aprile-maggio 1995 - liberal mensile
La sinistra popolare guarda all’antagonista di De Gasperi ma era più nel solco della tradizione liberaldemocratica il rodanismo che non i dossettiani. Sturzo è stato il nostro Salvemini. Moro? L’ultimo grande degasperiano. Un partito di cattolici può avere ruolo solo nel centro destra.
Presidente Cossiga, le recenti vicissitudini del Ppi sembrano confermare la sua intuizione del 1989, secondo cui la caduta del Muro di Berlino avrebbe comportato anche la fine della Dc.
Provo un certo imbarazzo a parlare di quelle vicende. Qualcuno potrebbe infatti cercare nelle mie parole un sentimento di rivalsa o di compiacimento. E invece io allora esprimevo un giudizio di valore e una constatazione.
Qual era il giudizio di valore?
Pensavo, e penso, che la politica sia cosa diversa dalla fede. Non sono un separatista, sono convinto che la politica sia condizionata anche dalla fede. La mediazione avviene però nella coscienza e le scelte politiche hanno una origine storico-culturale. Perciò sono sempre stato dell’avviso che, in linea di principio, il modello ideale sia quello di una libera presenza dei cristiani nelle varie formazioni politiche che la storia produce. Senza che ciò implichi una attenuazione, nel credente che fa politica, dell’impegno morale generale, e anche di quello specifico, su questioni che riguardano la coscienza.
E qual era invece la constatazione?
Il fatto che la Dc non era un qualunque partito di ispirazione cristiana ma che essa era stata invece il frutto della divisione del Paese e dell’Europa, dopo la dissoluzione prodotta dal crollo del fascismo, che aveva lasciato senza una casa politica gran parte delle forze moderate e conservatrici. La Dc aveva esercitato una decisiva funzione nazionale in questo contesto. Ma con il 1989 quella funzione si era definitivamente esaurita. Questo, più essenzialmente che Tangentopoli, è all’origine della fine della Dc.
Fine dunque della Dc ma non di un qualunque partito di ispirazione cristiana…
Sono un realista, e dunque non escludo affatto la possibilità che esista un tale partito (nei limiti fissati dal cardinal Ruini, secondo cui nessuno può appropriarsi del nome della Chiesa o ritenersi interprete esclusivo, in politica, dei valori cristiani). C’è infatti da considerare la specifica situazione del nostro Paese, la presenza della Santa sede, le modalità con cui, storicamente, la Chiesa ha stabilito rapporti con il potere politico, quella dell’alleanza, con il fascismo, e quella della mediazione, attraverso la Dc. Per la Chiesa è difficile concepirsi come soggetto politico proprio, non partitico ma politico, e questo può aprire spazi per un partito di cristiani. Sono però altrettanto convinto di un’altra cosa. I cristiani possono senz’altro condividere i valori su cui pone l’accento la sinistra e possono svolgere un ruolo in quell’area politica, nei partiti della sinistra. Ma un partito di ispirazione cristiana, è la storia che mi induce a pensarlo, può avere una funzione solo se si colloca nell’area moderata. In Italia invece si è riunita, nel Ppi, la sinistra cattolica e quella democristiana. Ma quel partito trova difficoltà a svolgere una funzione nella sinistra, mentre potrebbe averne una nel polo moderato, nello schieramento della destra democratica, anche in considerazione del fatto che Forza Italia continua a essere un partito-azienda.
Nel dibattito interno al Ppi è cruciale il discorso sull’autonomia politica dei cattolici…
Preferisco sempre parlare di cristiani.
Lei ritiene che essa possa meglio realizzarsi nel polo moderato.
Non voglio dire che la scelta più appropriata per i cristiani come cittadini sia l’una o l’altra. Parlo di un partito di ispirazione cristiana. Per i cristiani è senz’altro lecito e possibile scegliere la sinistra. Ma pensi alla vicenda della sinistra cristiana, al movimento dei cattolici comunisti. Essi si chiesero se era meglio far vivere un partito autonomo o entrare nel Pci. La scelta indicata da Rodano, anche se ha creato ad alcuni, allora, dei pesanti problemi di coscienza, era senz’altro, storicamente e politicamente, la scelta più giusta.
E se i cristiani volessero dare una nuova anima alla sinistra dopo la crisi del socialismo e il crollo comunista?
Sì, possono senz’altro contribuire, anche se io non penso che il Partito democratico della sinistra, per essere liberaldemocratico, debba recidere le proprie radici. Molti partiti democratici europei hanno le loro radici in quella che è stata una dittatura democratica, nel terrore, nel giacobinismo. Gli azionisti hanno questa origine. Quel che è importante è non rimanere chiusi nelle posizioni del passato.
Torniamo ai cattolici e alla loro storia politica di questo secolo. Partiamo dall’esperienza di Sturzo che fonda l’autonomia politica dei cattolici.
Io partirei dall’esperienza dei cattolici liberali che nasce nella prima metà dell’Ottocento. Una esperienza significativa. Non si deve dimenticare che Cavour, dovendo scegliere dove scrivere, optò non per il giornale dei liberali illuministi ma per quello dei cattolici liberali. Il risorgimento, di Cesare Balbo. Una esperienza, quella dei cattolici liberali, che naufragò, infine, nella tragedia del modernismo. Così come in quella tragedia si consumò l’esperienza cattolico-democratica di Romolo Murri. Quando si parla di cattolicesimo democratico non si può non riandare con la mente a Romolo Murri, a Ferrari.
Perché è importante tornare a quella vicenda e in che senso parla di tragedia?
Fu una tragedia perché nel modernismo vi era troppa confusione tra riforma della politica, della Chiesa, della società, dello Stato. Il modernismo aveva conquistato tanti spiriti generosi. Da Murri a Gallarati Scotti a Fogazzaro. Perché si trattava di un grande movimento riformatore. Ma la confusione teologica e filosofica che lo segnava e la condanna cui fu sottoposto ha a lungo congelato il cattolicesimo liberale e democratico. Ed è in rapporto a quella drammatica vicenda che si comprende anche la grande invenzione di Sturzo. Sturzo, infatti, non è partito dall’elaborazione teorica dei modernisti ma da una esperienza se vogliamo assai più minuta, quella, concreta, dell’amministrazione dei Comuni. Egli ha capito che i cattolici, per entrare nella vita politica del Paese, una cosa non dovevano fare: occuparsi di teologia. Questo è il suo insegnamento.
Ma qual è il nucleo fondamentale dello sturzismo?
È un movimento radicale cattolico, con una coscienza minoritaria, tanto è vero che Sturzo si meraviglia e si preoccupa per il numero di deputati popolari eletti nel ’19. Inoltre non si comprende quell’esperienza se non nel contesto del meridionalismo. Potremmo dire che Sturzo è stato il Salvemini cattolico.
E che cos’è stato il degasperismo?
Il degasperismo è essenzialmente l’intuizione che per salvare la vita civile del Paese e, naturalmente, per salvaguardare l’opzione occidentale, i cattolici dovevano farsi carico di una gestione moderata dello Stato per colmare il vuoto lasciato dalle vecchie ideologie e forze liberali. La sua Dc era nient’altro che il movimento cattolico messo al servizio della causa nazionale.
Ma De Gasperi si scontra con Dossetti.
Sì. Che è cosa diversa dalla sinistra cristiana e dai cattolici comunisti e anche dal democraticismo di Sturzo e di Murri. Mentre caratteristico dei cattolici comunisti era il senso della laicità, il dossettismo era dominato dall’idea della religiosità come fonte della vocazione politica. Ecco perché non c’è stata nessuna contaminazione tra i due movimenti. Io che sono stato dossettiano posso affermare con cognizione di causa che erano più nel solco della tradizione liberaldemocratica e laica i cattolici comunisti che non i dossettiani. Così come sono convinto che la stessa esperienza della sinistra di Base aveva più affinità con i primi che con i secondi. Quella di Dossetti era infatti una visione organica, per cui da una concezione religiosa discende una e una sola opzione politica. Si potrebbe parlare, per lui, di teocrazia in senso rosminiano. Nel mondo cattolico vi sono diverse anime di sinistra, e, tra queste, quella dossettiana ha una sua peculiarità perché è a cavallo tra riforma politica e riforma religiosa, tra testimonianza spirituale e temporale. Non per nulla i dossettiani hanno dato un notevole contributo alla ridefinizione della posizione dei cristiani nella Chiesa, dando impulso a quell’importante forma di vita religiosa che è l’istituto secolare.
Ma qual è la perdurante lezione di Dossetti?
È una. E consiste nella rivendicazione del fondamento morale e religioso dell’agire politico. Mentre nell’altra esperienza di sinistra, quella dei cattolici comunisti, vi è la rivendicazione della storicità dell’impegno del cristiano.
E l’esperienza degasperiana può essere tradotta oggi in una presenza dei cattolici nel polo moderato?
Mi sembrerebbe una trasposizione storica azzardata. La politica di De Gasperi è stata oggettivamente moderata, perché quella era la politica che consentiva di recuperare, mantenere, utilizzare nella ricostruzione della Repubblica grandi masse che altrimenti nessuno può dire dove sarebbero andate a finire. Oggi il contesto è del tutto diverso.
Dagasperiano è Moro…
Moro è l’uomo della transizione, che comprende che stanno cambiando i tempi e intuisce, per primo, che la mutazione del mondo comunista è reale. Egli vede anche le novità economiche, sociali e culturali del Paese e, è vero, lavora a una nuova mediazione di tipo degasperiano. Questa volta non a destra, però, ma a sinistra. Moro era un moderato, non si sarebbe mai dichiarato di sinistra. Un moderato che, di fronte alla lunga crisi italiana, che comincia con il ’68, ritiene che si debba realizzare quella nuova mediazione. Se si tiene presente questo, si comprende come egli tiene insieme la politica di unità nazionale con il discorso di intransigente difesa della Dc sul caso Lockheed. Moro voleva conservare l’identità e la forza della Dc perché solo così poteva portare avanti la mediazione a sinistra. Lui non procedeva a strappi, voleva portare alla collaborazione con il Pci tutta la Dc e così è stato.
Moro ha pagato quel disegno con la vita. Perché?
Perché, in realtà, in modo confuso, quel mondo culturale da cui poi sono nate la Br e la sovversione di sinistra, aveva compreso che la sua politica portava a alla scelta irrevocabilmente liberaldemocratica del Pci e al tramonto definitivo di ogni prospettiva terzinternazionalista. E non si può dire che avessero visto male. Moro era per loro il grande corruttore anche se, come si è visto, ne avevano il massimo rispetto.
La Dc è stata il partito della mediazione, è stata plasmata da de Gasperi, ma è stata anche un partito cattolico, ed è stata fortemente voluta da Montini…
I due reali fondatori della Dc, che convergono sull’idea che i cattolici democratici hanno oramai una funzione nazionale sono Montini e De Gasperi. Lo stesso Pio XII si è convertito al «dogma» dell’unità politica dei cattolici perché gliela si è indicata come la via maestra per difendere l’indipendenza politica della Santa sede attraverso l’adesione del Paese al blocco occidentale.
Tutto ciò aveva un senso in una società ampiamente innervata dai valori cristiani. Mentre lo stesso linguaggio della recente enciclica papale lascia trasparire l’idea che quei valori, oggi, appartengono a una minoranza.
Direi che il Papa parla in nome di un cattolicesimo meno istituzionalizzato. Papa Wojtyla parla a una società in cui non c’è più il ruolo egemone della Democrazia cristiana. Parla da Papa e basta. Riafferma la convinzione che la legge non è la fonte suprema della coscienza. In fondo è il discorso di Tommaso Moro. Naturalmente si tratta della coscienza di un Papa che si vede che non ha alcuna preoccupazione direttamente politica.
Ma quali sono, infine, le prospettive del rapporto tra cattolici e politica? Si è parlato di modello Kohl.
Sarebbe oggi presuntuoso per la frazione del Ppi che sceglie il polo di centro destra proporsi Kohl come modello. Kohl guida un partito di maggioranza che poi è cattolico e protestante e che perciò reca con sé una cultura più ecumenica, espressione della tradizione dei valori cristiani della società tedesca. Aggiungo però che oggi è più impegnativa ed esposta la posizione di un partito di cattolici a destra che non il ruolo dei cristiani nella sinistra.
Perché?
Perché c’è minore spessore politico e identità culturale in quell’area (fatta eccezione per la Destra nazionale, bisognerà chiamarla così) che non a sinistra. Direi che una cultura moderata democratica in Italia è tutta da costruire, che è più facile costruire oggi una cultura liberaldemocratica a sinistra, soprattutto se il Pds ha coraggio, che non a destra. Ecco perché lo scontro in corso nel Ppi, se pure è doloroso, è culturalmente più importante di quanto non appaia. E l’impegno di Buttiglione non si può ridurre a fatto di potere o a manifestazione di testardaggine. Egli cerca piuttosto di dare una innervatura liberale a un cattolicesimo che in Italia quella innervatura non la ha mai avuta.
Un’ultima domanda. La fine della Dc non lascia scoperta una funzione di mediazione di cui si potrebbe sentire la mancanza di fronte a uno scontro politico che si fa sempre più aspro nel Paese?
Quella funzione deve essere sostituita da una crescita della coscienza liberaldemocratica, liberal, in entrambi gli schieramenti politici. Tutti dobbiamo fare la scelta della competizione e del confronto rispetto al metodo della mediazione. Altrimenti non avremmo compreso quel che abbiamo fatto votando il referendum e varando la nuova legge elettorale.