febbraio 1996 - liberal mensile
Caro Umberto Eco,
sono pienamente d’accordo sul fatto che Lei si rivolga a me chiamandomi col mio nome anagrafico e perciò faccio anch’io lo stesso. Il Vangelo non è molto benevolo per le titolature («ma voi non fatevi chiamare “rabbì”… e non chiamate nessuno “padre” sulla terra… e non fatevi chiamare “maestri”», Matteo 23,8-10). Così è anche più chiaro, come Lei dice, che questo è uno scambio di riflessioni fatto tra noi due in libertà, senza ingessature e senza coinvolgimenti di ruoli. Ma è uno scambio che mi auguro fruttuoso, perché è importante mettere a fuoco con franchezza le nostre preoccupazioni comuni e vedere come chiarire le differenze, riportando all’osso ciò che c’è di veramente diverso tra noi.
Mi trovo d’accordo sul «mirare un po’ in alto» in questo primo dialogo.
I problemi etici sono certo tra quelli che più immediatamente ci preoccupano. Ma i fatti del giorno che più impressionano l’opinione pubblica (mi riferisco in particolare a quelli che toccano la bioetica) sono spesso eventi «di frontiera», in cui occorre anzitutto capire di che si tratta dal punto di vista scientifico, prima di dare con precipitazione giudizi morali su cui facilmente ci si divide. È importante mettere a fuoco anzitutto i grandi orizzonti entro i quali si forma il nostro giudizio. È a partire da essi che si può cogliere anche il perché di valutazioni pratiche contrastanti.
Lei pone dunque il problema della speranza e perciò del futuro dell’uomo, all’appressarsi del secondo millennio. Lei evoca quelle immagini apocalittiche che si dice abbiano fatto tremare le moltitudini verso la fine del primo millennio. Anche se ciò non è vero, è ben trovato, perché la paura del futuro esiste, i millenarismi si sono riprodotti costantemente nei secoli, sia in forme settarie sia in quei chiliasmi impliciti che animano nel profondo i grandi movimenti utopici. Oggi poi le minacce ecologiche stanno prendendo il posto delle fantasie del passato e la loro scientificità le rende ancora più sconvolgenti.
Che cosa ha a che fare l’Apocalisse, l’ultimo della collezione di libri del Nuovo Testamento, con tutto ciò? Si può veramente definire questo libro come un serbatoio di immagini di terrore che evocano una fine tragica e incombente? Malgrado le similitudini di tante pagine dell’Apocalisse detta di Giovanni con numerosi altri scritti apocalittici di quei secoli, la chiave di lettura è diversa. Essa è data dal contesto del Nuovo Testamento, in cui tale libro è stato (non senza resistenze) accolto.
Cerco di spiegarmi. Nelle apocalissi il tema dominante è di solito una fuga dal presente, per rifugiarsi in un futuro che, sconvolgendo le strutture attuali del mondo, instauri con forza un ordine di valori definitivo, conforme alle speranze e alle attese di chi scrive il libro. Vi sono, dietro alla letteratura apocalittica, gruppi umani oppressi da gravi sofferenze religiose, sociali e politiche che, non vedendo sbocchi nell’azione immediata, si proiettano verso l’attesa di un tempo in cui le forze cosmiche si abbatteranno sulla terra per sconfiggere tutti i nemici. In questo senso bisogna dire che in ogni apocalisse c’è una grande carica utopica, una grande riserva di speranza, ma congiunta a rassegnazione desolata per il presente.
Ora è forse possibile rintracciare qualcosa di simile dietro a singoli documenti poi confluiti nell’odierno libro dell’Apocalisse. Ma una volta che il libro viene letto in prospettiva cristiana, alla luce dei Vangeli, esso muta di accento e di senso. Diviene non la proiezione di frustrazioni del presente ma il prolungamento della esperienza di pienezza, in altre parole di «salvezza», fatta dalla chiesa primitiva. Non c’è né ci sarà potenza umana o satanica che potrà opporsi alla speranza del credente.
In questo senso mi sento d’accordo con Lei quando dice che il pensiero della fine dei tempi è oggi più tipico del mondo laico che di quello cristiano.
Il mondo cristiano è stato anch’esso percorso da fremiti apocalittici, che si sono in parte ricollegati ad oscuri versetti di Apocalisse 20: «Incatenò il serpente antico per mille anni, … le anime dei decapitati… ripresero vita e regnarono con Cristo per mille anni». Vi fu una corrente della tradizione antica che interpretava questi versetti alla lettera, ma un simile millenarismo letterale non ha mai avuto cittadinanza nella grande Chiesa. Ha prevalso il senso simbolico di questi testi, che vi legge, come in altre pagine dell’Apocalisse, una proiezione anche nel futuro di quella vittoria che i primi cristiani hanno sentito di vivere nel presente grazie alla loro speranza.
È così che la storia è stata vista sempre più chiaramente come un cammino verso una meta al di fuori di essa e non ad essa immanente. Si potrebbe esprimere questa visuale con una triplice persuasione: 1) la storia ha un senso, una direzione di cammino, non è un cumulo di fatti assurdi e vani; 2) questo senso non è puramente immanente, ma si proietta al di là di essa, è quindi oggetto non di calcolo ma di speranza; 3) questa visuale non estenua, ma solidifica il senso degli eventi contingenti: essi sono il luogo etico nel quale si decide il futuro metastorico dell’avventura umana.
Fin qui vedo che siamo andati dicendo molte cose simili, anche se con diversi accenti e riferendoci a diverse fonti. Mi rallegra questa consonanza sul «senso» che la storia ha e che fa sì che (cito parole Sue) «si possono amare le realtà terrene e credere - con carità - che ci sia ancora un posto per la Speranza». Più difficile è rispondere alla domanda se c’è una «nozione» di speranza (e di responsabilità nostra nei confronti del domani) che possa essere comune a credenti e a non credenti. Essa deve esistere in qualche modo, in pratica, perché si vedono credenti e non credenti vivere il presente dandogli senso e impegnandosi con responsabilità. Ciò è particolarmente visibile quando ci si butta gratuitamente, a proprio rischio, in nome di valori alti, senza un tornaconto visibile. Vuol dire dunque che c’è un humus profondo a cui credenti e non credenti, pensanti e responsabili, entrambi attingono, senza che forse riescano a darvi lo stesso nome. Nel momento drammatico dell’azione importano più le cose che i nomi, e non vale sempre la pena fare una quaestio de nomine quando si tratta di difendere e promuovere valori essenziali per l’umanità.
Ma è ovvio che per un credente, in particolare cattolico, i nomi delle cose hanno importanza, perché non sono arbitrari, ma frutto di un atto di intelligenza e di comprensione che, se condiviso da un altro, porta al riconoscimento anche teoretico di comuni valori. Qui io ritengo che ci sia ancora molta strada da fare, e che questa strada si chiami esercizio di intelligenza e coraggio nello scrutare insieme le cose semplici. Quanto spesso Gesù dice nei Vangeli: «Chi ha orecchi per intendere intenda!… fate attenzione!… non intendete e non capite ancora?» (Marco 4,9; 8,17 ecc.). Egli non fa appello a teorie filosofiche o a dispute di scuola ma a quell’intelligenza che è data a ciascuno di noi per capire il senso degli eventi e orientarsi. Ogni minimo progresso in questa intesa sulle grandi cose semplici segnerebbe un passo avanti anche nella condivisione delle ragioni della speranza.
Ancora una provocazione finale della Sua lettera mi colpisce: che funzione critica può assumere un pensiero della fine che non implichi disinteresse verso il futuro ma processo costante agli errori del passato? Mi pare chiaro che non è solo un pensiero di una fine incombente che può aiutarci a valutare criticamente ciò che è stato. Esso sarà, se mai, fonte di timore, di paura, di ripiegamento su di sé, o di fuga verso un futuro «altro», come appunto nella letteratura apocalittica.
Perché un pensiero della fine renda attenti al futuro come al passato da ricomprendere in maniera critica è necessario che questa fine sia «un fine», abbia il carattere di un valore finale decisivo, capace di illuminare gli sforzi del presente e darvi significato. Se il presente ha senso in rapporto a un valore finale riconosciuto e apprezzato, che io posso anticipare con atti di intelligenza e di responsabile scelta, esso mi permette anche di riflettere sugli errori del passato senza angoscia. So di essere in cammino, intravedo qualcosa della meta, almeno nei suoi valori essenziali, so che mi è dato di correggermi e di migliorarmi. L’esperienza mostra che non ci si pente se non di qualcosa di cui si è intravisto che si può far meglio. Rimane attaccato ai suoi errori chi non li riconosce come tali perché non vede nulla di meglio davanti a sé e si domanda allora perché dovrebbe lasciare ciò che ha.
Mi paiono questi tutti modi di coniugare quella parola «Speranza» che io non avrei forse osato di scrivere con la maiuscola se Lei non me ne avesse dato l’esempio. Non è dunque ancora il momento di lasciarsi ubriacare dalla televisione aspettando la fine.
C’è ancora molto da fare insieme.