C’è stata una forte «mutazione», tra i medievisti italiani delle più giovani fasce d’età. Parliamo qui di ricercatori fra i trenta e i quarant’anni che, prescindendo dal rispettivo «rango» raggiunto nel cursus honorum accademico o in quel che ne rimane, godono fama di ormai affermati esponenti della ristretta ma non troppo comunità di chi si occupa professionalmente d’infagare i differenti aspetti del cosiddetto Medioevo. «Cosiddetto», appunto, perché non va dimenticato - e Azzara difatti lo ricorda bene, sull’autorevole scia di Maestri come Giorgio Falco e Giuseppe Sergi, fin dalle prime battute di questa densa, informata, efficace sintesi - che la parola «medioevo» esprime una periodizzazione convenzionale. Essa si è peraltro, e fin dalle sue più remote origini tre-quattrocentesche, talmente caricata di valori, disvalori e antivalori, da costituir di per se stessa, con tutte le passioni, le polemiche e gli equivoci che ha generato e continua a generare, uno degli elementi caratteristici di quella cultura che, con un’altra generalizzatrice e pericolosa espressione-chiave, potremmo definire «cultura occidentale moderna» (ma evocare «Occidente» e «Modernità» è forse, in effetti, tautologico).
«Mutazione», dicevo: e non semplice mutamento. Fino a circa una trentina d’anni fa, anche i più originali tra i giovani ricercatori si adeguavano alle scelte delle generazioni precedenti nell’alveo rassicurante della storiografia neohegeliana di varia osservanza o cattolica variamente toccata dai postumi delle esperienze neotomistica o modernista, non senza qualche inquietudine weberiana o qualche ricorso alla neue Lehre. Poi sono arrivate le novità dall’Oltralpe e dall’Oltreatlantico, si è cominciato a parlar di nouvelle histoire e di rapporto con le scienze umane, si è approdati ai lidi della microstoria e così via. Dove va, adesso, la medievistica italiana? Se lo domandava qualche anno fa Ovidio Capitani: ma è una domanda da ripeter di continuo, periodicamente, a ogni cambio o semicambio della guardia generazionale.
Claudio Azzara, giovane di ottima formazione, docente nell’Università di Salerno, è un caso certo non unico, ma comunque molto raro, di esponente della generazione formatasi nelle acque agitate della svolta concettuale e metodologica della nostra medievistica e che riesce a coniugare la severa attitudine alla ricerca analitica, sulle fonti di prima mano, con una visione generale «di lungo periodo», non settorialmente limitata, di tutto il Medioevo. Da lui ci si poteva quindi aspettare - e non ci ha affatto deluso - una sintesi come questa, pensata anzitutto (ma non solo) per gli studenti universitari e per chi intenda avviarsi a una fruizione non semplicemente divulgativa e non necessariamente solo passiva dei secoli compresi fra V e XV. Con lo sguardo, appunto, attento alla pluralità delle espressioni della vita di quell’articolato periodo e al loro teatro, non solo «europeo»-occidentale ma anche euro-orientale e mediterraneo. Da qui un «plurale» che può far discutere (ma col quale, sia chiaro, io concordo): non già la, bensì le civiltà del Medioevo, seguite nella loro complessità e diversità, senza cedere alla tentazione di tranquillizzanti normalizzazioni di sorta ma con un’attenzione specifica allo sviluppo del tema del potere e all’articolarsi del rapporto tra istituzioni giuridiche e civili da un lato, strutture economiche e «visioni del mondo» dall’altro. La sicurezza dei giudizi critici fa di questo libro qualcosa di più di un manuale universitario e lo rende particolarmente consigliabile agli insegnanti desiderosi di aggiornarsi e ai giovani che intendano avviarsi alla ricerca o anche semplicemente uscir dalle secche d’una divulgazione pseudomedievistica che, specie negli ultimi tempi, è diventata boriosa, arrogante e demenziale.
Claudio Azzara, Le civiltà del Medioevo, Il Mulino, 276 pagine, 16,00 euro