebrante. «Don Innocenzo a San Gregorio, don Antonio della chiesa di Sant’Eustachio ti fanno sentire l’immedesimazione nella parola evangelica, la vera credenza, accompagnano la lettura con riflessioni sincere, profonde, che ti toccano». Per dare una mano a rendere meno sciatta la lettura delle Scritture nelle tante messe distratte della domenica ha registrato con due colleghi amici, i più religiosi che ha, Angela Goodwin e Franco Giacobini, un programma di audiocassette con i suoi suggerimenti, i suoi «trucchi del mestiere», dal titolo Dire la Parola, edito dalla Società biblica britannica & forestiera. E conferma che da un po’ di tempo va scrivendo certe poesie, no non vuole chiamarle poesie, bensì lettere, indirizzate a Dio, testimonianza della sua «fede in movimento». E riesce a scriverle, queste «riflessioni strutturate in versi», anche nei peggiori periodi di depressione, quando diventa «privo di interessi e di energia». «Eri e sei /- forse ora ho capito -/ fra le parole che ho tanto usato ed osato, / sempre ci sei stato e sei lì / ci sei ancora e voglio decifrarti».
Non sarà folgorazione sulla via di Damasco, ma sono versi che legittimano la domanda: come è arrivato Vittorio Gassman a fare questa scoperta di presenza divina nella sua vita, qual è stato il suo percorso spirituale?
Il punto di partenza è estetico. Penso che se c’è Qualcuno, al di là, è più bello. E in un senso di armonia generale mi pare più credibile che incredibile. Poi c’è stato il teatro che io definisco una malattia che contiene il suo farmaco. L’origine del teatro è religiosa e terapeutica: delle punte di spiritualità le ho sentite autentiche in teatro, qualche volta. Sì, più in generale, posso dire che l’arte è stato un percorso di consapevolezza. E non devo dimenticare la psicoanalisi, che è senz’altro parte del mio percorso spirituale, ma in quel campo dipende molto dal tipo di incontro che si stabilisce con l’analista, dalla qualità della persona. Qualcosa c’entra anche la mia ipersensibilità e vulnerabilità, qualità o difetti che mi mettono in contatto con il mistero dentro di noi e stabiliscono un segreto rapporto con l’esterno insondabile. Ne era manifestazione il sonnambulismo che mi ha accompagnato fino ai quarant’anni, camminavo nella notte. Mi è dispiaciuto perdere questa esperienza, perché non si è del tutto inconsci. Ora mi è rimasto solo un senso di vertigine, che sento legato in qualche modo al rapporto con l’invisibile.
Direbbe che il percorso spirituale è inscindibile da un percorso di conoscenza di sé, che tanto più ci si avvicina al proprio vero sé, tanto più si scopre ciò che chiamiamo Dio? Dio dunque sarebbe interiorità…
Il mio percorso umano ne è una prova. Sono uno che si è trovato sempre molto antipatico e per questo sono nemico di me stesso e ho sempre dubitato dall’amore degli altri nei miei confronti: come possono gli altri amare una carogna, un bugiardo? (La mia professione è lunga convivenza con la menzogna). Ma con l’età e con la comprensione di me stesso ho cominciato ad accettarmi un po’ e sono diventato meno bugiardo, sono diventato migliore. Anche l’attore l’ho fatto contro me stesso, per volontà di mia madre. Sono stato un attore impudico ed estroverso, mentre la mia vera natura è introversa. Mia madre ha purtroppo disposto di me, allontanandomi dalla verità, mi ha reso inetto nelle cose pratiche arrivando a legarmi lei i lacci delle scarpe anche da grande. E così oggi non so cambiare una lampadina. Un giorno le ho chiesto: «mamma, sono bello io?» Lei mi ha dato un buffetto e ha risposto: «sei la cosa più bella del mondo». E io le ho creduto, purtroppo. Appannare il mio narcisismo è stato un lungo percorso…
Ha un’immagine di Dio? Se lo figura in modo astratto o come un vecchio dalla barba bianca secondo l’iconografia cristiana?
Come un vecchio dalla barba bianca, sì. È un po’ ingenuo, ma io sono ingenuo. Sono anzi un ritardato, ho una struttura psicologica da ragazzino. Non sono cresciuto. Per questo mi ritrovo così imbrogliato dentro. Qualcosa che non ho ancora interamente capito mi ha bloccato a un certo punto… ma insomma nel rapporto con Dio vedo ingenuamente il classico rapporto padre/figlio. Del resto è il tema che mi emoziona di più anche a teatro, da Amleto a Edipo ad Affabulazione di Pasolini… Ho una nostalgia enorme di mio padre, che ho perso a quattordici anni, era simpatico e giocherellone. Come io non sono, io somiglio a mia madre.
Prega qualche volta, e in quale forma?
Sì, prego. A volte recito il Padre nostro, che è una preghiera bellissima. Contiene tutto. Oppure intrattengo un colloquio mio.
Simone Weil sosteneva che bisogna pregare nella convinzione che Dio non esiste, perché la preghiera basta a se stessa e lo rende esistente…
Davvero? Mi piace questa cosa. Io non prego né nella certezza né nella negazione, prego nell’incertezza, nel dubbio. Ho imparato ad accettare il dubbio; persone molto più spirituali e più colte di me mi hanno rivelato di dubitare; ma l’esistenza di Dio è preferibile, la scommessa di Pascal…
Sono condivise in famiglia le sue ansie religiose?
Diletta, mia moglie, ha un senso religioso autentico e molto vasto. Si è avvicinata al buddismo. Ha seguito gli incontri di meditazione che tiene durante l’inverno, il martedì sera, Corrado Pensa. Mi parla con grande ammirazione di Pensa (professore di religioni e filosofie orientali alla Sapienza di Roma, n.d.r.). E il mio analista sostiene che la meditazione orientale aiuta molto anche nella depressione. Un depresso come me, quando comincia a stare meglio, corre il rischio di andare troppo su verso l’estremo opposto, verso l’euforia, per poi riprecipitare giù dall’alto. La meditazione di consapevolezza aiuta a mantenere l’equilibrio. Nei limiti delle mie capacità seguirò Diletta in questo, voglio provare. Credo che esistano dei parallelismi interessanti nelle grandi religioni, non ho preclusioni.
E i figli?
Cerchiamo di passare qualcosa anche a loro, l’importanza della spiritualità, della religione. Iacopo, il più piccolo, che ha sedici anni, è terribilmente simile a me: sensibile, musicale, introverso. Sono sicuro che si porrà il problema religioso prima o poi. E anche Vittoria, la secondogenita, che vive in Usa e fa il medico, essendo israelita ha un forte senso della religione.
Avverte come impaccio la dicotomia corpo/spirito che informa così profondamente la nostra cultura fino a farne realtà contrapposte?
La sento e la soffro terribilmente. È qualcosa che si è prodotto anche nella mia professione con la contrapposizione fra il metodo Brecht e il metodo Stanislavskij. La verità sta nel tenere insieme le due realtà: affidarsi all’emozione, ma governandola con la razionalità. La meta finale è l’unità, la conciliazione fra materia e spirito, controllo e identificazione, forma e contenuto per dirla crocianamente.
Quali argomenti porterebbe a sostegno dell’affermazione che il bene è preferibile al male?
Mi aiuterei con analogie in altri campi. Per esempio il campo estetico. La bellezza del bene, la bruttezza del male. La complessità del bello e del bene: ho fatto tre volte Edipo in teatro e non l’ho ancora capito fino in fondo. Dante è il più grande di tutti perché è sferico, è spirituale. E poi il campo sportivo: conta il risultato, e il risultato si ottiene con dolore, con sforzo. La via del bene è una via di sofferenza, una via in salita, ma di segno positivo. Il campione è quello che sa soffrire. Nell’insegnamento ai ragazzi della mia Bottega dell’attore ho sempre insistito su questo: cercate la strada difficile, attraverso il dolore - anche fisico - si ottengono i risultati più densi. E in fine: se lo scopo è stare meglio, essere più felici… è evidente che il male rende cattivi, invidiosi, infelici.
Quanto delle sue ansie spirituali si traduce in comportamenti buoni?
Trovo che il più grosso esercizio di bontà da parte mia è accettare la durezza di questi miei anni maturi come un riscatto per la fortuna della mia esistenza. Ho avuto tutto troppo facilmente, è ora di ristabilire l’equilibrio, pagare il debito. Ma a parte questo, so che bisogna essere generosi con gli altri; mi capita qualche volta di esserlo, ma non sono soddisfatto del modo e del grado. Vorrei che la generosità venisse naturale, senza alcun retropensiero o tornaconto, fosse anche solo quello di godere nel riconoscersi generosi.
Le faccio un’ultima domanda: esiste l’anima?
Sì, decisamente. Ma è questione di terminologia: che cos’è? Io chiamo anima tutto ciò che non posso toccare, ma la cui presenza mi è evidente quanto il moto delle mie gambe. È il soffio, la respirazione delle tecniche orientali. E in questo senso è qualcosa di molto concreto.