Ho iniziato a leggere Conversazioni sulla Destra (ed. Rubbettino) viaggiando su di un treno interregionale Roma-Firenze, all’inizio dell’estate. Scorrevo le prime pagine che raccontavano del viaggio a Tindouf di Gennaro Malgieri, autore del libro insieme con Giancristiano Desiderio e Gerardo Picardo. Si parlava dei profughi saharawi incontrati in quella località algerina, dell’importanza del senso di appartenenza delle persone a una nazione, soprattutto nel caso di nazioni che la comunità mondiale non considera più tali (e quante sono!); e poi sul dato insopprimibile per ogni uomo del riferirsi alle radici, a una origine, a una famiglia, a una casa come orizzonte di identità, fondamento del proprio Sé. Nel frattempo mi giungevano all’orecchio le parole di un’altra «conversazione», quella tra due esponenti di un’associazione culturale che sedevano lì accanto. Gente palesemente di sinistra, radicata in un’esperienza culturale di sinistra. Gente che parlava dell’importanza dell’appartenenza, delle radici, del riferimento alla famiglia, alla casa come orizzonte di identità. Ho pensato: questa idea di appartenenza, di radici è una idea forte, trasversale, egemonica si sarebbe detto un tempo, e allo stesso tempo resta una idea di destra. Si tratta di un grande, forse del principale contributo di un punto di vista di destra a una cultura comune, condivisa. Non ho cambiato idea alla fine del libro circa il carattere fondativo di quell’idea per una cultura di destra, circa la sua fecondità per una cultura comune e infine circa l’importanza di vedere la dialettica tra culture in questo modo, e cioè come reciproco riconoscimento del contributo dell’altro anziché come pretesa degli uni o degli altri di detenere il monopolio della verità (pretesa un tempo dei marxisti, oggi, magari, dei liberali). Riconoscere da parte di una posizione culturale di sinistra l’importanza di una idea e insieme il fatto che tale idea sia bagaglio legittimo della destra non indebolisce quella posizione di sinistra, anzi la rafforza nella sua consapevolezza e rafforza un quadro comune condiviso.
Ecco. Conversazioni sulla Destra è importante per questo. Perché lì si cerca un nocciolo identitario autentico della cultura di destra e perché si è convinti che tale nocciolo non sia destinato a essere per necessità motivo di discordia con posizioni alternative ma potenzialmente di arricchimento in un confronto tra differenze. L’obiettivo intellettuale di Malgieri è quello di giungere a definire la topografia di una nuova politica della Destra, la sua convinzione è che esso possa esser perseguito solo delineando i principi di nuova cultura della Destra. Già tale impostazione suona come una novità, persino provocatoria, rispetto alla lunga stagione di prevalenza della cultura di sinistra che ha portato quasi a identificare cultura e sinistra. Una identificazione che nasceva conseguentemente all’idea crociana del fascismo come «errore contro la cultura» e non «errore della cultura», per cui l’antifascismo era la rivincita della cultura e quindi, appunto, l’unico orizzonte culturale possibile. La critica di tale impostazione venne fatta con forza da Augusto Del Noce, sulla scorta di Giacomo Noventa già alla fine degli anni Settanta, e va considerata come il principio del revisionismo, che è ovviamente filosofico prima che storico, degli ultimi decenni. La tesi del fascismo come errore contro la cultura, infatti, portando a considerare irreversibile e salvifico l’orizzonte culturale dell’antifascismo come ideologia, conduceva, secondo Del Noce, a rendere insuperabile il processo di dissoluzione culturale operato congiuntamente dal fascismo e dall’antifascismo sulla base della loro comune identità immanentista. Malgieri, dunque, e quanti lo fanno con lui, lavorando intorno a una cultura della Destra, si muove sul terreno privilegiato di una azione naturaliter revisionista. Revisionista filosoficamente, storiograficamente, infine politicamente. La Destra ha bisogno come l’aria di una piena legittimazione culturale, ma della legittimazione della cultura della Destra ha bisogno la cultura italiana nel suo complesso per uscire dallo sfacelo ideale di cui parlava Del Noce; e ha bisogno la democrazia italiana se vuole giungere a un sistema bipolare e dell’alternanza compiuto. D’altra parte, sino a che polo di destra e polo di sinistra non saranno nitidamente riconoscibili nella loro alternatività innanzitutto ideale, dando un senso anche alle configurazioni politiche, la politica tutta apparirà mediocre, pragmatica sino all’antipolitica (qui è il senso profondo dell’acuminata critica dell’antipolitica che traversa il libro) e gli opposti schieramenti saranno delle ammucchiate nel nome della convenienza e dello scontro piuttosto che nel nome della convinzione e del reciproco riconoscimento. Naturalmente l’operazione culturale cui lavora Malgieri ha dei presupposti. È ovvio che, per chi venga da un passato ideale e politico non ancorato al principio di libertà (fascismo e comunismo), la questione prioritaria è quella di ripensare radicalmente i propri valori di riferimento alla luce, per l’appunto, del principio di libertà. In Malgieri, in questo suo libro ma anche precedentemente, è ben chiara la consapevolezza che si tratta di definire l’identità di una cultura di Destra che sia rigorosamente antitotalitaria. E insomma, per voler essere sintetici, in Conversazioni sulla Destra non si rifiuta il trinomio Dio, Patria, Famiglia come quello che efficacemente connota i principi di una cultura di Destra. E una tale assunzione consente di non cadere in uno sterile trasformismo culturale. E però a Dio si accosta il concetto di Laicità, oltre ogni nostalgia per lo Stato confessionale, a Patria quello di Democrazia e quindi di diritti universali, a Famiglia quello di Libertà, giungendo così al valore della Persona, concetto che proprio in quanto correlato a quello di famiglia è distinto da quello di Individuo. Per questa via si giunge a una sincera e coerente valorizzazione del principio di Sussidiarietà e del ruolo dei corpi sociali intermedi in alternativa allo statalismo e all’anarchia individualista, e anche, nel libro in verità solo implicitamente, in alternativa al tradizionale bagaglio demodiretto e presidenzialista delle destra italiana. Si giunge poi a una idea di nazione, di identità nazionale distinta dal furore nazionalista in quanto questo ha di mira l’affermazione di una particolarità contro le altre, quella invece si rappresenta come affermazione di una identità al cospetto di altre e nel riconoscimento di altre. Una identità affermata come parzialità, come esser parte e dunque non solo come compatibile con la democrazia ma come sale della medesima oltre ogni scipitezza relativista. Naturalmente tale declinazione dei principi di una cultura di Destra in un’ottica rigorosamente non totalitaria implica anche l’acquisizione di alcuni atteggiamenti culturali: la capacità di attesa dell’evoluzione storica e di pazienza al posto dell’impazienza tipica di una certa Destra, l’attenzione come qualcosa che viene prima dell’azione e la illumina. Tutto ciò scorre, ci sembra, nelle riflessioni di Malgieri ed è utile se emerge in modo esplicito. Malgieri esplicitamente condivide e partecipa della critica del Moderno. Cita il Malraux che dice che il Ventunesimo secolo o sarà religioso o non sarà, partecipa insomma di quella filosofia novecentesca che critica radicalmente gli esiti della modernità, di quella modernità che, a causa di una visione unilaterale e immanente dell’uomo, partita con grandi aspirazioni emancipatrici, e basandosi, per dirla con Leo Strauss, sulle possibilità della scienza e la popolarizzazione della filosofia, si conclude con l’avvento della tirannide del nazismo, del comunismo e con la confisca nichilista e tecnologica dell’umanità.
Qui il discorso si stringe. Temperare il riferimento a Dio, Patria e Famiglia con quello ai valori di laicità, democrazia, libertà, richiamarsi a persona, corpi intermedi, sussidiarietà temperando i termini di nazione e statualità significa far propria una cultura del limite che è cattolica, che è propria della cultura cattolica fondata sul valore della vita e insieme sul riconoscimento del vulnus operato dal peccato originale in antitesi a ogni impostazione laicista fondata inevitabilmente sul rifiuto per l’azione umana di ogni limite. Significa in effetti guadagnare un punto di vista ideale del tutto estraneo al totalitarismo: di ispirazione nazista, comunista, nichilista. E si badi: non solo alle esperienze totalitarie del passato ma soprattutto a quelle del futuro e già del presente come pure annota l’autore. A questa stregua Malgieri delinea per la Destra un esito culturale, quello cattolico-moderato, opposto a un altro, laicista, pure legittimo e pure evidentemente visibile e presente oggi in quell’area politico-culturale e che tuttavia, tornando a Del Noce, non consente un’uscita dal composto asfissiante fascismo-antifascismo, frutto del Moderno, ma piuttosto rappresenta una variante del suo compimento nichilista. Si può obiettare: ma come può avere un ancoraggio antimoderno una cultura politica che pretende di avere una carica modernizzatrice come Malgieri rivendica? Anche qui sovviene un grande della cultura cattolica, don Luigi Sturzo, che proprio in virtù di un approccio culturale antimoderno, mutuato dall’esperienza dell’Opera dei Congressi, fu in grado di indicare al movimento cattolico la via di un attraversamento autonomo, critico, originale della modernità medesima. E in effetti la lezione di Sturzo, col suo municipalismo, col suo richiamo ai corpi intermedi, alla libertà economica e a una statualità non partitocratica è quella che meglio può intercettare la parabola di una cultura di Destra che voglia divenire coerentemente antitotalitaria. Ma si può ulteriormente obiettare: al termine di un tal percorso, una volta che si sia posto alle spalle anche ogni nostalgia plebiscitaria, presidenzialista, democratico-diretta e d’altra parte ogni contrasto tra l’idea di Europa e quella di Occidente, non si finisce per attestarsi su di una posizione superflua o, per dirla in altro modo, non è inevitabile un refluire senza residui di tale Destra in un’area di Centro, sia culturalmente che politicamente? Si può rispondere senz’altro che no. Esprimere con forza il valore della particolarità, come è vocazione di ogni autentica cultura di Destra, e dunque di origine, tradizione, appartenenza, identità, nazione, memoria, paternità e tutto quanto ancora consegue significa culturalmente rappresentare un elemento irriducibile e prezioso di identità e di verità ed essere di tale verità sentinelle. Questo, come si è detto, non è solo fonte di vitalità per la cultura di Destra ma, se sgombrato da ogni traccia e residuo totalitario, qualcosa di importante e anzi di imprescindibile per una cultura condivisa. Che tutto ciò abbia un valore decisivo anche politicamente, come richiamo, difesa, resistenza di ogni particolarità, dalla singola persona, al gruppo religioso alla nazione minacciate dal processo di globalizzazione è almeno altrettanto evidente.