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RELATIVISMO/Solo la scelta tra il Bene e il Male può fondare la libertà umana

LIBERAL BIMESTRALE
di Ferdinando Adornato
Liberal n. 28 - Febbraio-Marzo 2005

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Non c’è dubbio che la più grande «guerra culturale» della nostra epoca si giochi, in Occidente, intorno al tema del «relativismo morale». Era in qualche modo prevedibile e in parte inevitabile. Negli ultimi decenni, infatti, la cultura pubblica europea ha coltivato una sola delle due facce del tableau di valori che definisce la nostra identità: l’amore per l’altro. L’esaltazione del dialogo, della tolleranza, del rispetto per le sue culture e le sue religioni. Abbiamo però colpevolmente trascurato l’altra faccia: l’amore per noi stessi. Lo studio e l’affermazione della nostra identità, della nostra storia, la passione per la nostra etica pubblica e per le nostre religioni. Ignorando che l’una faccia senza l’altra non regge, anche al fine di promuovere un dialogo positivo con civiltà differenti dalla nostra. Per il semplice motivo che possono dialogare soltanto «due» identità definite: e dunque senza l’amore e il rispetto per se stessi non è possibile alcun vero dialogo con l’Altro. Ama il prossimo tuo come te stesso, ha insegnato Gesù. Se non ha detto «più di te stesso» avrà avuto le sue buone ragioni.

*****

Nella dialettica dei nostri valori possiamo agire su due pedali. Il primo è l’amore: non vogliamo, non possiamo e non dobbiamo odiare nessuno. Il secondo è la difesa da chi pensa il contrario: non vogliamo, non possiamo, non dobbiamo farci piegare da chi predica l’odio. I due pedali dialettici possono sembrare contraddittorii: come posso difendermi, infatti, se non posso odiare? Ma, d’altro canto, come posso rinunciare a difendermi se, in conseguenza della mia rinuncia, vincesse l’odio? Risiede proprio qui, nella capacità di porsi questo sacro dilemma, la tanto contestata «superiorità» dell’Occidente. È in fondo il dubbio dei dubbi, quello rappresentato dal più celebre monologo della cultura occidentale: «Essere o non essere. È questo il problema./Se sia meglio per l’anima soffrire/oltraggi di fortuna, sassi e dardi,/o prender l’armi contro questi guai/e opporvisi e distruggerli...».

*****

La superiorità della nostra civiltà consiste dunque nella dialettica della reciprocità e nel primato del dubbio che, com’è facile intendere, significano: complessità della libertà, incessante fatica spirituale, rifiuto di ogni semplicistica via di fuga, ripudio del manicheismo, continua assunzione di responsabilità. I nostri due pedali non vivono come monadi separate, coesistono quasi sincronicamente e ci chiedono di essere disposti anche a morire pur di difendere libertà e verità. Ma quando si può decidere che è giunto il momento di combattere? La bussola più semplice è offerta dal concetto di legittima difesa. Non è un concetto esaltante: è anzi un valore disperato, l’ultima risorsa di chi, appunto come Amleto, è già stato colpito da un trauma. Ma non c’è dubbio che la legittima difesa di una persona, di una comunità, di un popolo, di uno Stato, di una civiltà sono situazioni catastrofiche nelle quali è sicuramente giustificata una reazione orientata al ripristino della situazione violata. I primi cristiani, facendosi sbranare dai leoni, costruirono le fondamenta di ogni libertà. Se oggi noi, dai mille leoni che aggrediscono la libertà, ci facessimo sbranare senza reagire, testimonieremmo null’altro che la fine di quella stessa libertà. Poggia qui, filosoficamente, il rifiuto di quella «sindrome di Monaco» che lasciò campo libero a Hitler per conquistare l’intero continente. Ma è proprio questo determinante passaggio culturale a essere contestato dal relativismo e da quel pacifismo unilaterale che ne è diventato il principale portabandiera. Entrambi questi movimenti culturali non sono altro che l’esito, direi quasi l’effetto, dello scenario filosofico nel quale l’Occidente si trova immerso fin dagli ultimi decenni del secolo scorso. Nelle nostre terre l’idea di libertà si è fatta opaca. Per edulcorare tale opacità si diffonde l’illusione che il concetto di Occidente vada superato, che gli Occidenti siano due. Il pregiudizio antiamericano raggiunge l’azimut della sua parabola storica inducendo a ritenere possibile, anzi conveniente, separare il nostro destino da quello americano. L’emergente multiculturalismo solletica l’equivoco che la nostra identità debba essere dimenticata in nome dell’«accoglienza» dell’Altro. In una parola, la cultura europea si presenta sfibrata di fronte alle sfide del Ventunesimo secolo. Orfana delle proprie radici, quasi incapace di nominarsi, vergognosa di se stessa e della propria storia.

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La ragione è assai profonda e risiede nel Grande Inganno Etico orchestrato dal Ventesimo secolo. Viviamo nel miraggio di esserne definitivamente usciti, ma in realtà non è così. Non c’è bisogno di Freud per sapere che, nella vita privata come in quella pubblica, per uscire davvero da una tragedia, soprattutto quando è in gioco una nostra colpa, bisogna con pazienza «elaborare il lutto», fare seriamente i conti con la psicologia del profondo che ha scatenato motivazioni e conseguenze di ciò che è accaduto. Ebbene, questo lavoro la cultura europea non l’ha ancora fatto. Si è limitata a qualche superficiale autocritica da ex o da post, appunto. Al contrario, per fronteggiare il nuovo tempo storico dobbiamo liberarci fino in fondo delle scorie prodotte dai due nemici «interni» del secolo scorso, il nazismo e il comunismo. Il Ventesimo secolo, infatti, ha segnato l’avvio di un lungo sentiero verso il nichilismo, una deflagrazione suicida posta alle basi della nostra stessa identità. Il nazismo, come sosteneva Heidegger, si immaginava come il «compimento» della metafisica occidentale. Il comunismo, come aveva scritto Marx, si riteneva «l’erede della filosofia classica tedesca». Entrambi i totalitarismi intendevano persuadere l’umanità che i loro pensieri rappresentassero la verità dell’Essere, la conclusione della millenaria ricerca che aveva preso le mosse dalla filosofia greca. Milioni di persone hanno gettato nel vortice di questo delirio l’intera loro esistenza, accettando perfino di perderla. Credevano davvero che in quegli idola si nascondesse la verità del nostro essere al mondo, il nostro compimento umano. Tanto che ancora oggi le persone più ragionevoli continuano a domandarsi come sia stato possibile che in tanti abbiano potuto credere a quel cielo. E se quegli angeli maledetti possano ancora tornare tra noi. Per fortuna è ormai noto che, lontano dal rappresentare l’autentico compimento dell’identità occidentale, i totalitarismi hanno in realtà dato corpo alla più estesa e feroce aggressione all’Occidente e ai suoi valori fondativi. È ormai noto: ma non da tutti è ancora accettato. Anche perché persiste una vasta area «grigia», di grande ambiguità, intorno alla definizione di tali valori fondativi. Dove risiedono, e in cosa effettivamente consistono? Sono queste le domande che, ignorate, alimentano la falsa ideologia del relativismo. Proviamo dunque a rispondere.

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Molti anni fa Federico Chabod, in un saggio poi diventato un classico, disegnava il principio centrale dell’identificazione dell’Europa richiamandosi a Hegel, laddove il filosofo tedesco pensava l’Europa come il Paese del passaggio dalla libertà smisurata alla realizzazione personale, dell’«innalzamento del personale sull’universale». Il personale che s’innalza sull’universale: l’Occidente è dunque un’individualità storica e morale fondata sulla «centralità della persona», considerata insieme come motore e finalità della storia. Ebbene, in questa semplicissima proposizione risiedono le nostre fondamenta, in ciò consiste la nostra identità. Da Socrate e Gesù passando per Dante, Tommaso Moro, Marsilio Ficino e Spinoza è questa la filosofia che determina l’identità europea. Alla fine del Medioevo, una profonda rivoluzione umanista, figlia della cooperazione tra il pensiero laico e quello cristiano, sancisce erga omnes la sovranità della persona. San Tommaso aveva aperto la strada a un nuovo rapporto tra sapere e fede, oltrepassando il puro dominio della trascendenza. Era così aperta la strada per la rivoluzione umanista che di lì a poco avrebbe contagiato l’Occidente: la centralità dell’uomo sancita dalla sua somiglianza con Dio. Quest’ultimo, «come agente produce una cosa a sé somigliante» e dunque assegna all’uomo, a sua volta, la libertà di creare.

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Nel Medioevo il potere della creazione era un’esclusiva celeste, un’ipostasi trascendente. Con la rivoluzione che parte dal Tredicesimo secolo, la creazione, sulla scorta della Genesi, è trasferita da Dio all’uomo: il quale con il suo lavoro, la sua intelligenza, la sua capacità di ricercare e di scoprire, acquista piena signoria sull’universo. È l’uomo, dunque, la macchina divina che opera sulla terra. Ma attenzione: egli crea a immagine e somiglianza di Dio, non si sostituisce a Dio. Il suo primato si esercita, diremmo oggi, attraverso poteri delegati: egli non può e non deve alterare il ciclo della vita e l’ordine del Bene e del Male così come gli sono stati trasmessi dalle tavole della Legge. Sulla filigrana di questa rivoluzione, che dal tardo Medioevo si snoda fino al Settecento, passando per l’era delle grandi scoperte geografiche e scientifiche, si costruiscono il senso e il destino dell’avventura occidentale che, facendo tesoro della filosofia greca e del diritto romano, chiede all’uomo di rischiare, produrre, scoprire nel nome della comunità. Di applicare amore, forza e desiderio all’elevazione materiale e spirituale delle moltitudini, sempre rispondendo a quell’etica della responsabilità senza la quale nessuna libertà è concreta. Sulla scorta di questo mandato di ispirazione trascendente, ma indubitabilmente autonomo nella sua immanenza, si scriveranno poi i capitoli istituzionali di quell’alleanza biblica tra Dio e popolo che incornicia le strutture di una democrazia basata sul pluralismo e sul policentrismo: l’autonomia dell’individuo e della comunità (società civile), il valore dei corpi intermedi, il principio di sussidiarietà. L’autorità passa direttamente da Dio all’uomo: nessuna mediazione può frapporsi a questa sacra unione, nessuno può arrogarsi il diritto di spezzare l’arca di questa alleanza.

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Questo grande viaggio dell’identità occidentale trova un primo scoglio storico nella rivoluzione giacobina di Parigi. Essa, infatti, pur fondando la modernità attraverso la liberazione dai vincoli feudali, finisce per determinare la sua filosofia politica intorno al primato dello Stato. L’uomo, l’individuo, la persona devono infatti essere «tenuti a bada» dalla volontà generale, perché il possibile male della società viene visto come conseguenza del prevalere della «volontà particolare» del singolo soggetto. Con la filosofia pubblica dominante nella rivoluzione francese siamo in presenza di un vero e proprio rovesciamento teorico dell’identità occidentale che segnerà l’intera vita pubblica continentale per i successivi due secoli che ancora influenza la filosofia pubblica dei nostri tempi. Nello stesso periodo, a Filadelfia, un’altra rivoluzione, quella americana, aprirà l’era della modernità proponendo principi assai diversi da quelli di Parigi, in filosofica continuità con il nucleo di fondo dell’identità occidentale: il primato della persona.

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Verrebbe da dire che non a caso i totalitarismi sono nati e hanno preso piede in Europa. A ogni modo ciò che qui più conta ricordare è che comunismo e nazismo hanno puntato a colpire il cuore dell’identità occidentale e che ci sono quasi riusciti. Il comunismo ha mosso l’attacco alla centralità della persona in nome della centralità della classe, il nazismo in nome della centralità della razza. Entrambi puntavano a violentare, in ogni caso, l’autonomia e la sovranità degli individui, deridendo e annichilendo, all’interno di un presunto Anno Zero dell’umanità, le filosofie che avevano fondato la nostra civiltà: l’umanesimo, il liberalismo, l’ebraismo e il cristianesimo. Il grande progetto filosofico dei totalitarismi era quello di distruggere ogni teoria basata sull’autonomia del soggetto. L’Occidente ha sconfitto la follia totalitaria. Ma l’Europa ancora non si è ripresa dalla formidabile aggressione lanciata contro i principi fondativi della sua identità.

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Una grande occasione per invertire la rotta è stata perduta negli anni Sessanta del secolo scorso. I movimenti che allora attraversarono come un monsone la cultura occidentale colsero correttamente come un disvalore la fenomenologia dello statalismo, svelarono la camicia di forza che Stati e partiti avevano stretto intorno al primato della persona, ma poi, misteriosamente, finirono per rivolgere la loro passione verso l’iperstatalismo del marxismo e del leninismo, addirittura sognando di bagnarne l’epifania nelle acque del Grande Fiume Giallo di Mao Tse-tung. Nati in piena guerra fredda, invece di gettare il cuore oltre l’ostacolo del Novecento e oltrepassarne i confini, i ragazzi dei Sessanta si schierarono con le ideologie antagoniste all’Occidente. Si determinò così, nel pieno dell’era postindustriale, un incredibile roll-back ideologico che convinse milioni di persone, abitanti delle libere democrazie europee, come una società fondata sulla centralità della persona fosse il Male e che, viceversa, il Bene andasse ricercato nei modelli sociali ispirati al trionfo del collettivismo. I movimenti degli anni Sessanta, in parte inconsapevolmente, hanno dunque proseguito la stessa opera filosofica inoltrata dalle ideologie totalitarie: la destrutturazione del soggetto, l’aggressione all’umanesimo, la militarizzazione della società civile. Ed è proprio il loro il tempo di preparazione culturale del relativismo: mancava solo la ciliegina sulla torta, che venne presto fornita dal pensiero post-moderno e dal cosidetto pensiero negativo.

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Il marxismo e il leninismo erano improponibili a una matura società occidentale. Altre inedite e suggestive vie filosofiche e psicoanalitiche si dovevano dunque perseguire. Vie comunque atte a colpire la centralità del soggetto, la rilevanza della famiglia come cellula sociale, la stessa decifrabilità del concetto di persona. La schizofrenia dell’individuo postmoderno, incapace di afferrare la propria identità, viene così letta come un traguardo positivo dell’umanità, finalmente resa consapevole della propria inconsistenza identitaria. Il Male prodotto dalle ideologie totalitarie veniva così rovesciato nel Bene dell’era post-deologica. Ma si trattava pur sempre dello stesso orizzonte: la certificazione della morte del soggetto, implicita santificazione del potere dell’Universale Tecnologico, Economico, Scientifico di fronte al quale non si poteva far altro che arrendersi, su un divano, prigionieri di un telecomando o di una copia di Siddharta. La filosofia postmoderna, in tutte le sue multiformi espressioni, si è manifestata in realtà come una sorta di amnistia per la cattiva modernità praticata nel corso degli ultimi due secoli. Un condono di pena che gli intellettuali hanno tentato di assegnare da soli ai loro stessi errori. Saltando a zig zag sulle citazioni del passato, contaminando le epoche e decretando che non sono più possibili giudizi di valore, annullando nell’indifferenza e nell’insofferenza il peso della storia, l’ideologia postmoderna consola l’Occidente tentando di fargli vivere, in molle lussuria, la decadenza della sua identità.

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Il cosiddetto pensiero debole tenta di liberarlo dalle sue angosce illudendolo, una volta ancora, che la modernità è davvero compiuta e che dunque non si dovrà più fare i conti con alcun pensiero forte. Ma, come già sappiamo, non è affatto così. Altre croci e altre guerre sono già arrivate a smentire quest’ennesima licenza filosofica che l’Occidente si è permesso contro il proprio codice genetico. In realtà i tamburi del mondo, sia quelli che annunciano l’era global, sia quelli che diffondono il messaggio no-global, sia quelli infine che scandiscono i colpi del terrore, ormai deridono ogni pensiero debole.

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L’Occidente ha sempre più bisogno di «pensiero forte». Non di un qualsiasi pensiero forte che, come sappiamo, non è certo mancato, a destra come a sinistra, nella folle rincorsa all’Avvenire giocata negli ultimi due secoli, ma del «suo» pensiero forte: quello che abbiamo seguito nella sua genesi come nelle sue eredità. Pecco, allora, il punto: tutte le filosofie post-totalitarie in luogo di ricondurre l’umanità occidentale lungo i sentieri della «sua» identità smarrita, l’hanno ulteriormente depistata, confondendo il pensiero dei totalitarismi con il pensiero dell’Occidente, continuando, cioè, a rimanere soggiogati dai Minculpop nazisti e comunisti che pretendevano, appunto, di essere «letti» come il destino dell’Occidente. Si può forse dire che, sebbene in punto di morte, le ideologie totalitarie sono riuscite a proiettare la lunga ombra della loro malattia ben oltre la propria vita. È come se avessero lanciato sull’umanità postideologica una sorta di maledizione: se non potete più credere in noi, non potrete più credere in nulla. Ebbene, il pensiero negativo, compresa la sua variante relativista, non è altro che l’inveramento di questa maledizione. Al nichilismo proclamato dalle false fedi dei totalitarismi ha fatto così seguito il nichilismo incarnato dall’estinzione di ogni fede. In ogni caso Dio è morto: o ucciso dal Terrore o smarrito nel Disincanto.

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Il fatto che le utopie si siano ridotte in cenere e che anche tutte le pseudosoluzioni alternative si siano rivelate vicoli ciechi non cancella la vastità e l’intensità dei danni creati. Anzi: la disillusione e l’indifferenza si sono fatti ancora più acuti. Perciò, di fronte alla perdurante e a volte ingenua capacità di credere esibita dalla nazione americana, nelle terre d’Europa più facilmente oggi si avverte paura e scetticismo. Sono le conseguenze della lunga marcia del nichilismo che, come detto, decreta che per nulla vale più la pena di battersi e di rischiare, che in alcun Dio vale la pena di credere, che perfino la nostra coscienza è Nulla. Fino all’algida scelta di non fare più figli, la più grande testimonianza della «caduta» di ogni amore e di ogni speranza.

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Annotava Edmund Husserl: «La crisi dell’essenza europea ha solo due sbocchi: il tramonto dell’Europa, la caduta nell’ostilità allo spirito e nella barbarie, oppure la rinascita dell’Europa dallo spirito della filosofia attraverso un eroismo della ragione capace di superare definitivamente il naturalismo. Il maggior pericolo dell’Europa è la stanchezza. Combattiamo contro questo pericolo estremo, in quanto “buoni europei” in quella vigorosa disposizione d’animo che non teme nemmeno una lotta destinata a durare in eterno; allora dall’incendio distruttore dell’incredulità, dal fuoco soffocato della disperazione per la missione dell’Occidente, dalla cenere della grande stanchezza, rinascerà la fenice di una nuova interiorità di vita e di una nuova spiritualità, il primo annuncio di un grande e remoto futuro dell’umanità: perché soltanto lo spirito è immortale». Era il 1935.

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Nonostante la caduta dei totalitarismi, la rinascita di quella nuova spiritualità di cui parlava Husserl non è ancora avvenuta. Al contrario, quasi ci vergogniamo di far riferimento, nella nuova Costituzione, alle nostre tradizioni cristiane. Dovremmo invece correr fuori dal Novecento e riappropriarci esattamente di questo passato antico, là dove fiorirono i nostri fiori del bene superando i devastanti effetti che la lunga marcia del nichilismo ha prodotto tra noi. Quel nichilismo che perfino i settori riformisti e moderati dell’Islam disprezzano confondendolo ormai, anch’essi, con l’essenza della nostra civiltà. Essi non temono, infatti, la nostra religione: semmai disprezzano la nostra mancanza di spiritualità. Accendono le nostre tv e non fanno fatica a credere che noi, ormai, siamo solo corpi senz’anima.

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Un primo esempio dei concreti guasti causati nella cultura pubblica dal relativismo culturale l’abbiamo avuto con il «caso Buttiglione». La si può girare come si vuole, ma la realtà dei fatti non si lascia confondere dalle interpretazioni: e i fatti ci dicono che, in buona sostanza, il Parlamento europeo ha decretato che un cittadino cattolico, se professa apertamente i valori della sua fede, non può assumere incarichi istituzionali nell’Unione. Insomma, una sorta di nuovo Berufsverbot, la legge che in Germania vietava ai comunisti gli incarichi pubblici. In questo caso siamo di fronte a un’analoga proibizione: solo riservata ai cattolici per gli incarichi istituzionali! Un secondo esempio di questo nuovo «pregiudizio anticristiano» è stato offerto dalla qualità delle discussioni messe in essere dalla legge italiana sulla fecondazione assistita. Siamo stati infatti spettatori di un fenomeno curioso. Le forze contrarie a quella legge non si sono limitate a contestarne la giustezza: cosa che in sé sarebbe normale e sacrosanta. No, ne hanno contestato la legittimità. Hanno parlato di «attacco alla democrazia», di «prevaricazione cattolica», di «legge confessionale» e dunque illegittima. E perché mai? In Parlamento non c’erano cardinali, ma deputati i quali, a ragione o a torto, hanno votato secondo la loro coscienza. Che cosa si vuole dire, allora? Che mai una legge del Parlamento può sostenere, in parte o del tutto, principi condivisi dalla Chiesa? Che per candidarsi al Parlamento, si deve prima dichiarare di non avere alcuna fede?

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Morale della favola: rischia di affermarsi in Europa una concezione illiberale secondo la quale i credenti sono cittadini di serie B. In altri termini: la fede va bene nel privato ma non può in nessun modo contribuire al formarsi dell’etica pubblica. Verrebbe dunque da chiedersi e da chiedere: ma attraverso quali valori dovrebbe allora formarsi l’etica pubblica? Attenzione: la risposta che viene data dal relativismo culturale è una e assurda: da nessuno. Il concetto di laicità così proposto è in realtà una sorta di «anestesia dei valori». L’unico valore è l’assenza di valori. La legge francese che vieta nelle scuole l’esibizione di qualsiasi simbolo religioso ne è del resto un chiaro esempio.

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Attenzione: è un passaggio delicato. L’Europa dopo aver inventato l’assistenzialismo economico-sociale sta ora inventando «l’assistenzialismo dei desideri». Tutto è ammesso. Non c’è scala gerarchica dei valori, tutti stanno sullo stesso piano. La democrazia è solo un insieme di procedure, slegate da qualsiasi riferimento etico. La società che ne viene fuori è un vero incubo: statalismo economico da una parte e libertarismo morale dall’altra: sempre sanciti dallo Stato. Il risultato è quella che è stata chiamata una «società a irresponsabilità illimitata». Ma così come l’assistenzialismo statalista ha finito per far avvitare l’Europa nel declino economico perché le sue spese andavano oltre i limiti dello Stato, analogamente questo nuovo assistenzialismo dei desideri finirà per fare implodere la nostra etica pubblica perché anche nella sua tenuta etica uno Stato ha dei limiti che non possono essere superati. Nel comporre l’equilibrio di una società, infatti, non si può tenere conto solo dei diritti individuali, ma bisogna tutelare anche i diritti della comunità e quelli della specie. Perfino l’accoglienza e il rispetto verso le altre civiltà, valori così tanto sbandierati dai relativisti, fanno a pugni con questa sorta di «anestesia etica».

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La visione liberale, all’opposto, è quella di chi vuole garantire libera espressione a ogni religione nell’ambito di un patto formale siglato con il nostro Stato. Di chi crede in una società in cui il libero esplicarsi delle fedi contribuisca alla crescita di un’etica pubblica più forte e consapevole di sé. Al contrario, il relativismo culturale e l’anestesia dei valori colpiscono al cuore la nostra civiltà perché ci abituano a pensare che non esistono più valori universali. Nella notte di queste ideologie perfino la dittatura e la democrazia verranno alla fine ritenute equivalenti. Laddove non esistono più valori universali perché mai la stessa libertà dovrebbe mantenere per sé tale privilegio? Del resto, apriamo gli occhi: quando si comincia a negare ai singoli la libertà di professare e di far valere la propria fede nelle istituzioni non è già aperta la strada verso l’autoritarismo? Tale laicismo relativista, dunque, rischia di diventare la forma moderna di un nuovo autoritarismo.

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Non è certo questa la democrazia liberale. Non si è costruita su queste basi l’identità dell’Europa. E di conseguenza essa non potrà certo sopravvivere a un futuro nel quale si affermi nell’etica pubblica una sorta di «neutralizzazione» delle religioni.

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Già di per sé tale obiettivo è contrario a ogni modello di società aperta nella quale, per definizione, ogni fede e ogni punto di vista debbono poter contribuire al formarsi dell’etica pubblica. Per di più, nel caso della religione cristiana non si tratterebbe di una neutralizzazione qualsiasi, ma della neutralizzazione dei principi su cui si fonda la nostra stessa libertà. Il cristianesimo, infatti, è il fondamento etico della democrazia occidentale.

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Ciò è vero per almeno due grandi issues teoriche. La prima riguarda proprio il concetto di laicità dello Stato. Esso non fu fondato nella modernità, non è opera di Montesquieu né di Locke: ma fu per la prima volta compiutamente teorizzato da Gesù Cristo, con la sua distinzione tra gli affari di Dio e quelli di Cesare. La seconda, intimamente legata a questa, è che la religione cristiana fonda il suo compimento esattamente sulla filosofia-chiave che fa da base a ogni teoria della democrazia: «l’autonomia del soggetto», l’irriducibile libertà della persona. Il cristianesimo ci dice cos’è il Bene e cos’è il Male: ma non ci propone di seguire il Bene in modo coatto e prescrittivo. Viceversa, fonda la propria realizzazione nella libera scelta del Bene che il singolo soggetto deve saper compiere ogni giorno. «Ogni giorno ha la sua pena» dice Gesù. In altri termini: non c’è Bene se esso non è consapevolmente e responsabilmente scelto dal singolo essere umano. La teoria del peccato originale si fonda esattamente su tale «etica della responsabilità» e la parabola del «figliol prodigo» dà conto in maniera persino provocatoria del medesimo concetto. Libertà e responsabilità costruiscono il telaio sul quale viene tessuta sia la trama della religione cristiana sia quella della democrazia liberale. È proprio la fusione tra queste due filosofie della vita pubblica a dar vita all’identità europea.

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Cosa rimane a noi, oggi, di questa storia? Un grande insegnamento che purtroppo non tutti ancora vogliono o sanno accettare. Il fatto che il concetto di libertà non può essere separato da un’obiettiva e universale visione della verità, altrimenti esso impallidisce, fino a scomparire nel relativismo dei punti di vista. Chiunque, nella storia, infatti, alza la bandiera della libertà. Nessuna tirannia, nessun pensiero del Male si presenterà mai, sulla scena della nostra vita pubblica, esibendosi come tale. Chi lo seguirebbe altrimenti? Il nazismo voleva estirpare il Male dal mondo, identificandolo con l’ideologia demo-pluto-giudaica, il comunismo predicava un Sole dell’avvenire nel quale finalmente sarebbe nato un uomo nuovo, libero, uguale. Il primo con l’estetica, il secondo con l’etica si ripromettevano di porre fine alla storia dando vita a una nuova età dell’oro. Milioni di europei li hanno seguiti, aiutandoli nella loro opera di sterminio. Perché? Perché hanno creduto a una falsa libertà, perché hanno dimenticato che la libertà diventa follia e arbitrio se perde il suo legame con la verità.

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E qual è la verità? Essa sta in quella tavola delle leggi che per la prima volta venne lanciata nel mondo dal Sinai, oppure sta in quella che i quaccheri chiamano inner light, la luce interiore della nostra coscienza. Non uccidere. Non c’è causa al mondo che possa parlare di libertà se si fonda sulla violazione di questa verità. Non c’è libertà senza questa verità. Superiore, assoluta, universale. Ricorda Alain Besançon: «Non è assolutamente necessario credere alla rivelazione biblica per accettare lo spirito di questi precetti che si ritrovano su tutta la terra: la maggioranza degli uomini ritiene che esistano comportamenti che sono veri e buoni perché corrispondono a quanto si conosce delle strutture dell’universo».

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Ecco perché quello che si chiama relativismo culturale rischia di uccidere l’identità occidentale. Perché suggerisce che non esiste alcuna verità, che tutte le verità stanno sullo stesso piano, che non può esistere per l’uomo post moderno alcuna gerarchia di valori sulla quale fondare la vita, privata e pubblica, che ormai non resta all’uomo occidentale che baloccarsi nel labirinto del pensiero debole, cercando di vivere in un felice disincanto, la molle decadenza della propria civiltà.

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Ed ecco perché esso può essere battuto solo da un nuovo patto di civiltà che coinvolga credenti e non credenti, liberali e cristiani. Il Ventunesimo secolo, che si è tragicamente aperto con l’11 settembre, ci ha fatto capire che la nostra libertà può tornare a essere travolta se noi non la sapremo difendere, se noi non saremo capaci di recuperare quel filo di pensieri che da Socrate e Gesù, fino a Tocqueville e Lincoln, ci ha permesso di fondare le nostre case, le nostre terre, le nostre strada sull’irriducibile roccia del primato della persona e della sua più totale, libera autonomia da ogni filosofia oppressiva. Giacomo Leopardi diceva che il progresso consiste essenzialmente nel saper costantemente recuperare «ciò che abbiamo perduto». Ebbene, agli uomini europei del Ventunesimo secolo, è chiesto di saper recuperare la traccia più solida e antica della loro storia, la fede nella libertà.

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Ecco perché, dopo il secolo dei totalitarismi, occorre ricostruire una nuova grande alleanza tra liberali e cristiani. Il liberale Benedetto Croce spiegò perché noi occidentali «non possiamo non dirci cristiani». Questo vale ancor di più oggi. Dobbiamo dirci cristiani.

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Dio non è con noi sulla terra. Dio non era ad Auschwitz o a Kolyma, Dio non era a New York l’11 settembre. Noi non possiamo e non dobbiamo sostituirci a Dio, ma neanche Dio può sostituirsi a noi. Egli ci ha però dato la grande autonoma libertà di scegliere tra il Bene e il Male. Ogni volta che domandiamo a Dio, o a qualsiasi altra entità, di assumersi le nostre responsabilità colpiamo al cuore il senso stesso della nostra vita. Ecco cos’è la nostra libertà: il rischio che quotidianamente corriamo assumendoci la responsabilità di scegliere da soli tra ciò che è Bene e ciò che è Male. L’etica delle intenzioni non è nulla senza l’etica della responsabilità. Seneca sintetizzava così la medesima predisposizione filosofica: «Non obbedisco a Dio, ma concordo con Dio». Anche per Seneca lo spirito umano è affine a Dio, anzi non è altro che un «dio che dimora come ospite nel corpo umano, una forza divina che non perde la sua essenza anche se, come un raggio di sole, si abbassa sulla terra».

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Dio creò Adamo ed Eva mettendo loro di fronte il serpente e la mela: l’Occidente mette continuamente davanti a tutti noi, ogni giorno, serpenti e mele. La nostra libertà sta solo nel rifiutare le mele, nel resistere ai serpenti. A me piace l’Occidente non perché sia un sistema perfetto nel quale non fiorisce il Male. Non esiste un sistema siffatto e chi ha cercato di vendercelo ci ha truffato. Viceversa a me piace l’Occidente proprio perché non nega l’esistenza del Male, anzi lo rintraccia perfino nelle sue stesse viscere, come è umano che sia: epperò la sua filosofia identitaria assegna solo a me e alla mia libera coscienza, non alla mia Classe, alla mia Razza, al mio Stato, al mio Partito, la responsabilità di combatterlo, di rifiutarlo, di scegliere il Bene. Anche se, per farlo, devo andare contro convinzioni diffuse, magari anche contro la mia Classe, la mia Razza, il mio Stato, il mio Partito. E nessuno, neanche Dio appunto, può sostituirsi a me in questa scelta.

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Questa, solo questa, semplicemente questa è l’identità dell’Occidente. Questa, solo questa, semplicemente questa è la verità universale, non relativa, della sua storia, questa è la sua superiorità nei confronti di ogni sistema chiuso, religioso o politico che sia, che imprigioni in anguste celle mentali l’infinita libertà dell’uomo. Sembra impossibile che noi europei siamo stati capaci di smarrire, nel Novecento, questo semplice filo della nostra identità, tradendolo in cambio di qualche biglietto per mediocri e criminali recite ideologiche. Eppure è successo. Ebbene, occorre impedire che possa succedere ancora.

 

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