LIBERAL BIMESTRALE di Renzo Foa Liberal n. 28 - Febbraio-Marzo 2005
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Lo scrittore Joseph Roth non sarebbe mai diventato un pacifista né si sarebbe mai dichiarato tale. Tra i suoi ultimi scritti - nel 1937, ormai alla vigilia della morte - c’è un’introduzione a una nuova edizione olandese del suo Ebrei erranti, in cui diceva di temere per il futuro, a meno che «non si confidi nell’idea alquanto utopica che l’Europa ritrovi la strada della coscienza e che una legge, stabilita di comune accordo, revochi l’assurdo principio della cosiddetta “non ingerenza”, principio che deriva da quel detto assolutamente triviale e ordinario secondo cui “ognuno deve farsi gli affari suoi”». Un altro scrittore, anch’egli ebreo, ma di una generazione successiva e pacifista dichiarato e militante, Amos Oz, ha tenuto a sottolineare che «nel mio vocabolario la guerra è terribile, tuttavia il male assoluto non è la guerra, bensì l’aggressione. Se nel 1939 il mondo intero, Germania a parte, avesse ritenuto che la guerra è la cosa più tremenda che ci sia, oggigiorno Hitler sarebbe il sovrano del mondo. Pertanto, quando si riconosce l’aggressione bisogna combatterla, ovunque tragga origine. Ma solo per la vita e la libertà…». Spesso succede che uomini di lettere sappiano interpretare un pensiero meglio dei politici, dei filosofi o degli storici. In questo caso si tratta piuttosto di un istinto vitale. Nel caso di Roth è l’istinto a rifiutare l’idea della «non ingerenza», la consapevolezza cioè che nessuna frontiera metta al riparo dal male possibile. Nel caso di Oz è l’istinto a non cedere a nessuna forma di pace che suoni come premio all’aggressione e soprattutto a non barattare la vita e la libertà.
Franklin Delano Roosevelt era certamente sorretto da un istinto vitale. In più esprimeva una forza ineguagliabile: rappresentava la più importante frontiera del Novecento, quella che ha aperto davvero una nuova strada. Fu lui, negli anni in cui portò l’America dall’isolazionismo all’interventismo, a pensare a un’Organizzazione delle Nazioni Unite in cui rispecchiare la sua visione di un mondo unito - one world - e sottoposto alla legge della democrazia universale. Dell’eredità di Woodrow Wilson aveva conservato l’ispirazione, ma nello stesso tempo aveva passato al setaccio le ragioni del fallimento della Società delle Nazioni ed era giunto alla conclusione che, senza l’alleanza tra le democrazie, senza l’idea del ricorso alla forza e senza sancire l’uso di questo strumento nel diritto internazionale, la parola pace non avrebbe assunto quel valore che mai era riuscita ad avere nel Novecento. Fu lui - era l’inizio del 1945 - a guidare il suo Paese alla più importante vittoria politica e militare della sua storia e ad avere piena consapevolezza del fatto che, dalla guerra mondiale ancora in corso, l’America sarebbe uscita con un ruolo che mai aveva avuto in precedenza. Guardando agli alleati, si era accorto che - sono parole sue - «la Gran Bretagna è in declino, la Russia diffida di noi e provoca la nostra diffidenza, la Cina si trova ancora in pieno Diciottesimo secolo» e che «gli Stati Uniti sono la sola grande potenza in grado di mantenere la pace nel mondo». Ma quale pace? Ne aveva parlato nel discorso del suo ultimo insediamento, poco prima di morire: «Abbiamo imparato a non poter vivere isolati, a dipendere per il nostro benessere dal benessere di altre nazioni, anche distanti. Abbiamo imparato a dover vivere come uomini e non come struzzi… Abbiamo imparato a essere cittadini del mondo, membri della comunità umana… Non possiamo conquistare nessuna pace duratura se cerchiamo di attuarla con sospetto e con diffidenza, o con paura».
Sessant’anni dopo, le prime elezioni democratiche della storia irachena hanno restituito un senso compiuto a quella visione unitaria del mondo fondata sulla democrazia e a quell’idea degli strumenti per realizzarla che, sia pure con tonalità differenti e con qualche storica eccezione, sono sempre state i punti di riferimento delle politiche americane. Ma a quel voto, nel cuore del mondo arabo e musulmano, si è giunti con fatica, attraversando lacerazioni e traumi lungo due grandi dilemmi: accettazione dello status quo oppure globalizzazione della libertà ed esportazione della democrazia? Rassegnazione all’idea del rispetto delle sovranità oppure affermazione del diritto d’ingerirsi, d’interferire, d’intervenire? Pensiamo a cosa sarebbe oggi il mondo se, negli ultimi quindici anni, dalla caduta del Muro di Berlino in poi, fosse prevalsa quella forma del diritto internazionale che coincide con il ruolo assunto dall’Onu, ovvero con l’idea che il centro dello sviluppo del mondo non è la libertà, ma lo status quo, il rispetto degli equilibri, con quel corollario di mitologie, tra cui in primo luogo il rispetto della sovranità.
È accettabile un diritto internazionale neutrale rispetto alla dimensione assunta dalla sfida del terrorismo che utilizza i kamikaze e quindi modifica l’intera gerarchia tradizionale della deterrenza? Nel momento in cui la morte - la propria morte - è lo strumento prioritario di un arsenale bellico, per di più nel contesto di un conflitto globale, è difficile non pensare a come cambiare gli stessi strumenti a disposizione della comunità internazionale. Qui, quasi ancor prima di cominciare, è finito il mito dell’Onu, eletto dopo la fine del bipolarismo Usa-Urss a strumento di prevenzione, contenimento e compensazione delle tensioni internazionali. È finito perché, nell’era delle guerre asimmetriche, non esiste un possibile spazio di neutralità. Neutralità fra chi, nel momento in cui la prima domanda è come proteggere dal terrorismo i bersagli civili e in cui la seconda è come non lasciare la risposta alla sola rappresaglia dello Stato o della società colpita? L’11 settembre ha estinto il ruolo dell’Onu, anche se in realtà questa era una tendenza già visibile negli ultimi conflitti, quelli seguiti al 1989. Non c’è un simbolo particolare di questa impossibilità, anche se la Bosnia e il Rwanda spesso sono stati citati come i due casi limite. Ma, tutte le guerre che hanno avuto come teatro operativo le città e i suoi abitanti sono diventate l’emblema dell’inadeguatezza di un diritto internazionale che non è difendibile con gli strumenti classici della prevenzione o dell’interdizione o della neutralità.
L’ultimo decennio del Novecento - nell’Europa balcanica come in Africa e nei punti di crisi del mondo musulmano, ad esempio l’Algeria - ha posto la comunità internazionale davanti al problema della rottura del tabù della sovranità degli Stati. Nel conto alla rovescia verso l’11 settembre, quasi tutti gli atti più importanti nel teatro delle relazioni internazionali sono rientrati nella categoria dell’ingerenza. I confini e i sistemi degli Stati-nazione, così come degli agglomerati regionali, sono diventati sempre più permeabili. L’ingerenza è diventata una costante, al punto che il problema non è stato più costituito dal diritto di esercitarla, quanto dai limiti entro cui esercitarla. In quella stagione - quando la Nato decise l’intervento nei Balcani per impedire la pulizia etnica in Kosovo e quando, nell’estate successiva, le Nazioni Unite misero in atto la loro missione a Timor dell’Est per bloccare la repressione compiuta dalle forze armate indonesiane - è stato compiuto un passo che si può definire «senza ritorno»: per la prima volta un’autorità sovranazionale - un’alleanza politico-militare nel primo caso e, nel secondo, la massima istituzione rappresentativa mondiale - fece ricorso all’uso della forza all’interno di confini riconosciuti e in contrasto con governi considerati a loro volta legittimi con il risultato, in entrambi i casi, di un esproprio di sovranità nel nome di un valore universale.
Ma già allora, ben prima dell’irruzione sulla scena del concetto di «guerra preventiva», attorno a questo tema si sviluppò una discussione molto intensa tra due posizioni estreme. Da una parte ci sono stati coloro che hanno preferito vedere nell’interventismo, naturalmente soprattutto in quello nei Balcani, un puro e semplice gesto di egemonia della super potenza americana, rivolto sia contro la Russia che contro l’Europa, nel nome di diversi interessi tattici e strategici. In questa visione si sono ritrovate forze e personalità dalle convinzioni diverse, quando non opposte, anche se spesso con diverse motivazioni: intanto l’antiamericanismo della sinistra che allora appariva più conservatrice, poi il cosidetto «realismo geopolitico» che è tradizione del pensiero moderato europeo e, ancora, una visione estremista del pacifismo, anche cattolico, che tendeva a non distinguere tra aggressore e aggredito. Dall’altra parte, si è manifestata l’idea di una «guerra etica», nel nome di valori universali come la difesa dei diritti umani - «l’interventismo umanitario» - o come la «globalizzazione della libertà». In altre parole, la fine del Novecento ha prodotto l’embrione di un’idea di sicurezza planetaria fondata sull’espansione della democrazia e sul rifiuto di coesistenza con le tirannie. C’è, infatti, un filo che lega gli interventi militari compiuti da singoli Paesi democratici o da coalizione di democrazie: si tratta dei loro effetti, a cominciare dalla caduta di regimi tirannici o autoritari. Un lontano precedente: la decisione del governo Thatcher di non accettare il fatto compiuto dell’occupazione delle isole Falkland-Malvinas già aveva portato alla caduta del regime militare argentino. Ma per restare a tempi più recenti, senza l’intervento in Kosovo non sarebbe imploso il potere nazional-comunista di Slobodan Milosevic. E, in modo più diretto, l’obiettivo di rovesciare il potere dei talebani a Kabul e quello di Saddam Hussein a Baghdad è stato direttamente collegato all’impresa militare, anzi ne era lo scopo. L’11 settembre - con la risposta data dalla «coalizione dei volonterosi» - ha modificato la sostanza del diritto internazionale e della sua pratica. Ma già prima era visibile l’impossibilità, per le Nazioni Unite, di esercitare una funzione lungo la linea di confine tra i nuovi conflitti e la spinta alla democratizzazione globale.
Il simbolo che torna in primo piano è sempre quello di Yalta. Sappiamo cosa ha significato Yalta nel Novecento e quali prezzi ha fatto pagare nella divisione del mondo, nel compromesso ideologico, nello status quo. Dietro la sicurezza, dietro il benessere, dietro l’estensione dei diritti individuali e collettivi di questo pezzo di Occidente in cui viviamo, restano molti dei vizi e dei difetti di una cultura e di una psicologia plasmata da quel muro. Appunto, uno status quo inteso come garanzia del proprio spazio, come rinuncia ai rischi di una visione internazionalista della politica, come attaccamento a un’idea di pace che riguarda solo se stessi. Inteso soprattutto come un isolazionismo non confessato. Negli anni in cui a Budapest, a Bucarest, a Praga venivano sciolti i partiti democratici, i loro leader finivano sulla forca e la società veniva inglobata nel modello totalitario sovietico, cominciava a prevalere una cultura che vedeva «la caccia alle streghe» nell’America del maccartismo e solo lì il vulnus alla libertà e al diritto. Negli anni in cui si esauriva il disgelo post-staliniano e si cancellavano tutte le confuse aperture del periodo kruscioviano, le diplomazie europee rispondevano offrendo le loro Ost-politik e puntando su una collaborazione che non aveva come orizzonte il superamento della divisione del continente e che non poneva nessuna condizione quanto alla democrazia e alla libertà. La stessa costruzione del Muro di Berlino - la cui caduto segnò poi la fine del Novecento - era stata vissuta sì come un arbitrio, sì come una ferita nel cuore della Germania, ma anche come la fine delle tensioni che quella frontiera aperta continuava ad alimentare in Europa. Non venne considerata l’apertura di un problema, ma la sua chiusura, l’atto che mancava alla sanzione dello status quo. Negli anni di massima debolezza dell’Occidente - quelli segnati dalla sconfitta americana in Vietnam, quando la parola liberazione venne confusa con la parola libertà - l’accettazione dello status quo era diventata una politica talmente esaustiva da ignorare, tranne che in pochi casi, perfino quel «dissenso» che con coraggio cominciavano a levarsi da Mosca a Praga, a Varsavia, alla stessa Berlino. Negli anni della sfida sugli euromissili, la protesta diffusa del rinato pacifismo in chiave anti-occidentale suonò come il coerente epilogo di una cultura e di uno stato d’animo europei che non vedeva la divisione come una minaccia, ma come una tutela rispetto a un mondo segnato da un lontano conflitto tra i due blocchi, lontano perché in Africa, in Asia e in America latina. Ricordiamo bene come venivano accolti i discorsi di Ronald Reagan, con quale supponenza e con quale ostilità. Ma fu soprattutto il 1989 a rivelare quanto Yalta, quanto la logica dello status quo fossero radicati nelle culture europee - e non penso solo a quelle di sinistra. Non so se sia corretto parlare di panico. Ma di fastidio sì. Ed era un fastidio per una libertà riconquistata.
Cosa sarebbe una Yalta del Ventunesimo secolo, cosa sarebbe la rinuncia al diritto di ingerenza? Sarebbe un blocco all’idea dell’espansione quotidiana della libertà. A Baghdad governerebbe ancora Saddam Hussein, nelle zone dell’Autorità nazionale palestinese prevarrebbe la cultura del rifiuto di Israele, in Ucraina sarebbero stati accettati i risultati elettorali falsificati… Non esiste nel mondo contemporaneo - il mondo del dopo 11 settembre - un punto di crisi, un punto di emergenza in cui le Nazioni Unite abbiano saputo svolgere un ruolo decisivo. Alle incrostazioni di Yalta abbiamo continuato a pagare a lungo un pesante prezzo. Lo vediamo ancora oggi nella diffidenza e nell’ostilità di fronte al rilancio dell’internazionalismo democratico. Lo riscontriamo nella tentazione permanente di parte degli europei di restare fuori dall’impegno militare, di cercare in primo luogo lo status quo con coloro che usano ed esercitano il deterrente della minaccia terroristica. È una cultura parallela a quella del mito dell’Onu - e del suo uso - come entità neutrale, politicamente asettica, tempio di un diritto internazionale che non contempla il diritto alla libertà. Una cultura che confligge con la visione che ispirò Roosevelt - che era quella di un’alleanza nel nome della pace e della democrazia - e non vede come punti prioritari di riferimento coloro che si impegnano per la libertà. Che dire infine della ventata di antiamericanismo? Non basta la generosa constatazione che ci dette tanto tempo fa un grande studioso francese, maestro nell’interpretazione del mondo, André Fontaine, quando scrisse che «uno degli indizi della grandezza della nazione americana sta nel fatto che non centellina la propria amicizia» e che «una delle sue debolezze fondamentali è di non sospettare minimamente di non venir pagata con la stessa moneta». C’è molto di più: c’è il rifiuto di quella responsabilità globale che ha contraddistinto un secolo di storia americana - da Wilson a Roosevelt, da Kennedy a Reagan - e c’è l’illusione che la piccola e ricca Europa plasmata nell’ultimo mezzo secolo possa fare a meno di un mondo più libero. Mentre sappiamo che la lezione di quel mezzo secolo ci dice una verità un po’ scomoda: nessun ordine internazionale, nessuna pace, nessuna garanzia sono possibili se si rinuncia alla centralità della libertà.
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