Libri scritti da dirigenti politici sono di norma interventi sull’attualità, riflessioni autobiografiche o pamphlet polemici. Capita piuttosto raramente di imbattersi nella ricerca di risposte a domande più profonde, come quelle sul significato del potere. L’ultima fatica di Sandro Bondi (La civiltà dell’amore, edito da Mondadori) non può non sorprendere, anche nel momento in cui si viene messi al corrente della vecchia passione dell’autore per lo studio della religione nel Cinquecento: si tratta di un lavoro filosofico che affronta alcuni dei temi più importanti e complessi - come la centralità dell’individuo, l’amore cristiano, la peculiarità della donna, la pericolosità dell’utopia che cancella il presente nel nome del futuro - che la fine del secolo delle ideologie ha proposto, richiamando l’attenzione su categorie del pensiero messe a lungo in disuso o marginalizzate nel dibattito culturale. Ci sono stati due mondi completamente separati: da un lato quello dell’agire politico e dell’esercizio del potere e, dall’altro, quello di punti di riferimento costantemente esclusi, come se non ci fossero. In modo esplicito, la proposta intellettuale di Bondi - nel momento in cui ci si pone il problema di collocarla nell’attualità dell’Italia in cui viviamo - è quella di valicare questo muro e di costruire una politica, definita «al femminile», che non sia solo l’esercizio del potere fine a se stesso.
Leggendo queste pagine - lo confesso subito - mi sono scattate due associazioni di idee. Mi è venuta, in primo luogo, in mente una frase di don Giussani, che ho sentito citare in un dibattito sulla sua figura. Si tratta di un’osservazione di molti anni fa sull’ideologia e sulle visioni dottrinarie e concrete del comunismo: «Vogliono costruire un mondo in cui non c’è bisogno della bontà». In questo giudizio non è difficile trovare una delle ragioni sostanziali del fallimento di un’utopia. L’esclusione della parola bontà equivale infatti a negare la necessità di un rapporto fra individui segnato da rispetto e solidarietà. Un’intuizione di Gandhi è la seconda associazione di idee. Quando il mahatma contestò coloro che sostenevano - ed è una scuola di pensiero ancora forte - l’inesistenza di un rapporto diretto tra la religione e la politica, affermò che costoro non capivano nulla né di religione né di politica. Ci fu dunque anche Gandhi fra i costruttori dimenticati di quella «religione civile» che troppo spesso viene limitata, nello spazio e nel tempo, solo ai padri fondatori dell’America, allo scopo di sostener la tesi che la storia americana è unica, irripetibile e non esportabile.
Intendo dire che dietro alla Civiltà dell’amore - espressione usata per la prima volta da Paolo VI - c’è un’importante storia del pensiero del Novecento, c’è un filone certamente messo ai margini dalla politica così come è diventata pratica in Italia e in gran parte dell’Occidente, ma un filone pesante e resistente, che Bondi ridefinisce e rilancia. E che il problema di oggi è di portarlo a compimento non solo per completare la critica delle ideologie - o rafforzarla di fronte al nuovo totalitarismo sorto dalle viscere dell’Islam più radicale, che non a caso vuole nascondere tutto ciò che è «al femminile» - ma soprattutto per dare un senso diverso al potere. È una proposta difficile e impegnativa. Credo che sia arbitrario cercare di sintetizzarla, perché si tratta di pagine dense e dotte. Si può provare a farlo, limitandosi a dire che è il rapporto della donna con la vita, interpretato dal cristianesimo, e quindi con l’individuo e la sua libertà, a fare del «femminile» un’opportunità, finora trascurata, per comprendere che il potere può diventare un valore e non più uno strumento fine a se stesso. Credo, però, che sia più utile trarre alcuni spunti.
Il primo nasce da una constatazione di Bondi che - ricordando Hannah Arendt, Simone Weil, Edith Stein ed Etty Hillesum - osserva come «soprattutto donne» sono riuscite a esprimere un pensiero alternativo alle ideologie fondate sulla negazione della dignità umana. E qui ho trovato la risposta a una domanda che anche io mi ero posto dopo essermi imbattuto, nel corso delle mie letture, in alcune delle critiche più vigorose e compiute del Novecento, aggiungendo ai citati nella Civiltà dell’amore anche i nomi di Nina Berberova e Margarete Buber Neumann. Perché, nel Novecento, ci sono state tante figure femminili capaci non solo di capire, riflettere, analizzare tutti i vizi e i pericoli mortali delle ideologie, ma anche di testimoniare in prima persona? A pensarci bene, c’è stata davvero una cultura «al femminile» che, più di ogni altra, ha proposto una critica delle commistioni politiche e delle mezze verità morali e che ha prefigurato, anche se invano, un mondo in cui la libertà avesse un significato più nitido. Che suonasse come libertà dell’individuo. Appunto, «soprattutto donne», che si contrapponevano a un potere strutturato, esclusivamente «maschile», prigioniero di uno status quo culturale. Ecco la domanda: se fossero state ascoltate di più, quanto e come sarebbe stato diverso il mondo che abbiamo attraversato?
L’altro importante spunto, contenuto in queste pagine, consiste in un approccio al femminismo del tutto inusuale. La cultura politica ha avuto un rapporto il più delle volte strumentale con il fenomeno forse più dirompente - quanto a cambiamento dei rapporti nella società - avvenuto in Occidente nell’ultimo mezzo secolo. Bondi vede nel femminismo e nella «differenza di genere» - non a caso si riferisce più volte alla sua teorica più importante, Luisa Muraro - anche quell’aspetto decisivo che è dato dal nesso donna-vita. Il femminismo quindi non ridotto a semplice contrapposizione di potere, a emancipazionismo; il femminismo non come omologazione al maschile ma come differenza in grado di dare senso e valori. C’è, qui, una storia di quella «metà del cielo», come si diceva una volta, che non è solo depositaria di un diritto, ma di una particolare e originale proprietà: quella di dare la vita, con tutto ciò che ne consegue. E non è nemmeno un caso se a una tale reinterpretazione del «femminile» ha dato un notevole contributo quella filosofia della differenza innervata anche dal pensiero cristiano. Non è dunque una provocazione intellettuale quella di Bondi, uomo, politico, protagonista di una stagione in cui, come sappiamo, restano predominanti i tratti «maschili» del conflitto. È in primo luogo una diagnosi - dall’interno - dell’insufficienza delle regole del potere. Ma è anche la sollecitazione ad accettare una metamorfosi «al femminile», che non significa - è detto esplicitamente - l’asfittico discorso sulle quote, cioè semplici norme, ma un coraggioso ripensamento sui valori.