marzo 1996 - liberal mensile
Sono grato agli amici di liberal per l’invito a un intervento in questo dibattito fra il cardinale Martini e Umberto Eco, anche se il mio è un grazie un po’ titubante. Non nei confronti del laico Eco con cui ho in comune almeno il linguaggio. Ma affrontare questi temi con un uomo di Chiesa della stazza di Martini mi dà un po’ i brividi. Comunque, ecco in tutta umiltà ciò che ne penso. Nulla da obiettare all’argomentazione del cardinale, che mi sembra questa. Coloro che pensano di poter ridurre la religione a un credo morale senza fondamento in un valore trascendente, non possono risolvere il loro problema esistenziale perché la Morale non ha in sé nulla di Assoluto, le regole ch’essa detta essendo sempre relative in quanto portate ad adeguarsi alle mutazioni che sopravvengono, nel tempo e nello spazio, nei costumi degli uomini.
Come negarlo? Io stesso che nel mio piccolissimo, e senza nessuna pretesa di riuscirvi, cerco nello stoicismo un modello di comportamento, debbo riconoscerne la relatività, e quindi l’insufficienza: che furono anche appannaggio del suo stesso maestro, Seneca, e lo indussero a razzolare in vita in maniera alquanto diversa dalla sua predicazione, cui fu pari soltanto alla morte. Certamente le sue contravvenzioni al proprio credo morale furono dovuteal fatto che questo credo non ebbe il sostegno di un valore trascendente che le rendesse assolute, imprescrittibili e inevitabili. Chi può negare che per un semplice codice di comportamento, anche il più alto, nessuno avrebbe trovato la forza e il coraggio di salire sulla croce, e che senza di esso il cristianesimo si sarebbe ridotto a una pura e semplice «accademia» fra le tante che fiorivano in Palestina, destinate solo a far polvere negli scantinati di qualche sinagoga di Gerusalemme? Lo so anch’io, Eminenza, che, di fronte a voi credenti, armati di fede in qualcosa che vi trascende, cioè in Dio, noi, che questa fede la cerchiamo senza riuscire a trovarla, siamo dei minorati. Dei minorati che non avranno mai la forza di divenire l’altro fino a dare la propria vita per la sua, e forse nemmeno di resistere agli adescamenti di un Nerone. Ma basta (ecco l’obiezione che mi permetto di muovere sempre, ripeto, in tutta umiltà al cardinale), basta la coscienza di questa minorazione a dare la fede? O ci vuole qualcos’altro? So benissimo che qui si scantona in un problema, quello della Grazia, sul quale non posso certo misurarmi col cardinale Martini. Ma egli converrà che questo problema non turba solo dei poveri sprovveduti come me; esso tiene tuttora diviso non soltanto il mondo cristiano, ma anche, sotto sotto, quello cattolico. Perché i primi a dire che la fede è una illuminazione concessa per grazioso dono del Signore a coloro che per suo insindacabile giudizio Egli destina alla salvezza, non furono Lutero e Calvino; furono i due più grandi padri fondatori della Chiesa, Paolo e Agostino, se ho bene interpretato alcuni loro passaggi, purtroppo da me letti solo in una vulgata e senza aiuto di teologia. Lo confesso: io non ho vissuto e non vivo la mancanza di fede con la disperazione di un Guerriero, di un Prezzolino, di un Giorgio Levi della Vida (per limitarmi alle vicende di miei contemporanei, di cui posso rendere testimonianza). Ma l’ho sempre sentita e la sento come una profonda ingiustizia che toglie alla mia vita, ora che ne sono al rendiconto finale, ogni senso. Se è per chiudere gli occhi senza aver saputo di dove vengo, dove vado, e cosa sono venuto a fare qui, tanto valeva non aprirli. Spero che il cardinale Martini non prenderà questa mia confessione per una impertinenza. Almeno nelle intenzioni, è soltanto una dichiarazione di fallimento.