luglio 1996 - liberal mensile
Moro non fu un teorico della politica, perché la politica si svolgeva, secondo la sua sensibilità, per un itinerario essenzialmente processuale. Per Moro una realtà storica non interpretata è una realtà muta, e un politico non è tale se non avanza analisi, se non propone ipotesi di lettura capaci di avvicinare l’azione politica alla realtà dei mutamenti, ponendola il più possibile a contatto con la struttura profonda del proprio tempo. Senza intelligenza storica la politica è condannata a dipendere dai fatti, limitandosi a registrarli o, peggio, a subirli, anziché aspirare a governarli. Fatta questa premessa si comprende come non sia affatto semplice stabilire all’interno della sua opera una chiara ripartizione di ruoli e di linguaggi. Non vi sono in Moro testi di pura routine: tutti i suoi interventi sono in qualche modo rivelatori del suo pensiero, della sua concezione della politica e della vita pubblica. La lettura dei suoi discorsi parlamentari lo testimonia in modo esauriente. In sede parlamentare, il discorso di Moro riflette le responsabilità istituzionali di volta in volta ricoperte; non stupisce quindi che appaia meno libero, meno fluido, talora meno efficace. Il Moro singolare creatore di linguaggio, incline a inserire nella propria argomentazione formule ellittiche che riassumono i passaggi decisivi e che si fissano nell’immaginazione dell’interlocutore, segnando in profondità il lessico politico, è solo adombrato in Parlamento. E tuttavia non ci troviamo di fronte a uno sdoppiamento, ma a una forma di complementarità. Non si potrebbe capire il Moro «politico» senza questo Moro, e cioè il Moro, in qualche misura, «istituzionale». L’uno si alimenta dell’altro in un costante rimando. Nelle sedi di partito, Moro incita al movimento, tende a presagire i tempi. Nei discorsi parlamentari, invece, la struttura è meno esortativa. Se i discorsi «politici» enunciano le linee e l’interpretazione del disegno di Moro, considerato nel suo sviluppo ideale, i discorsi «istituzionali» hanno il compito di mostrare questo disegno mentre si realizza sul campo, e anzi sono essi stessi parte integrante di questa realizzazione. Se Moro nell’aula parlamentare, con la sola eccezione forse del discorso del marzo 1977 sull’affare Lockheed, si è sistematicamente adoperato per attenuare i contrasti e per evitare le contrapposizioni frontali, ciò non è dovuto al fatto - come pure si è detto - che egli concepisse il proprio ruolo politico come volto essenzialmente ad aggirare le prese di posizione troppo nette e a logorare con tattiche interlocutorie avversari e alleati, per salvaguardare sempre il primato e la centralità del proprio partito. Se fosse vera questa interpretazione, di un Moro costantemente propenso a rifiutare i conflitti e a rinviare le decisioni, risulterebbero allora incomprensibili le posizioni di rottura talora assunte, in momenti decisivi del dibattito politico, all’interno della Democrazia cristiana. La vocazione alla mediazione è l’opposto di una scelta tattica. Essa rientra in un disegno politico-istutizionale nel quale il sistema parlamentare è assunto come chiave di volta dell’evoluzione democratica del Paese. Ed è a questo disegno che Moro comincia a lavorare appena approdato alla politica, nell’Assemblea costituente. Due osservazioni contribuiscono a rendere evidente la profondità dell’impronta lasciata dall’esperienza della Costituente sul disegno politico-istituzionale di Aldo Moro. La prima riguarda il rapporto tra fede cristiana e vita politica. Come costituente che veniva direttamente dalla militanza nell’associazionismo cattolico (al momento di essere eletto era ancora presidente nazionale della Fuci), Moro era costantemente sollecitato a tener conto degli orientamenti di quel mondo, perché se ne facesse tramite in sede politica. L’Azione cattolica, ad esempio, aveva costituito un Ufficio cattolico per l’educazione (Uce), il cui esplicito proposito consisteva nel garantire la realizzazione di un disegno di Costituzione cristiana. Per quanto sensibile al vincolo con la realtà ecclesiale, Moro non credeva in questo disegno, ed esprimeva una qualche insofferenza per le sollecitazioni che ne derivavano. Si può ricordare una lettera a Vittorino Veronese: «Non ho mai ignorato il punto di vista che l’Uce mi ha confermato in ripetuti e autorevoli interventi. Ma questa Costituzione, faticosamente negoziata tra dieci milioni di marxisti con molte appendici moderate, massoniche e anticlericali e otto milioni di democristiani (fino a quando?), non può riprodurre completamente i nostri punti di vista. È bene che si sappia che altri in Italia non la pensavano come noi e che l’aver ottenuto quanto si è ottenuto in materia di istruzione è un successo che non credo possa essere migliorato. Respingo perciò la tendenziosa interpretazione contenuta nel rapporto dell’Uce, frutto di un esame superficiale e incompleto».
Moro ha chiaro che, in una società regolata da istituzioni democratiche, la Chiesa e i cristiani non devono agire come parte in una logica di schieramento, ma devono piuttosto presentarsi come forza «di mediazione non opportunistica, di pacificazione degli spiriti, di approfondimento dei valori morali», senza tuttavia pretendere «il monopolio della interiorità e serietà morale, ma sentendo compagni nella stessa trepidazione e nella stessa attesa tutti gli uomini di buona fede». La coincidenza quasi letterale di queste parole, pronunciate nel marzo 1946, con le espressioni che il Concilio Vaticano II vent’anni più tardi avrebbe utilizzato nel descrivere il rapporto tra fede e politica, è segno dell’anticipo con cui Moro sapeva individuare i processi in atto e riusciva a prevederne gli esiti. Ma lascia intravedere, al tempo stesso, l’isolamento e l’incomprensione di cui spesso soffrì. La seconda osservazione è invece di ordine psicologico e riflette la sensazione che nella vicenda politica di Moro un ruolo non indifferente sia stato determinato da una connotazione di carattere generazionale. Quando Moro viene eletto alla Costituente ha solo ventinove anni, ma a rileggerne gli interventi e analizzadone l’azione, questa cifra biografica quasi non trova riscontro. Si avverte nella sua presenza un’autorevolezza - riconosciutagli del resto anche con la nomina a vicepresidente del gruppo democristiano nell’Assemblea - che sembra non avere rapporto con l’età anagrafica e neppure, in certo senso, con la preparazione politica. A differenza di tanti «maestri» presenti all’Assemblea costituente, Moro aveva quella qualità, rara anche nei grandi intellettuali, di intuire i processi di lungo periodo, cogliendone sotto le apparenze i segni dispersi. Il modo di agire e di pensare di Moro è già intimamente politico e ciò lo rende oggettivamente diverso dagli altri professorini che insieme a lui condividono l’avventura costituzionale - La Pira, Dossetti, Lazzati, Fanfani - e nei confronti delle cui posizioni, talvolta intransigenti, assume spesso un compito di mediazione per favorire l’intesa con le componenti politiche e ideali di segno diverso. Specie nel lavoro di commissione, colpisce l’immediatezza con cui Moro annulla il distacco generazionale dai colleghi più anziani - Ruini, Basso, Terracini, Nenni, Togliatti - portando subito il rapporto su un piano di parità. Sarebbe errato tuttavia interpretare questo atteggiamento come una forma di presunzione. La naturalezza con cui Aldo Moro si è calato nell’esperienza di costituente lascia piuttosto supporre che egli avesse percepito di vivere un’età giovane del Paese, una fase in cui antiche e nuove energie erano chiamate a convergere, e le differenze generazionali dovevano essere superate nel comune compito della ricostruzione sociale, morale e politica. Soprattutto, Moro sente che è venuto il momento di passare all’azione, per tutti quei giovani che durante i lunghi anni di regime fascista erano stati costretti a pensare alla politica esclusivamente in termini di formazione a un impegno futuro, nell’attesa del momento in cui la democrazia sarebbe stata ristabilita in Italia e con essa le condizioni per tornare a coniugare pensiero e azione. Moro, come sarà sempre più evidente con il passare degli anni, è un uomo politico con un senso acuto delle fasi storiche, spesso interpretate proprio come passaggio tra generazioni. Si deve forse a questo aspetto della sua biografia, entrato a far parte del suo carattere politico, se è stato tra i pochi in Italia che nel 1968 non reagirono emotivamente alla contestazione studentesca, intuendone invece il carattere di crisi, frutto di un processo di modernizzazione ancora troppo lento e impacciato rispetto alle attese e ai bisogni della nuova società italiana, e in particolare dei giovani, in campo con la loro ansia di una convivenza più giusta e più libera, e il presentimento di una vita più umana. «L’immissione della linfa vitale dell’entusiasmo, dell’impegno, del rifiuto dell’esistente propri dei giovani nella società, nei partiti, nello Stato, è una necessità vitale, condizione dell’equilibrio e della pace socile nei termini nuovi e aperti nei quali in una fase evolutiva essi possono essere concepiti». Sono parole pronunciate con trepidazione e con fiducia nel 1969, all’XI Congresso della Democrazia cristiana, ma avrebbero potuto adattarsi anche alla situazione che Moro stesso aveva vissuto nel 1946.
Forse, quando la contestazione giovanile avanza la rivendicazione di una continuità totale tra la politica e la vita, a Moro sembra di cogliere un’eco della stagione costituente. Moro cerca di cogliere il massaggio profondo del ’68 e si preoccupa di entrare in sintonia con il «tumulto di rivendicazioni e di aspirazioni insoddisfatte» che scuote alla base la società. Lo fa perché è lucidamente consapevole che «il potere si legittima davvero e solo per il continuo contatto con la radice umana e si pone come un limite invalicabile le forze sociali che contano per se stesse, il crescere dei centri di decisioni, il pluralismo che esprime la molteplicità irriducibile delle libere forme di vita comunitaria». È consapevole, in altre parole, del limite della politica. Si profila qui una delle tracce dominanti - tanto a livello esplicito che implicito - di tutta l’opera di Aldo Moro, e cioè il tema del potere. Nel linguaggio di Moro il termine non evoca nulla che possa essere messo in relazione con l’arroganza del Palazzo, il privilegio delle consorterie, la trasmissione ereditaria del comando. L’analisi morotea del potere rinvia alla dialettica tra due parole che ritroviamo in tutto l’arco della sua vicenda politica: fluidità e ordine. La politica è concepita come materia fluida, perché fluida è la realtà sociale, ovvero in continuo movimento, non riconducibile a rigidi schematismi, aperta a nuovi sviluppi. Quando, nella seduta dell’11 settembre 1946 della prima sottocommissione dell’Assemblea costituente, Moro avverte che la redazione della Carta costituzionale non può ignorare «la fase fluida dei rapporti sociali» che il Paese sta attraversando, ricorre a un’espressione che non abbandonerà più, e anzi diventerà un punto fermo nelle sue analisi dell’evoluzione della società italiana. Si ha l’impressione, a volte, che fluidità sia per Moro un’espressione dotata, oltre che di un significato descrittivo, di valore anche prescrittivo, in quanto identifica una condizione positiva per l’esplicarsi del progresso sociale. A questo concetto di fluidità, si accompagna lo sforzo di definire lo sviluppo storico e di qualificare il cambiamento sociale come processi tutt’altro che casuali. Si è cercata motivatamente in una sorta di storicismo meridionale la radice della convinzione morotea che la storia non sia cosa diversa dall’azione degli uomini che la vivono. Non c’è spazio per il fatalismo, il nostro destino è nelle nostre mani. L’esplorazione di tutti gli aspetti e di tutte le dimensioni di una realtà sociale in rapida trasformazione non conclude a uno sguardo distaccato e apatico. Mentre i tradizionali punti di riferimento vengono meno uno dopo l’altro, Moro avverte che non si può rinunciare all’idea di ordine. Sono costanti, in ogni suo discorso, espressioni quali «secondare ordinatamente», «favorire un’ordinata evoluzione», «promuovere un’ordinata iniziativa», «riordinare il Paese». Non si tratta naturalmente della restaurazione nostalgica di un equilibrio perduto: qui ordine è inteso come necessità di stabilire, in una società fattasi più mossa ed esigente, un equilibrio nuovo, capace di comprendere piuttosto che di escludere.
L’idea di potere in Moro emerge dal rapporto tra fluidità della dinamica sociale e azione politica, quest’ultima intesa come ricerca di un ordine possibile in cui pluralismo e libertà si coniughino con le esigenze di uno sviluppo regolato ed equilibrato. Qui è il centro del disegno di Aldo Moro, l’origine di quell’ipotesi politica che prende corpo, cresce e viene gradualmente realizzandosi nel decennio compreso tra il 1959 e il 1968. Moro ne è il tecnico, lo stratega e l’interprete principale. Nei discorsi parlamentari si possono cogliere le linee portanti di questo disegno. Viene in luce il Moro interprete consapevole della crisi della regola democratica e della crisi del sistema di governo parlamentare. La tradizione parlamentare italiana è, alla caduta del fascismo, ancora troppo recente e travagliata per reggere all’urto di una società in rapido sviluppo e fortemente divisa al suo interno. Inoltre, durante il ventennio si è consumato il processo, comune a tutto l’Occidente, che ha trasformato le masse in protagoniste della ribalta politica, aprendo un capitolo completamente nuovo nella storia della democrazia parlamentare. Il governo del Paese deve quindi fare i conti con due questioni tra loro strettamente intrecciate: quella di una progressiva unificazione culturale e sociale, e quella del rafforzamento delle istituzioni. Moro avverte che, nelle particolari condizioni della società italina, il secondo obiettivo non può essere conseguito se non attraverso il primo. La democrazia va difesa e sostenuta guadagnandole un consenso sempre più diffuso e profondo, prima ancora che intervenendo sulle strutture istituzionali. Non manca nell’esperienza parlamentare di Moro l’indicazione di alcuni interventi di riforma istituzionale. Si possono ricordare, ad esempio, le posizioni espresse in Assemblea costituente contro il voto segreto o, soprattutto, la battaglia condotta in aula nel 1952 per l’approvazione della proposta di legge elettorale maggioritaria. Proprio a questo proposito sono significativi gli argomenti con cui Moro espone la sua tesi: «Il sistema proporzionale non è consacrato da nessuna norma della nostra Costituzione. (...) Bisogna, nell’ambito di un reggimento democratico, che la maggioranza possa orientare, dirigere, prendere iniziative e decisioni, e che la minoranza possa con forza e sicurezza operare secondo la sua funzione di controllo, proporre delle alternative, permettere eventuali mutamenti nell’orientamento del Paese. Ed è per questa ragione che non può porsi questa pressocché totale identificazione tra democrazia e rappresentanza proporzionale del Paese».
Così Moro, nella seduta dell’8 dicembre 1952, tratteggiava efficacemente l’anomalia del sistema istituzionale italiano facendola sostanzialmente coincidere con l’impossibilità di assicurare «una maggioranza effettiva ed efficiente nel Parlamento e nel governo». Ma al tempo stesso, sollecitato dalla dura reazione delle altre forze politiche, sfociata in una consultazione elettorale che avrebbe avuto esiti di sconfitta per la posizione democristiana, si persuase che mancavano le condizioni storiche per una soluzione di tipo istituzionale ai problemi di assetto democratico del Paese. Il problema più urgente diventava quindi, dopo le elezioni del 1953, quello di lavorare a una strategia di progressivo coinvolgimento all’interno del sistema parlamentare - e, in prospettiva, dell’area di governo - di quanti fino ad allora ne erano rimasti fuori, puntando a ottenere il maggiore consenso possibile attorno al sistema democrtico e riducendo al tempo stesso le aree antisistema che avrebbero potuto turbarne o addirittura metterne in discussione la crescita. Prende in questo modo forma il processo di aggregazione di centro - come sarebbe stato chimato più tardi - dei diversi soggetti dell’articolata realtà politica e sociale italiana, così da garantire alla democrazia una base più ampia e una vitalità fondata su regole sempre più condivise. Tra fluidità sociale e sistema parlamentare si stabilisce, nel pensiero di Moro, un nesso stringente: il processo democratico, di cui il Parlamento è espressione, assume infatti un ruolo chiave nella ricerca di equilibrio tra le molte differenze di una società che cresce in fretta e disordinatamente, e si candida a svolgere una funzione adesiva rispetto alle forze centrifughe che impediscono alla giovane democrazia italiana la rassicurazione di una stabilità garantita. L’accesso alla direzione politica del Paese di ceti sociali prima esclusi, vuole consentire di governare in un contesto di libertà e pluralismo, contemperando diversità e chiarezza di indirizzo. Solo con la progressiva riduzione del distacco tra grandi masse della popolazione e sistema politico parlamentare ereditato dall’Italia liberale e prefascista, è possibile dunque garantire, senza traumi, il passaggio a una democrazia compiuta, con il realizzarsi delle condizioni per un’alternativa di governo né finta né rischiosa. Ma è un cammino lento, che deve procedere per tappe, assicurandosi prima di ogni nuovo passo che il precedente sia assimilato e solidificato.
Questa è dunque la strada che Moro intraprese con la svolta del centro-sinistra. Oggi ci potrebbe apparire una soluzione naturale e ovvia. Allora, in una situazione di rapporti difficili e pesanti tra i partiti e dinanzi all’esistenza di una diffusa riserva potenziale nei confronti del gioco democartico, questa scelta rappresentava invece una scommessa coraggiosa, che incontrava l’opposizione di molti, dentro e fuori il sistema politico. I discorsi parlamentari fanno giustizia dell’immagine di un Moro mediatore estenunante, quasi di una mediazione travisata che finisce con l’annullare ogni discontinuità tra chi ha responsabilità di governo e chi dovrebbe invece svolgere un ruolo di opposizione. E liberano anche il campo da un’interpretazione della strategia morotea di progressiva aggregazione al centro come mortificazione del conflitto politico e affermazione di un sistema consociativo di gestione del potere. Il disegno di condurre verso il centro tutte le forze politiche del Paese, e in particolare le grandi forze popolari, non è finalizzato a una esangue indistinzione delle responsabilità politiche e delle identità culturali. Persegue piuttosto l’obiettivo di superare le reciproche delegittimazioni e di ricomporre le fratture ideologiche, per creare le condizioni di una competizione politica regolata da un pieno accordo sui fondamenti della convivenza democratica. Questa idea di una regolamentazione concordata della contesa politica è costante lungo tutta l’azione di Moro, sia pure scandita in fasi diverse. Alla Costituente è presente come nota di fondo, non formalizzata eppure sempre richiamata nella definizione delle linee architettoniche della casa comune. Negli anni Sessanta si realizza nel centro-sinistra e nell’impostazione a livello parlamentare di un cauto rapporto di reciproco rispetto con il Partito comunista. Negli anni Settanta prende la forma esplicita del confronto con il Pci e dell’esperienza di solidarietà nazionale. Ma l’obiettivo resta lo stesso, e cioè la progressiva corresponsabilizzazione di tutte le forze democratiche del Paese, culturali e politiche, per affrontare in termini il più possibile solidali i problemi di cambiamento e di accresciuta complessità della società italiana. Allo stesso modo resta identica, anche quando la sfida dell’emergenza richiede una soluzione politica eccezionale in grado di far fronte alle spinte disgregatrici che minacciano le istituzioni democratiche, la consapevoleza che la modernizzazione del sistema politico italiano non potrebbe in nessun caso ralizzarsi attraverso una confusione di ruoli tra maggioranza e opposizione, ma solo grazie a una loro più netta ed efficace distinzione. Nei suoi interventi in Parlamento, Moro evoca con insistenza questa distinzione. Ma accanto al rispetto della dialettica parlamentare compare, puntuale, il richiamo al rispetto della dialettica governo-Parlamento. L’accento posto sul processo parlamentare come modalità per realizzare una koiné culturale e politica con cui affrontare le sfide comuni e realizzare una corretta coinvivenza democratica, non ha il significato di una esaltazione della «centralità del Parlamento» a scapito dell’autonomia dell’esecutivo.
È stato osservato come Moro si sia sempre adoperato per salvaguardare le prerogative della maggioranza di governo, e per difendere l’autonomia decisionale dell’esecutivo nel suo rapporto dialettico con il legislativo. Pur respingendo, per le ragioni già considerate, forme di rafforzamento dell’esecutivo che alterassero l’equilibrio tra i poteri stabilito dalla Costituzione, il problema di garantire forme di governo più efficienti ha avuto sempre un posto centrale nelle sue riflessioni. L’inserimento di soggetti nuovi e sempre più esigenti all’interno del circuito politico richiedeva, in altre parole, una forte capacità di governo, in grado di far fronte agli aumenti di domande e di bisogni, fortemente differenziati, che stavano caratterizzando la nuova dinamica sociale. Altrimenti il processo di istituzionalizzazione della complessità sociale avrebbe inevitabilmente finito per provocare un crisi, con gravi conseguenze per la stabilità dell’intero sistema. Crisi che puntualmente si determinò, forse prima ancora di quanto Moro immaginasse. Limiti istituzionali sommati a limiti politici avevano infatti reso sempre più incerto quell’equilibrio tra rappresentanza e decisione che Moro considerava essenziale per il corretto svolgimento del delicato processo di modernizzazione del sistema politico italiano. All’approssimarsi del ’68, mentre l’onda della protesta comincia a ingrossare, il sistema politico rivela tutta la sua fragilità. Mentre fino al 1968 Moro era stato convinto che il processo di modernizzzione del Paese non si sarebbe realizzato senza la mediazione, e in qualche caso lo stimolo, di un sistema politico imperniato sui partiti, gli anni della contestaazione incrinano questa fiducia, legittimando l’ipotesi che lo sviluppo sociale degli anni futuri potrebbe svolgersi non soltanto senza, bensì contro ogni tentativo di guida politica. Moro è alla ricerca - e lo dice - di correzioni al suo progetto originario. L’ingresso nello Stato di ceti, culture, soggetti prima esclusi modifica qualitativamente il processo democratico, imponendo di considerare il rapporto Stato-società non più, soltanto, come il problema di portare alla democrazia larghe masse sociali, ma anche - o forse soprattutto - come il problema di intervenire sulle istituzioni statuali per adeguarle alla crescente complessità sociale. Il rapporto non è più unilaterale - dalla società allo Stato - ma si complica, diviene ambivalente, rivela una dimensione problematica. Ai due problemi tradizionali, dell’ampliamento del consenso e del rafforzamento delle istituzioni, se ne aggiunge un terzo, la riconsiderazione del rapporto tra società civile e società politica. Nel nuovo scenario il rafforzamento dello Stato passa attraverso una sua trasformazione. L’emergere di questo problema non contraddice il disegno di Moro, ma richiede, come si diceva, talune correzioni. Anzitutto in relazione al ruolo dei partiti. Questi non possono più essere considerati come gli unici strumenti di mediazione tra le istituzioni dello Stato e la società civile. Di qui l’esigenza di ridefinirne l’identità, le funzioni, i limiti. Un secondo aspetto ha a che fare con l’aggiornamento della strategia politica. Il problema posto in luce dalla contestazione giovanile, ovvero il rischio di una frattura tra una società civile resasi adulta, vitale e autonoma, e un sistema politico precocemente invecchiato, richiede di essere affrontato con il passaggio a una nuova fase del processo politico. E questo non può avvenire che reinvestendo il consenso raggiunto attorno alle istituzioni democratiche, in direzione di una loro riforma, che realizzi le condizioni di una democrazia compiuta. Ma su questo terreno Moro è isolato. Il suo disegno non sembra trovare interlocutori. La reazione del sistema politico al ’68 non è stata quella da lui presagita. Al contrario, sono prevalsi lo smarrimento, la chiusura, l’arroccamento. E in effetti quando nel 1974 i risultati del referendum sul divorzio chiariscono a tutta la Democrzia cristiana il senso e la fondatezza delle preoccupazioni che Moro già da tempo andava esprimendo, e ci si rivolge alla sua iniziativa per trovare uno sbocco alla crisi, il quadro sociale si è ulteriormente aggravato. Moro torna alla guida dell’esecutivo consapevole dei mutamenti avvenuti. «Il quadro della situazione italiana - afferma nella replica al dibattito sul suo IV gabinetto, nella seduta del 2 dicembre 1974 - quale risulta da questa esposizione, è tutt’altro che rassicurante. C’è una sproporzione, una disarmonia, una incoerenza tra società civile, ricca di molteplici espressioni e articolazioni, e società politica, tra l’insieme delle esigenze e il sistema apprestato per farvi fronte e soddisfarle. Questa Italia disordinata e disarmonica è infinitamente più ricca e viva dell’Italia più o meno bene assestata del passato. Ma questa è solo una piccola consolazione. Perché anche nel crescere e del crescere si può morire».
Non si può non avvertire il contrasto tra queste ultime parole e le affermazioni fiduciose con cui qualche anno addietro Moro aveva descritto il processo di maturazione della società civile. C’è ora la percezione di un allarme, dettato dalla conspevolezza che a un più di rischio che la società sta affrontando corrisponde un meno di solidarietà. La crisi ha affievolito i legami sociali e civili, il tramonto delle ideologie ha di fatto incupito più che rischiarato l’orizzonte culturale e politico, lasciando il campo a un diffuso scetticismo anziché a un esercizio di razionalità critica, la secolarizzazione ha ridotto, se non addirittura reciso, la possibilità di riferirsi a un comune patrimonio di valori etici e religiosi. In questo scenario, la politica è venuta rinunciando alle proprie responsabilità, rassegnandosi all’impotenza, manifesta nell’incapacità di sondare i nuovi compiti dello Stato di fronte all’esplosione di complessità della società civile. Eppure Moro non pensava che tutto fosse perduto. «Il punto fermo per Moro nel breve periodo - scriveva Ruffilli (Appunti, marzo-aprile 1982) - è la necessità di stimolare le forze maggiori e le forze intermedie a dare una risposta comune alle sfide di una società dominata da un processo di liberalizzazione tumultuoso e contraddittorio, carico di sviluppi positivi per la libertà dell’uomo, ma anche di valenze distruttive e di gravissimi pericoli per la convivenza democratica. L’obiettivo diventa così l’accordo a livello parlamentare ed eventualmente anche governativo, che consenta di valorizzare il ruolo della autorità dello Stato per il rafforzamento dell’ordine pubblico e l’assestamento del sistema economico. Ma nel lungo medio periodo il punto fermo è l’avvento di una democrazia dell’alternanza, che consenta a tutte le formazioni popolari del Paese di far valere i propri progetti e i propri programmi, con l’incanalamento per tale via delle contrastanti aspirazioni di una società complessa e in movimento, al di fuori di contrapposizioni ideologiche sempre meno sentite dal Paese». Quando le Brigate rosse lo sottraggono alla sua famiglia e al Paese, Aldo Moro era impegnato in un passaggio delicato ed essenziale, nel tentativo cioè di rintracciare una risposta politica al problema dell’emergenza, ma già proiettata oltre, verso scelte di più ampio respiro. L’impegno per realizzare un governo di solidarietà nazionale, ultima tappa del lungo processo di coinvolgimento di tutti i soggetti sociali e politici all’interno del sistema parlamentare democratico, doveva rappresentare un atto di transizione. Con esso una stagione della storia del Paese si chiudeva, tramontava un tempo della politica in cui lo schierarsi, il prendere posizione per l’una o l’altra forza, acquistava inevitabilmente il senso di una scelta di civiltà, l’opzione irrevocabile per un sistema, un condensato di convincimenti razionali, fedi, passioni, messo ogni volta in gioco in un intreccio totale.
Moro vedeva la propria azione come una serie di gesti sulla strada di una politica meno arcaica, forse anche meno epica. Credeva che, a trent’anni dalla Liberazione e dalla Costituente, l’Italia fosse molto cresciuta, e il Paese avesse perso gran parte di quella fragilità e passionalità che ne avevano reso così difficile il governo. Perciò immaginava che, dopo un periodo oscuro della nostra storia che l’esperienza della solidarietà nazionale avrebbe consentito di superare, suggellando finalmente il compimento del faticoso processo di unificazione dell’Italia moderna, si sarebbe aperta una nuova stagione, in cui la politica avrebbe potuto affrontare il vero e grave problema dei nostri anni: la stanchezza della democrazia. Moro temeva questa stanchezza più di ogni altra cosa. Sapeva che avrebbe potuto costituire il rischio vero per le istituzioni che il Paese era venuto consolidando. Sentiva che la crisi degli anni Settanta aveva toccato qualcosa di profondo, alterando il delicato equilibrio tra fiducia, responsabilità e solidarietà su cui la democrazia aveva potuto fondare la sua persuasività e la sua lucidità. Capitò, al giovane Moro dell’immediato dopoguerra, di scrivere nel fuoco di un’aspra polemica: «Dove avevamo bisogno urgente, assoluto, bruciante di sincerità, vediamo ripetere il gioco della retorica. Una grande possibilità di ritrovarsi, di gettare giù la maschera, di metterci in posizione di coscienza e di dignità di fronte a noi stessi, viene purtroppo sprecata». Possibile che la politica sia soltanto il luogo delle occasioni sprecate? O non si dovrà, piuttosto, in un tempo così carico di speranza ma insieme così foriero di rischio, ritrovare interamente il senso di un impegno capace di accompagnare alla parzialità di ciascuno una accettabile approssimazione al bene comune? Si può, dopotutto, giudicare come si vuole il viaggio politico di Aldo Moro. Ma sarebbe difficile negargli la silenziosa lungimiranza che ancora è decifrabile nella sua memoria, e che ci invita all’intelligenza e al sentimento della responsabilità, per noi stessi e per gli altri. Che è poi il sale della libertà e il tramite di una solidarietà, che ci consola e ci convince all’idea di un’appartenenza, di un legame rassicurante, di una perenne continuità. Quella che rischiara la storia e riscalda le nostre incompiute stagioni.