febbraio 1996 - liberal mensile
Caro Carlo Maria Martini,
non mi ritenga irrispettoso se mi rivolgo a Lei chiamandola per il nome che porta, e senza riferimenti alla veste che indossa. Lo intenda come un atto di omaggio e di prudenza. Di omaggio, perché sono sempre stato colpito dal modo in cui i francesi, quando intervistano uno scrittore, un artista, una personalità politica, evitano di usare appellativi riduttivi, come professore, eminenza o ministro. Ci sono persone il cui capitale intellettuale è dato dal nome con cui firmano le proprie idee. E così i francesi si rivolgono a qualcuno per cui il nome è il titolo maggiore, con «dites-moi, Jacques Maritain», «dites-moi, Claude Lévi-Strauss». È il riconoscimento di una autorità che tale resterebbe anche se il soggetto non fosse divenuto ambasciatore o accademico di Francia. Se dovessi rivolgermi a Sant’Agostino (e neppure questa volta mi giudichi irriverente per eccesso), non lo chiamerei «Signor vescovo di Ippona» (perché anche altri dopo di lui sono stati vescovi di quella città), bensì «Agostino di Tagaste». Atto di prudenza, ho anche detto. Infatti potrebbe apparire imbarazzante, quello che questa rivista ha richiesto a entrambi, e cioè che avvenga uno scambio di opinioni tra un laico e un cardinale. Potrebbe sembrare che il laico voglia condurre il cardinale a esprimere pareri in quanto principe della Chiesa e pastore d’anime, e sarebbe far violenza, a chi è appellato e a chi ascolta la riposta. Meglio che il dialogo si presenti per quello che, nelle intenzioni della rivista che ci ha convocati, vuole essere: uno scambio di riflessioni tra uomini liberi. D’altra parte, rivolgendomi a Lei in questo modo, intendo sottolineare il fatto che Lei è considerato maestro di vita intellettuale e morale anche da quei lettori che non si sentono vincolati ad alcun magistero che non sia quello della retta ragione.
Superati i problemi di etichetta, rimangono quelli dell’etica, perché ritengo che principalmente di questi ci si dovrebbe occupare nel corso di un dialogo che intenda trovare alcuni punti comuni tra il mondo cattolico e quello laico (e non vedrei realistico aprire su questa pagine un dibattito sul Filioque). Ma anche qui, essendo chiamato alla prima mossa (che è sempre la più imbarazzante), non credo ci si debba impegnare su questioni di immediata attualità - forse quelle su cui più immediatamente potrebbero delinearsi posizioni troppo divaricate. Meglio mirare alto, e toccare un argomento che è, sì, di attualità, ma affonda le sue radici abbastanza lontano, ed è stato ragione di fascino, timore e speranza per tutti gli appartenenti alla famiglia umana, nel corso dei due ultimi millenni.
Ho detto la parola chiave. Infatti ci stiamo avvicinando alla fine del secondo millennio; e spero sia ancora politically correct, in Europa, contare gli anni che contano partendo da un evento che certamente - e potrebbe consentirne anche un fedele di altre religioni, o di nessuna - ha profondamente influito sulla storia del nostro pianeta. L’appressarsi di questa scadenza non può non evocare una immagine che ha dominato il pensiero di venti secoli: l’Apocalisse.
La vulgata storica ci dice che gli anni finali del primo millennio sono stati ossessionati dal pensiero della fine dei tempi. È vero che gli storici hanno ormai bollato come leggenda i famigerati «terrori dell’Anno Mille», la visione delle folle gementi che attendevano un’alba che non si sarebbe mai mostrata. Ma ci dicono altresì che il pensiero della fine ha preceduto di qualche secolo quel giorno fatale e, ancor più curiosa, lo ha seguito: e di qui hanno preso forma i vari millenarismi del secondo millennio, che non sono solo stati quelli dei movimenti religiosi, ortodossi o ereticali che fossero: perché si tende ormai a classificare come forme di chiliasmo anche molti movimenti politici e sociali, e di impronta laica e addirittura atea, che intendevano affrettare violentemente la fine dei tempi, non per realizzare la Città di Dio, ma una nuova Città Terrena.
Libro bifido e tremendo, l’Apocalisse di Giovanni, con la sequela di Apocalissi apocrife a cui si associa - ma apocrife per il Canone, e autentiche per gli effetti, le passioni, i terrori e i movimenti che hanno suscitato. L’Apocalisse può essere letto come una promessa, ma anche come l’annuncio di una fine, e così viene riscritto a ogni passo, in questa attesa del Duemila, anche da chi non l’ha mai letto: non più le sette trombe, e la grandine, e il mare che diventa sangue, e la caduta delle stelle, e le cavallette che sorgono col fumo dal pozzo dell’abisso e gli eserciti di Gog e Magog, e la Bestia che sorge dal mare, bensì il moltiplicarsi dei depositi nucleari ormai incontrollati e incontrollabili, e le piogge acide, e l’Amazzonia che scompare, e il buco dell’ozono, e la migrazione di orde diseredate che salgono a bussare, talora con violenza, alle porte del benessere, e la fame d’interi continenti, e nuove inguaribili pestilenze, e la distruzione interessata del suolo, e i climi che si modificano, e i ghiacciai che si scioglieranno, e l’ingegneria genetica che costruirà i nostri replicanti, e per l’ecologismo mistico il suicidio necessario dell’umanità stessa, che dovrà perire per salvare le specie che ha quasi distrutto, la madre Gea che ha snaturato e soffocato.
Stiamo vivendo (e sia pure nella misura disattenta a cui ci hanno abituato i mezzi di comunicazione di massa) i nostri terrori della fine; e potremmo persino dire che li viviamo nello spirito del bibamus, edamus, cras moriemur, celebrando la fine delle ideologie e della solidarietà nel vortice di un consumismo irresponsabile. Così che ciascuno gioca col fantasma dell’Apocalisse e al tempo stesso lo esorcizza, tanto più lo esorcizza quanto più inconsciamente lo teme, e lo proietta sugli schermi in forma di spettacolo cruento, sperando con questo di averlo reso irreale. Ma la forza dei fantasmi sta proprio nella loro irrealtà. Ora azzardo che il pensiero della fine dei tempi sia oggi più tipico del mondo laico che di quello cristiano. Ovvero, il mondo cristiano ne fa oggetto di meditazione, ma si muove come se fosse giusto proiettarlo in una dimensione che non si misura coi calendari; il mondo laico finge di ignorarlo, ma ne è sostanzialmente ossessionato. E questo non è un paradosso, perché non fa altro che ripetere quanto è avvenuto nei primi mille anni.
Non mi intratterrò su questioni esegetiche che Lei conosce meglio di me, ma ricorderò ai lettori che l’idea della fine dei tempi sorgeva da uno dei più ambigui passaggi del testo di Giovanni, il capitolo 20. Esso lasciava intendere questo «scenario»: con l’Incarnazione e la Redenzione, Satana viene imprigionato, ma dopo mille anni ritornerà, e a quel punto dovrà avvenire lo scontro finale tra le forze del bene e quelle del male, coronato dal ritorno del Cristo e dal Giudizio Universale. Certamente Giovanni parla di mille anni. Ma già alcuni dei Padri avevano scritto che mille anni per il Signore sono un giorno, o un giorno mille anni; e che dunque il computo non andava fatto alla lettera; e in Agostino la lettura del passo sceglierà il senso «spirituale». Sia il millennio che la Città di Dio non sono eventi storici, bensì mistici, e l’Armageddon non è di questa terra; non si nega certo che un giorno la storia possa compiersi quando il Cristo scenderà a giudicare i vivi e i morti, ma quello su cui si pone l’accento non è la fine dei secoli, bensì il loro procedere, dominato dall’idea regolativa (non dalla scadenza storica) della Parusia. Con questa mossa, non solo Agostino, ma la Patristica nel suo complesso, dona al mondo l’idea della Storia come percorso in avanti, idea che era estranea al mondo pagano. Persino Hegel e Marx sono debitori di questa idea fondamentale, come ne sarà prosecutore Teilhard de Chardin. Il Cristianesimo ha inventato la Storia, ed è infatti il moderno Anticristo a denunciarla come malattia. Caso mai lo storicismo laico ha inteso questa storia come infinitamente perfettibile, così che il domani perfezioni l’oggi, sempre e senza riserve, e nel corso della storia stessa Dio si faccia e, per così dire, educhi e arricchisca se stesso. Ma questa non è l’ideologia di tutto il mondo laico, che della storia ha saputo vedere le regressioni e le follie; eppure c’è una visione originalmente cristiana della storia ogni qual volta questo cammino viene percorso all’insegna della Speranza. Talché, pur sapendo giudicare la storia e i suoi orrori, si è fondamentalmente cristiani sia quando con Mounier si parla di ottimismo tragico, sia quando con Gramsci si parla di pessimismo della ragione e ottimismo della volontà. Penso vi sia un millenarismo disperato ogni qual volta la fine dei tempi viene vista come inevitabile, e qualsiasi speranza cede il posto a una celebrazione della fine della storia, o all’appello a un ritorno a una Tradizione intemporale e arcaica, che nessun atto di volontà e nessuna riflessione, non dico razionale, ma ragionevole, potrà mai arricchire. Di qui nasce l’eresia gnostica (anche nelle sue forme laiche) per cui il mondo e la storia sono frutto di un errore, e solo pochi eletti, distruggendo entrambi, potranno redimere Dio stesso; di qui nascono le varie forme di superomismo, per cui sulla scena miserabile del mondo e della storia potranno celebrare i loro fiammeggianti olocausti solo gli adepti di una razza o setta privilegiata. Solo avendo un senso della direzione della storia (anche per chi non crede nella Parusia) si possono amare le realtà terrene e credere - con carità - che ci sia ancora posto per la Speranza. C’è una nozione di speranza (e di responsabilità nostra nei confronti del domani) che possa essere comune a credenti e a non credenti? Su che cosa si può ancora basare? Che funzione critica può assumere un pensiero della fine che non implichi disinteresse verso il futuro ma processo costante agli errori del passato? Altrimenti è giusto che, anche senza pensare alla fine, si accetti che essa si approssimi, ci si metta davanti al teleschermo (al riparo dalle nostre fortificazioni elettroniche), e si attenda che qualcuno ci diverta, mentre le cose intanto vanno come vanno. E al Diavolo coloro che verranno.