Nei concetti di «patria» delle lingue latine, nel germanico fatherland e Vaterland o nello slavo otjetschestwo si esprime, come avviene nel concetto di «madrelingua» (o nell’irlandese mutterland), il significato fondamentale che il rapporto di derivazione generazionale ha per gli uomini. Ma «patria» o Vaterland ha significato sempre qualcosa di più del semplice «famiglia». La realtà più elementare di una «terra dei padri» è il clan, che viene guidato da un «patriarca» e che presso i nomadi non necessita di alcun rapporto con un luogo specifico e che non è altro che una comunità di parenti di diverse generazioni la cui vita ruota intorno a essa. Ma già in epoche molto antiche e poi quasi ovunque entrarono in gioco il luogo e con esso la terra. Il clan diventa una «comunità di villaggio», che include in sé anche individui non apparentati. Nel processo di una prima estensione spaziale nascono poi «città» e «principati», ma il principe continua a essere il padre del suo popolo, e qui come nelle città all’estensione nello spazio segue quella nel tempo: il passato diventa vivente nei racconti e nei miti, e anche il futuro viene preso in considerazione, quanto meno come preoccupazione di difendersi dai pericoli. Soprattutto però si chiarisce il rapporto con il mondo nel suo insieme, con il cosmo, con gli «dei» che dominano il mondo, e si può così parlare di una «sacralizzazione» della città natale o del territorio natio. Nelle antiche città-Stato (le poleis) fa la sua comparsa per la prima volta nella storia un patriottismo pieno di forze vitali, e il verso di Orazio dulce et decorum est pro patria mori poteva ancora pochi decenni prima essere sollevato come monito o aspramente combattuto, prima di entrare definitivamente nella letteratura. Alla dea Atena veniva dedicato annualmente il festeggiamento delle «Panatenee», e Socrate si rifiutò, secondo la descrizione di Platone nell’Apologia, di fuggire dalla prigione perché voleva morire nella città dei padri esattamente come per essa aveva vissuto. Cicerone fu soltanto uno fra coloro che esplicitamente o secondo il senso usarono il concetto di amor patriae. L’impero romano fu un regno planetario costituito da patrie, e anche quando nel suo ultimo periodo a tutti i suoi abitanti fu conferito il diritto di cittadinanza, non si parlava di un amor imperii, ma il singolo individuo si definiva, come un tempo aveva fatto l’apostolo Paolo, civis romanus. Nonostante ciò, l’orgoglio per la città dei padri e per i suoi dei non fu l’ultima parola. Quel primo allargamento imperiale trovò una prosecuzione insuperabile nel «cosmopolitismo» della scuola filosofica stoica e nel concetto cristiano di patria caelestis, che privava tutte le patrie concrete, cioè tutte le patrie terrene, della loro autonomia e della loro autosufficienza. Ma non solo il cristianesimo, bensì anche tutte le altre religioni del mondo lasciavano intendere che la città dei padri o la regione nativa non era né «santa» né autonoma, ma che l’uomo è un essere universale che si rapporta a un solo dio e a un solo cosmo.
Nel Medioevo cristiano questa fede era ovvia, ma nonostante ciò il concetto di una patria terrena non andò perduto. Le terre natie continuavano a essere chiamate «patrie», come per esempio nella frase la Bourgogne est ma patrie. Anche quando si formarono gli Stati nazionali di Inghilterra e di Francia, rimase viva l’idea della parentela fisica, perché il re era visto come il padre della nazione, come troviamo formulato per esempio in un articolo di enciclopedia del 1785: «Un re è il capo di una nazione e il padre del popolo». Ma già nel primo illuminismo si fece strada l’idea della libertà individuale, tanto che Voltaire poté scrivere: «Si ha una patria sotto un re buono; non se ne ha alcuna sotto un re cattivo». E la polemica di Montesquieu contro il dispotismo orientale mostrava inequivocabilmente l’ostilità contro l’assolutismo nella sua nazione. L’espressione di Chateaubriand «quando la libertà sparisce, resta un Paese, ma non c’è più patria», avrebbe potuto essere scritta anche alla metà del Settecento. Ma a questa «liberalizzazione» poteva contrapporsi ora una «risacralizzazione», che in autori come Rouget de l’Isle, il poeta della Marsigliese, futuro inno nazionale francese, era strettamente connesso con il concetto di libertà: «Sacro amore per la patria (...) libertà, cara libertà». Poche cose caratterizzano la rivoluzione francese quanto la contrapposizione fra «regno» e «nazione», cioè patria. Nel suo scritto sul «terzo Stato» Sieyès, già prima della presa della Bastiglia, separava nettamente sia il regno sia l’aristocrazia, che riteneva estranea, cioè derivante dai franchi germanici, dalla «nazione». Perciò i rivoluzionari «borghesi» poterono definirsi patrioti, tanto che in Francia per molti decenni i termini «patriottismo» e anche nazionalismo restarono concetti repubblicani ossia di sinistra. Joseph de Maistre condusse dunque soltanto una vana battaglia difensiva, quando scriveva in senso tradizionale: «Ma che cos’è una nazione? (...) È il sovrano e l’aristocrazia». Ma la nobiltà diventata partito poteva appropriarsi, alla metà dell’Ottocento, del concetto di nazione e di quello di patriottismo separato da quello di regno, perché i successori dei nazionalisti giacobini erano diventati in gran parte «internazionalisti»; mentre in Germania un bavarese «partito dei patrioti» si contrapponeva dal 1866 nel modo più acceso al concetto di unificazione di Bismarck. Nemmeno l’antichissimo patriottismo del clan, sebbene profondamente trasformato, era scomparso, mentre al patriottismo nazionale ovunque predominante dal tempo dell’unificazione dell’Italia e di quella della Germania si contrapponeva ovunque, nella forma dell’internazionalismo (socialista e radical-liberale), il cosmopolitismo divenuto fenomeno politico. Tuttavia anche i concetti metapolitici di patria e nazione restarono vivi, come per esempio nella tesi di Victor Cousin, secondo cui nella filosofia non c’è altra patria se non l’umanità; o nella convinzione, formulata già dai romani, secondo cui patria est ubicumque bene est.
Questa evoluzione si diffuse nei principali Paesi europei in modi molto diversi perché si applicò ai vari Stati in epoche molto diverse, e proprio perciò è necessario osservare, sinteticamente, la situazione di questi Paesi e di questi Stati. L’Inghilterra divenne uno Stato nazionale prima della stessa Francia, perché la sua monarchia poté condurre la guerra dei cent’anni contro la Francia a partire dal solido bastione costituito dall’isola separata dal continente, e la sua coscienza nazionale crebbe soprattutto in seguito al pericolo rappresentato dal potere apparentemente predominante del «papismo» e della Spagna cattolica, il cui tentativo di conquista nel 1588 fu respinto più dalla natura insulare che dagli sforzi militari, divenendo dunque in buona parte una coscienza internazionale-protestante. Ma all’incirca nello stesso periodo, il maggiore poeta inglese, William Shakespeare, diede voce in uno dei suoi drammi reali a un patriottismo per così dire preconfessionale, facendo dire al vecchio John di Gaunt, duca di Lancaster, poco prima della sua morte, le seguenti parole sull’Inghilterra: This royal trhone of kings, this sceptred isle.... / This other Eden, demi-paradise... / This precious stone set in the silver sea... / This blessed plot, this earth, this realm, this England... / This land of such dear souls, this dear, dear land... Non si tratta di un inno all’Inghilterra del suo tempo, che Gaunt accusa di aver fatto a shameful conquest of herselfs, tuttavia si potrebbe dire che l’autoconsapevole patriottismo degli abitanti dell’Isola è rimasto fino a oggi il tratto più caratterizzante della vita inglese, nonostante l’Inghilterra fosse stata quasi sempre lacerata da aspre battaglie interne. Ma né il peana di Shelley all’uomo del futuro, che diventerebbe «eguale, senza classi, senza clan, senza nazione», né la pesante critica di J.A. Hobson, principale precursore inglese di Lenin, alla grande influenza di un capitalismo internazionale in prevalenza ebraico sulla City finanziaria londinese, poté cambiare qualcosa in quella concezione. Gli inni alla Francia e al suo patriottismo furono più sentiti nei Paesi limitrofi, in particolare in Germania e in Italia, che non nella stessa Francia. In questi Paesi infatti, i liberali convinti sapevano che nella Francia della rivoluzione gli «amici del progresso e della libertà» avevano ricevuto il nome di «patrioti», e ammiravano l’unità fra nazione, popolo e patriottismo che si ritrovava in Francia. Ma i francesi sapevano meglio di altri che il patriottismo dei giacobini era stato estremamente sanguinario ed espansionista, e che continuavano a esserci «due Francie»: quella dei «progressisti» e quella dei «reazionari» in parte ancora leali al re. Questi due partiti avevano ingaggiato una feroce contesa, dalla quale nacque una figura così carica di luci e ombre come l’imperatore Napoleone III, e proprio perciò i francesi non si sorpresero quando all’alba del Novecento, nel contesto dell’affare Dreyfus, queste due Francie entrarono nuovamente in acceso conflitto, che era al tempo stesso una lotta fra due diversi tipi di patriottismo.
Fino al 1870 e in buona misura anche in seguito, il «partito del movimento» si era molto sforzato di differenziarsi dal giacobinismo, conservando nei suoi principali rappresentanti come Guizot e Victor Hugo il sicuro sentimento del diritto storico, non da ultimo perché non si contrapponeva né al cosmopolitismo, all’idea cioè della futura unione mondiale, né al «nazionalismo» come accettazione della propria nazione e della sua grandezza, e considerava l’epoca presente come uno stadio ma non come un mero momento di passaggio. Questo scenario cambiò soltanto con la sconfitta nella guerra franco-tedesca del 1870/71, e nel pensiero di Renan e Taine la Francia assunse i toni di un’autoverifica critica che sfiorava talvolta un disperato lamento per il Paese che la rivoluzione aveva portato alla decadenza. La «lega dei patrioti» fondata nel 1880 da Paul Déroulède non era, per lo più, progressista, e tuttavia era impregnata dell’idea di rivincita. Il «nazionalismo integrale» di Charles Maurras vedeva la nazione in un pericolo mortale e si contrapponeva nel modo più intransigente a qualsiasi tendenza internazionalistica. La concezione di Maurice Barrès della «terra» e dei «morti» portò bruscamente un momento arcaico nel patriottismo dei nazionalisti, ma il patriottismo di Clemenceau, che nel 1918 condusse la Francia, come membro degli alleati e potenza associata, alla vittoria sulla Germania, non era meno autoreferenziale e gretto. Dopo la grande sconfitta nei confronti della Germania nazionalsocialista nel 1940, anche gli appartenenti al regime di Vichy volevano essere «patrioti», ma non furono più pieni del fiducioso patriottismo della grande nation, bensì si accontentarono del fatto che la Francia, consapevole della sua debolezza, avrebbe potuto giocare in futuro soltanto un ruolo secondario nell’Europa unificata da Hitler.
L’Italia era per Metternich solo «un concetto geografico», una mescolanza di territori di confine occupati: la Lombardia occupata dall’Austria, principati o regni occupati da dinastie straniere o semistraniere e dallo Stato della Chiesa dei Papi romani. Anche se non in quanto Stato unitario e chiuso, l’Italia giocò in Europa un ruolo assai rilevante in tutto il Medioevo e agli inizi dell’epoca moderna, e Dante poté essere definito con altrettanta buona ragione un patriota italiano o un apologeta dell’Italia quanto Machiavelli. Nulla fu pertanto meno stupefacente del fatto che sotto il segno della rivoluzione francese e dei primi accenni delle vittorie di Napoleone entrassero in scena «patrioti» che volevano porre fine al dominio straniero e ai piccolo Stati dinastici, ottenendo sotto la protezione degli eserciti francesi grandi successi, che divennero definitivamente evidenti soltanto con la sconfitta dell’imperatore. Ma anche nella Repubblica romana e in quella napoletana essi si erano tenuti distanti dal giacobinismo radicale e avevano accettato la visione del mondo di Giambattista Vico, che non respingeva le realtà e le identità storiche a favore di un astratto cosmopolitismo. Più ancora che in Francia, la parola «patrioti» divenne grido di battaglia di un partito che non voleva essere affatto un partito, ma l’avanguardia dell’unificazione nazionale. In Mazzini essi trovarono il loro principale vessillifero ideologico; in Garibaldi il loro più celebre eroe; in Cavour il realizzatore dei loro piani e nel «Risorgimento» il loro nome. Con il Risorgimento, il liberalismo moderato conseguì il più grande trionfo politico che esso abbia mai conosciuto in Europa, e questo fu il successo dell’intero patriottismo italiano sugli antichi e radicati patriottismi delle città e dei territori, e non da ultimo anche sul paradossale patriottismo dei seguaci del Papa, che all’ultimo istante avevano trovato uno straordinario sostenitore nel generale francese Lamoricière, ma che non furono in grado di fare della «cristianità» lacerata un’unica «nazione cristiana», che sarebbe stato l’analogo della «nazione islamica». Felice Orsini, il cui attentato contro Napoleone III aveva fatto avanzare il processo di unificazione più di qualsiasi altro evento, aveva trasmesso all’imperatore prima del suo insediamento un «messaggio traboccante di amor patrio»; Garibaldi era pieno di «amor di patria» fin da quando entrò in contatto con alcuni aderenti alla Giovine Italia di Mazzini; gli esuli antesignani delle rivoluzioni del 1848 avevano trovato asilo e «la loro patria» nel Piemonte, diventato ampiamente costituzionale. Perciò, dopo la fine della seconda guerra mondiale, l’Italia fu in grado di sbarazzarsi con l’aiuto del concetto di «antirisorgimento» della pesante eredità del fascismo, che all’inizio aveva trovato ampio sostegno, quando proclamò la difesa della patria contro l’internazionalismo propugnato dal marxismo. L’Italia fu cioè in grado di spiegare con buone ragioni come il nazionalismo radicale fosse antipatriottico e antinazionale.
Dopo la vittoria degli alleati su Hitler, in Germania non fu possibile qualcosa di analogo a quanto accadde in Italia. È vero che anche la Germania, come l’Italia, in quanto territorio centrale del Sacro romano impero, nel Medioevo e nella prima età moderna non fu uno Stato nazionale, ed è vero che il palese amor di patria di Walther von der Vogelweide o di molti umanisti aveva potuto fare ben poco per cambiare tale situazione, come poco poterono fare Dante e Machiavelli in Italia. Tuttavia, i signori degli Stati territoriali come Baviera, Württemberg, Hannover e Prussia erano tedeschi, e il regno onnicomprensivo dei «re romani» aveva sempre saputo suscitare un «patriottismo imperiale». Ma quel patriottismo che fu articolato, per esempio, dal barone vom Stein nell’epoca napoleonica con le parole: «conosco solo una patria, e si chiama Germania», si differenzia da quello italiano, perché esso fu e probabilmente doveva essere sì antidinastico ma soprattutto antinapoleonico e antirivoluzionario. Perciò non fu pieno soltanto della volontà di creare l’unità nazionale, ma anche del perdurante sentimento di pericolo che circondava l’impero. Pertanto esso fu difensivo e aggressivo al tempo stesso, e nei drammi e nelle poesie di Heinrich von Kleist e Ernst Moritz Arndt questo patriottismo mostrava tratti di una volontà di annientamento disperata e fanatica. Anche in Hölderlin si può avvertire qualcosa di queste profonde emozioni: Vivi qui sopra, o patria / E non contare i morti / Per te, o amata, nessuno è caduto di troppo. Nelle guerre del periodo della restaurazione e addirittura durante la rivoluzione del 1848 gli alfieri dell’unità tedesca (che doveva essere o «piccolo tedesca» o «grande tedesca», cioè senza o con l’Austria) non riuscirono ad appropriarsi del concetto di «patriottismo», ma dovettero invece condurre una difficile battaglia contro il «patriottismo prussiano», che apostrofava con molto disprezzo i Deutschtümler (i «teutonizzanti» in senso spregativo) come «antipatrioti», e giunsero alla vittoria solo quando Bismarck fece propria la loro causa, con lo scopo di assicurare la sopravvivenza della Prussia e della sua monarchia. Quando, nel 1914, questa Germania piena di contraddizioni si invischiò nella prima guerra mondiale, non poté entrare in gioco, secondo il modello dei francesi e degli inglesi, con l’obiettivo cioè di difendere la civiltà contro la barbarie, e proprio perciò il suo patriottismo poté assumere soltanto una forma profondamente emozionale, nella quale sembrava riemergere l’antica unità fra patriottismo e religione: Patria sacra in pericolo, i tuoi figli si ergono per preservarti / Circondata dal pericolo, patria sacra, guarda, ogni mano luccica d’armi / Guarda noi tutti ardenti, il figlio ritto fra i figli. Tu devi restare, terra patria, noi passiamo. Ma solo due anni più tardi un altro poeta, l’anarchico Erich Mühsam, poneva la patria in un contesto completamente diverso: Uccidiamo, come ci hanno comandato, con sangue e dinamite / per la patria e il capitale, per l’imperatore e il profitto / Quando però i giorni saranno finiti, allora ci dedicheremo alle mogli e ai bambini / Allora sprofonderanno i confini, crollerà il potere, e l’intero mondo sarà patria / e tutto il mondo sarà libero. Nella disputa fra questi due concetti di patria totalmente contrapposti, cioè fra il nazionalismo risacralizzato e il cosmopolitismo utopistico-idillico, solo uno dei due modi di pensare poteva vincere, e presumibilmente in una forma di nuovo intensificata, se non si fosse trovata alcuna mediazione fra due opposti apparentemente inconciliabili.
In Germania vinse, sebbene in forma profondamente diversa, la prima possibilità, e anche se è superficiale disconoscere la sopravvivenza anche di quell’antico patriottismo emotivo, può contribuire a fare chiarezza citare le parole di un canto, che nella storia tedesca costituiscono un’analogia con l’epoca napoleonica: Risvegliati Germania, a morte Giuda! All’armi popolo, All’armi popolo. Dopo la catastrofica sconfitta di una patria dinanzi alla quale coloro che vennero chiamati i «traditori del Paese» del 20 luglio 1944 si definivano a buon diritto patrioti, dopo il tramonto dello Stato nazionale e dopo la progressiva scomparsa di una coscienza nazionale, i tedeschi, come gli italiani e sia pure in modo diverso anche i francesi, riponevano le loro speranze nell’unificazione dell’Europa e nella progressiva nascita di un patriottismo europeo che costituirebbe una felice e «umana» zona intermedia fra l’antico patriottismo nazionale e quel «patriottismo universale» della terra globalizzata che si profila sotto gli auspici della superpotenza americana. I progetti in questo senso vanno dall’«Europa delle patrie» proposta da de Gaulle alla «patria Europa» dei federalisti. Ma quando, dopo la creazione di un’unione puramente esteriore, i politici europei, sotto la spinta di interessi molteplici e per lo più non-europei, si sono lasciati spingere a non riconoscere quei confini storici senza i quali non ci può essere né identità né patriottismo, assicurando a un grande Paese extraeuropeo in rapida crescita demografica l’ingresso nell’Unione europea, hanno anticipato molto più degli Usa quel futuro «senza nazione» che Shelley aveva annunciato, e hanno ucciso fino alla radice la possibilità di un patriottismo di nuovo tipo. L’ipotizzabile «noi» di un’umanità unita ma per molto tempo ancora totalmente conflittuale non può sostituire il «noi» di un patriottismo longanime in quanto amore per una patria limitata e segnata da una specifica cultura - eccetto il caso in cui un grave pericolo proveniente dal cosmo o pesanti e non intenzionali conseguenze dell’agire umano minaccino l’esistenza umana nel suo insieme. Se questo futuro dell’umanità si tradurrà in una salvezza o in una perdizione, è però una questione alla quale si potrà dare risposta con una certa precisione solo fra molto tempo.
(Traduzione dal tedesco di Renato Cristin)