Questo è un atto d’amore. Per la squadra più «ferita» del mondo. Io, juventino dal 1961, da quando i miei genitori lasciarono il Brasile per l’Italia, non più Verona ma Torino, voglio celebrare il Toro. La gloria, la morte, la rinascita. Non una semplice squadra, ma un simbolo del nostro Paese: un simbolo sociale e culturale. Vorrei cominciare la mia ode, da un’ala destra. Un giocatore dai capelli lunghi, capace di dribbling ficcanti e maestosi, proprio come li faceva il mio Mané Garrincha (l’angelo dalle gambe storte cantato da Carlos Drummond de Andrade, Edilberto Coutinho e Vinicius de Moraes), un tipo originale, che andava in giro, sotto i portici antichi torinesi, davanti allo sguardo stupito delle madamin, con una gallina al guinzaglio, un tardoromantico che si innamorò perdutamente della ragazza del luna-park: Gigi Meroni. O sì, Gigi Meroni, la farfalla granata. Che storia, la sua. Un attaccante funambolico, imprevedibile, «rivoluzionario» per quei confusi, intensi anni Sessanta. I tifosi torinisti lo adoravano; gli avversari morivano d’invidia. Meroni dipingeva, sul campo, quando ancora il campo era «la quiete e l’avventura», i suoi arabeschi. Ma il suo sguardo non era mai allegro, il suo sorriso sembrava spegnersi sul nascere: aveva capito, la farfalla granata, l’angoscia di quel tempo. Io andavo a vedere la Juventus. La formazione «operaia» di Heriberto Herrera, il paraguayano di ferro, l’allenatore che disse a Omar Sivori: «Prego, si accomodi». All’ala giocava Erminio Favalli, calzettoni abbassati, polpacci d’acciaio. Ma io, per divertirmi, per recuperare ebbrezze brasileire, seguivo, quasi da clandestino, allo stadio Filadelfia, gli allenamenti del Toro. Ho ancora, nel mio baule dei ricordi e dei rimpianti, l’autografo di Gigi. È nella pagina dei «re»: con Pelé, Riva, Maradona, Petruzzu Anastasi, che fu il mio idolo bianconero, sublime nella rovesciata proletaria.
Poi, arriva l’autunno del nostro dolore. Quella notte maledetta del 15 ottobre 1967. Il Torino, poche ore prima, aveva battuto al Comunale la Sampdoria 4-2. Meroni e il suo amico fraterno, il terzino Fabrizio Poletti, escono dal bar «Zambon» e attraversano corso Re Umberto. Meroni fa un passo avanti e uno indietro. Lì, il destino crudele è in agguato. Un ragazzo di diciannove anni lo prende in pieno. Quel ragazzo di diciannove anni è un tifosisssimo del Torino, nella sua cameretta ha un solo poster: quello di Meroni. Quel ragazzo si chiama Tilli Romero. E fino a qualche mese fa era presidente del Toro. Perché la storia della società granata è come un romanzo. Più di un romanzo. Ora, fermiamoci un attimo. E torniamo indietro nel tempo. Al 4 maggio del 1949. Meroni è un pilota. Un pilota d’aereo. Un bravo pilota. E quel giorno, da Lisbona a Torino, deve portare a casa la più fantastica squadra del football mondiale: il Torino. Ma per tutti è il Grande Torino. Il capitano si chiama Valentino Mazzola: è uno che si rimbocca le maniche, dice ai suoi: «Forza, vinciamo». E gli avversari vengono sommersi da valanghe di gol. Il Grande Torino è andato in Portogallo per disputare una partita amichevole. I volti sono sorridenti. Quei giovani, nell’Italia del dopoguerra, rappresentano la speranza, il riscatto, l’orgoglio. Vincono sempre, ovunque. Dal 1942, sono i padroni del football. Sono gli invincibili. Bacigalupo, Ballarin I, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti II, Loik, Gabetto, Valentino Mazzola, Ossola. Meroni si chiama il pilota, proprio come Gigi la farfalla granata. Sulla rotta del ritorno, c’è pioggia. Pioggia e nebbia. Un tempo da cani. I campioni del Grande Torino vogliono soltanto tornare a casa, dalle famiglie. Qualcuno farà un salto al bar, altri una passeggiata, in tanti giocheranno coi figli. Ci sono, su quel volo, anche tre giornalisti. E che giornalisti: Casalbore, il fondatore del quotidiano Tuttosport, Tosatti, papà di Giorgio, della Gazzetta dello Sport e Cavallero della Stampa. Pioggia e nebbia. Atterrare a Genova? No, Torino è lì.
Torino. La città gozzaniana dalle «diritte vie corrusche di rotaie». Torino. La basilica di Superga. Lassù in alto. Fateci caso: non sembra accarezzare il cielo? Lo schianto. Morti. Tutti morti. La voce corre di bocca in bocca. Non c’erano telefonini, edizioni speciali dei vari telegiornali. Da persona a persona, da dolore a dolore, da lacrima a lacrima: «Su a Superga… I ragazzi del Toro… Sono morti, morti, tutti morti». Non può essere vero. La gente va a piedi a Superga. Non può essere vero. Tutti ricorderanno cosa facevano quel giorno, in quel momento quando l’aereo si sbriciolò. Una delle più belle poesie sul calcio l’ha scritta Giovanni Arpino, dedicandola al Grande Torino, in dialetto piemontese: Me Grand Turin. Questa è la traduzione: «Rosso come il sangue / forte come il Barbera / voglio ricordarti adesso, mio grande Torino. / In quegli anni di affanni / unica e sola era la tua bellezza. / Venivamo dal niente, da guerra e da fame / carri bestiame, tessere, galera, / fratelli morti in Russia e partigiani, / famiglie separate, perduta ogni bandiera. / Eravamo poveri, lividi, spaventati, / neanche un soldo sulla pelle e per lavorare / dovevi sorridere, brigare, pregare / fino all’ultima goccia del tuo fiato. / Fumare voleva dire una cicca in quattro, / per divertirsi dovevamo ridere di poco, / per mangiare mangiavamo perfino i gatti, / non eravamo niente: i furbi come gli sciocchi. / Ma avevano un fiore ed eri tu, Torino, / tagliata nell’acciaio la tua bravura, / gioventù nostra che tutti i dispiaceri / portavi via con la tua faccia dura. / La tua faccia d’operaio, mio Valentino! / Mio Casigliano, Riga, Loik, e quella peste / di Gambetto, che faceva venire tutti matti / con venti dribbling ed era già gol. / Filadelfia! Ma chi sarà il villano / a chiamarlo un campo? Era una culla / di speranze, di vita, di rinascita, / era sognare, gridare, era la luna, / era la strada della nostra crescita. / Hai vinto il mondo, / a vent’anni sei morto. / Mio Torino grande / mio Torino forte». Rinascere da quella tragedia, da quel lutto. Possibile? Il Toro ci riprova, con le sue vene aperte, il suo pianto raccolto, la sua voglia di rinascere. Superga resta lassù: monumento all’infinito.
Così, ritorna una specie di felicità quando Gigi Meroni arriva. Perché Meroni è una pagina chiara, una luce inattesa, il dribbling che fa battere le mani. Il popolo torinista riprende a parlare di scudetto. Perché basta quel folletto dai capelli lunghi a riaccendere la speranza. Ma il fato non ne vuole sapere. Il fato non guarda in faccia alle speranze, ai sentimenti. Il 15 ottobre del 1967 Meroni muore, investito da un suo tifoso che diventerà presidente del Torino. Capite, ora, cos’è il Toro? Io vado al funerale di Meroni. Porto una rosa rossa. C’è tutta la città in silenzio, a capo chino. E la domenica dopo si gioca il derby. Sì, proprio come in un romanzo. Io sono nella curva bianconera, la curva Filadelfia, con la mia bandiera listata a lutto. Nessuno urla, viene solo scandito un nome: «Gi-gi, Gi-gi, Gi-gi». Il Toro stravince 4-0. Realizza una tripletta Nestor Combin, l’altro gol lo mette a segno Alberto Carelli, che indossa la maglia numero 7 di Meroni. Alberto Carelli lo trovo spesso al bar sotto la casa dei miei genitori, a pochi passi dallo stadio Comunale. Fa l’allenatore dei giovani. Tutti continuano a chiedergli: «Alberto, ci racconti di quel giorno, al derby, quando hai segnato con addosso la maglia di Gigi». E lui, ogni volta, ricorda. Perché un po’ di Meroni vive in lui, e questa cosa Alberto la capisce. Per questo non dice mai: «Ancora?». Ma racconta. Il Grande Torino, Gigi Meroni: ma il Toro è Toro. E proprio come faceva Valentino Mazzola si rimbocca le maniche. In attesa di un miracolo. Di un giorno di nuovo felice. Ma veramente felice. E quel giorno, finalmente, arriva. È la storia dello scudetto conquistato nel campionato 1975-‘76. Presidente Pianelli, allenatore Radice, poi la formazione-filastrocca: Castellini, Santin, Salvadori, Patrizio Sala, Mozzini, Caporale, Claudio Sala, Pecci, Graziani, Zaccarelli, Paolino Pulici. Mamma mia, che squadrone! Claudio Sala lo chiamano «il poeta del gol», mentre i dioscuri Graziani e Pulici sono «i gemelli del gol», il portiere Castellini è «il giaguaro». Leggete questa bella poesia di Fernando Acitelli dedicata a Francesco Graziani & Paolino Pulici: «È un attacco da foto segnaletica / il duo Graziani-Pulici. / È ciò che la Natura genera / dopo Superga e il corpo di Meroni. / Siamesi del gol che vedono la porta / come pochi. Baldanza genetica d’un solo / corpo. / Ciccio guardato a vista! / Come l’uomo dai sette capestri / che ammacca forzieri e graticelle / di banca. / E gli luccica la stelletta agli speroni! / Paolino, tranquillo liceale, / irruento però e assai morale! / Ma anche cascatore che realizza… / Stunt-man d’area, aerostatica milizia / su spioventi del Sala letterato, / baffo munito, poeta raffinato…». Di nuovo il trionfo. Di nuovo la festa. Di nuovo le bandiere granata al vento. È l’inizio di un ciclo? No, perché l’anno dopo a vincere lo scudetto è la Juventus di Giovanni Trapattoni. 51 punti contro 50!
Da non crederci! Un solo punticino di differenza, un niente. Poco alla volta, di nuovo il buio. Presidenti senza cuore e senza anima, il Filadelfia ridotto a un cumulo di polvere e macerie, che vergogna! La serie B. Le contestazioni. Giocatori che vanno e che vengono. Soltanto loro a resistere, i fedelissimi granata. Gente che non molla, gente che lotta, gente vera. E adesso, si è aperto un nuovo capitolo. È arrivato un presidente dalle idee chiare, che ha deciso di riportare il Toro non soltanto in A, ma allo scudetto: Urbano Cairo. Uno che è granata per davvero e che per il Toro ha deciso non soltanto di spendere, ma di metterci i giorni e le notti, la fatica, il lavoro senza sosta. Perché il Toro è, soprattutto, un amore. Un Grande Amore.