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La transizione incompiuta

LIBERAL BIMESTRALE
di Sandro Bondi
Liberal n. 32 - Ottobre-Novembre 2005

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Renzo Foa è figlio del grande Vittorio Foa. Nel 1995 uscì un volumetto graffiante e ricco di spunti, intitolato Del disordine e della libertà, che raccoglieva i suoi dialoghi con il padre, vecchio socialista utopista. Il decennio sprecato. Ma è davvero impossibile cambiare l’Italia?, liberal edizioni 2005, riprende il filo di quel lontano discorso, e si pone una domanda provocatoria che aleggia sullo sfondo: sono stati, quelli passati da allora, dieci anni buttati via? Questa pare la tesi di fondo del saggio, che rompe l’indulgenza nei confronti di un certo «quieto vivere» del centrodestra, che si sarebbe accontentato della vittoria elettorale del 2001, dimenticando di attuare la promessa di modernizzazione liberale dello Stato che caratterizzava il suo programma politico ed elettorale, e mostrandosi troppo morbido nel conflitto che lo ha opposto e lo oppone al centrosinistra. Il centrodestra, secondo l’autore, ha partorito progetti bellissimi e incompiuti, ma si è poi trovato stretto tra lo storico complesso di inferiorità culturale e mediatica nei confronti della peggiore sinistra della storia della Repubblica e un’incapacità progettuale, oltre che «sistemica», nel fare politica, riconnettendo i bisogni ai valori, le idee agli interessi. Ovvio: di passi avanti ne sono stati fatti, e numerosi: chi, prima di Berlusconi e del centrodestra, avrebbe mai parlato di riduzione delle tasse? E chi avrebbe contrastato l’onnipresenza dello Stato, con le sue antiche caratteristiche di stampo assistenziale, se la Casa delle libertà non avesse vinto nel 2001? Eppure tutto ciò, ancorché importante, non basta. Il centrodestra, invece, dà l’impressione di accontentarsi: ed è questo il limite strutturale della destra che vince ma non convince, che non riesce a smascherare questa sinistra che pure è il «nulla assoluto», e non ha idee né progetti per il Paese. Scrive bene Foa: «la sinistra svanita». E dov’è più la sinistra? Oggi questa definizione, che è insieme una diagnosi politica e giornalistica, viene confermata dagli ultimi sviluppi: leggiamo infatti che Bertinotti vuole andare al governo per poi renderlo strumento di collateralismo con i no-global e con la galassia di movimenti che circondano, come minacciosi satelliti, la coalizione guidata da Romano Prodi. Il quale è costretto a districarsi, con circonvoluzioni dialettiche che lo pongono continuamente in contraddizione con se stesso, fra le varie anime dell’odierno centrosinistra, anime divise e le cui idee paiono agli osservatori attenti assolutamente inconciliabili. Questa oggi è considerata la sinistra, un tòpos dell’anima più che un luogo politico; i riformisti della scuola approdata al quasi omonimo giornale si divertono da tempo a schiaffeggiare questi neo-radical antagonisti, intrisi di nichilismo e di relativismo, comunisti senza più rivoluzione: ma cosa cambia? Il problema, osserva Foa, diventa allora sistemico, e ci si deve porre una domanda: «La politica - così come la conosciamo noi, cioè partiti, leadership, rappresentanze elette - è ancora in grado di rappresentare compiutamente la società?». Questa domanda circola in Italia da almeno vent’anni, è diventata un paradigma di studio politologico applicato sia ai partiti, sia ai sindacati. La Lega nasce da questo terreno di crisi, che un tempo si sarebbe definita «strutturale», in area marxista. E Forza Italia prende vita al Nord, perché è il Nord a sottolineare la grande crisi della rappresentanza a fronte della crescita dei consumi, nel quadro di un sistema terziario in crescita ma incompiuto, con la deflagrazione delle strutture educative e sociali. Bettino Craxi cercò, con risultati molto parziali, di affrontare la crisi delle istituzioni, che esaltavano a loro volta una crisi del Paese legata alla sua evoluzione storica e ai suoi conflitti irrisolti: la nascita di Forza Italia prende corpo anche da questa intuizione. Dunque, la domanda di Foa allarga il contesto da una critica al centrodestra a quella, radicale, alla crisi del sistema politico e sociale italiano. Il «bipolarismo imperfetto» è l’esito di questa grave crisi di rappresentatività dei partiti e di mezzo secolo di transizione mai compiuta e mai affrontata alla radice. E appunto di «transizione incompiuta» parla Foa: ma è dal ’68 che la transizione definisce la figura storica della politica italiana, incapace di tenere insieme i dinamismi delle trasformazioni sociali e la rappresentatività dei ceti emergenti.
Da questa analisi discendono logicamente i temi (e i problemi) principali del nostro panorama contemporaneo: la guerra, l’Islam, la Costituzione, le riforme. Sono queste le grandi sfide proposte da un mondo che non è più quello del tardo Novecento, ma che a un tempo non mostra di avere chiaro il proprio percorso verso la post-modernità. Dunque, come uscire da questa crisi? Foa chiude il suo saggio con una pagina che vale la pena citare: «La crisi del centro-destra si consuma in questa cornice. La divaricazione, anche se sotterranea, è tra chi scommette ancora su un bipolarismo reale, di schieramenti e di contenuti, e chi si è convinto che questa stagione sia agli sgoccioli. Gli scenari di un terremoto politico sono già stati tratteggiati da anni. Ma una sconfitta del liberalismo proposto nel 1994 trascinerebbe con sé anche le ultime velleità riformiste sopravvissute a sinistra e - questo è il pericolo - l’Italia si sveglierebbe una mattina nella palude dell’immobilismo». Pagine riferite al nostro Paese, ma profetiche rispetto, ad esempio, a quanto accade in Germania. Il rischio di una confusione istituzionale che discende dall’incapacità, da parte dei partiti tradizionali, di rispondere in modo convincente alle tematiche dei nostri tempi, spinge gli elettori alla disillusione e al pessimismo. Per questo, oggi più che mai, serve un messaggio forte, che sia capace di unire la salvaguardia di valori e tradizioni che sono il fondamento della nostra società con una reale volontà innovatrice e riformista. Il naturale timore che coglie gli uomini quando sono costretti ad abbandonare certezze sociali ormai radicate, per avventurarsi invece in territori nuovi, può essere superata solo indicando chiaramente la strada da percorrere. Ed è questo, oggi, è il compito del centrodestra.
e atteggiamenti. Una persona può avere dei sentimenti affettivi, positivi o negativi che siano, verso gli Stati Uniti, può intrattenere certe credenze o convinzioni su cosa sono gli Stati Uniti e infine può formulare dei giudizi su quello che gli Stati Uniti fanno. E tutti e tre questi elementi possono variare in maniera più o meno indipendente tra loro. Io suggerisco di interpretare l’antiamericanismo come un sentimento generale verso gli Stati Uniti, piuttosto che una specifica convinzione o insieme di convinzioni circa questo o quell’attributo del sistema politico, culturale, economico o sociale degli Stati Uniti. Propongo perciò di definire l’antiamericanismo come una tendenza psicologica a valutare in maniera negativa gli Stati Uniti. Una tale definizione, volutamente generale, lascia aperta la questione empirica se le fonti dell’antiamericanismo siano razionali o irrazionali, «viscerali» o riflessive. Come tale, l’antiamericanismo può essere interpretato sia come una manifestazione di strutturali bisogni interni, intra-psichici, una forma di «proiezione simbolica» di proprie ansie o bisogni, simile all’etnocentrismo o all’antisemitismo, oppure come una reazione, percettivamente e cognitivamente mediata, ma pur tuttavia una reazione cognitivamente fondata a quello che l’America fa. Come tale, questo sentimento è collegato, ma comunque indipendente, alle convinzioni che ciascuno di noi può intrattenere sul sistema americano e i suoi attributi, quali l’essere capitalista, democratico, moderno, moralmente permissivo e così via. Ed è anche da distinguere dal giudizio che ciascuno di noi può avere su quello che gli Stati Uniti fanno nel mondo o a casa loro. È possibile che i tre aspetti siano collegati, ma è anche parimenti possibile che le persone tendano a valutare le politiche americane nel loro merito, distinguendo dalle convinzioni e dai sentimenti che essi pur intrattengono nei confronti di questo Paese.
Per misurare l’antiamericanismo a livello di massa sono stati usati nelle inchieste di opinione tre indicatori, nel corso degli anni (Smith e Wertman, 1992: 93-103). Un primo indicatore è la domanda che chiede direttamente l’opinione o il sentimento dell’intervistato nei confronti degli Stati Uniti. La domanda è stata posta nel tempo in uno di questi due formati: da un lato un invito a dichiarare la propria opinione degli Stati Uniti, da molto positiva a molto negativa; dall’altro lato attraverso il cosiddetto «termometro dei sentimenti». Un secondo indicatore è la domanda sul livello di fiducia nei confronti degli americani (piuttosto che degli Stati Uniti). Il terzo e forse il più diretto modo di misurare l’antiamericanismo è quello che chiede esplicitamente «come descriverebbe i suoi sentimenti verso gli Stati Uniti? Fortemente antiamericani, abbastanza antiamericani, abbastanza pro-americani o fortemente pro-americani o né pro né antiamericani» (questa ultima solo se offerta volontariamente). Questi indicatori si distinguono tra loro su due aspetti, entrambi potenzialmente rilevanti per accertare il livello aggregato di antiamericanismo: la natura degli orientamenti chiamati in causa (fiducia, opinione, simpatia) e il referente della domanda (gli Stati Uniti e/o il popolo americano). Vi sono differenze nel livello aggregato di simpatia per gli Stati Uniti se la domanda fa riferimento alla fiducia, piuttosto che all’opinione degli Stati Uniti; o al popolo americano, piuttosto che agli Stati Uniti. Senza entrare in troppi dettagli, l’analisi sistematica delle distribuzioni di frequenza ottenute dalle domande disponibili nel corso di questi quarant’anni consente quattro conclusioni. Primo, gli intervistati sono in genere effettivamente in grado di distinguere tra il popolo americano e il suo governo e ad attribuire ai governi, piuttosto che al popolo americano, la responsabilità per le politiche che non piacciono. Tuttavia, e questo è il secondo punto, la distinzione tra il popolo e il governo è più rilevante in certi periodi che non in altri. In particolare, quando vi è una certa tensione politica tra il governo americano e quello cui appartiene l’intervistato, la percentuale di persone con orientamenti positivi verso gli Stati Uniti è inferiore a quella di persone con simpatie verso il popolo americano. Ma nella maggior parte del tempo, la distinzione è irrilevante. Terzo, il semplice riferimento agli Stati Uniti sembra evocare, nelle persone che rispondono, il Paese piuttosto che il popolo americano e come tale consente di valutare con più precisione l’orientamento verso il primo piuttosto che il secondo. Quarto e ultimo punto, le varie domande sopra esaminate, quantunque contengano formulazioni differenti, producono risultati molto simili, ovvero, come si dice in gergo, sono molto intercorrelate. E questo è vero sia nel tempo che in Paesi differenti.
In poche parole, si può concludere che queste tre domande rilevano con ogni probabilità un generale orientamento «affettivo» verso gli Stati Uniti - usualmente misurata sulla base di una valutazione dei sentimenti nei confronti di questo Paese - e come tali possono essere considerate indicatori attendibili del livello di antiamericanismo, come sopra definito. Se questo è il caso, possiamo sfruttare il fatto che questo tipo di domande sono state usate, ripetutamente e sistematicamente, a partire dagli anni Cinquanta in Europa occidentale, e in particolare in Francia, Germania, Italia e Regno Unito, per rilevare i sentimenti verso gli Stati Uniti. Possiamo così esaminare l’andamento di questo indicatore nel tempo, per valutare le variazioni nel livello di antiamericanismo in questi quattro Paesi. La figura 1 riporta, per Francia, Germania, Italia e Regno Unito, il sentimento «netto» nei confronti degli Stati Uniti tra il 1952 e il 2003, ottenuto sottraendo la percentuale di coloro che hanno un’opinione negativa degli Stati Uniti dalla percentuale di coloro che ne hanno invece una positiva. Un valore superiore allo zero indica che quelli con orientamento favorevole - i pro-americani - sono più frequenti degli antiamericani. Un numero negativo indica esattamente il contrario. La figura consente di avanzare tre ordini di considerazioni.
La prima è che, in tutti e quattro i Paesi considerati, i sentimenti verso gli Stati Uniti sono prevalentemente positivi. Questo grafico conferma la tesi sostenuta da Smith e Wertman alcuni anni fa, secondo la quale l’antiamericanismo di massa è un fenomeno rilevante solo per una limitata minoranza del pubblico dei Paesi occidentali (Smith and Wertman, 1992: 101). In secondo luogo, pur se sostanzialmente favorevole agli Stati Uniti, il pubblico di questi quattro Paesi mostra alcune differenze sistematiche. Il pubblico francese è sempre sistematicamente più antiamericano (o forse meno pro-americano) di quello degli altri tre Paesi europei, mentre i tedeschi e gli italiani sono sistematicamente i meno antiamericani e gli inglesi sono più vicini a tedeschi e italiani che ai francesi. Nel periodo 1952-2003, l’orientamento netto medio in Francia è di +20, mentre in Germania e Italia è rispettivamente di +50 e +48. In Inghilterra è di +43 punti percentuali. Il terzo dato interessante è che il livello di antiamericanismo fluttua sensibilmente nel corso del tempo, ma senza mostrare alcun netto trend di crescita o di decrescita. In altre parole, intorno a una media nettamente e stabilmente favorevole, nel corso degli anni vi sono state anche ampie oscillazioni dei sentimenti verso gli Stati Uniti. Queste fluttuazioni nel corso del tempo possono presumibilmente essere ricondotte a variazioni nel clima politico internazionale e ai comportamenti degli Stati Uniti. In particolare, le cadute della simpatia verso gli Stati Uniti (e quindi l’aumento dell’antiamericanismo) possono essere attribuite alle periodiche crisi dei rapporti transatlantici. Si comincia già nell’ottobre 1954, essenzialmente a causa dei francesi e della crisi dei rapporti franco-americani a seguito della mancata ratifica del trattato della Comunità europea di Difesa da parte dell’Assemblea nazionale francese. Un secondo crollo della simpatia per gli Stati Uniti si ha nella seconda metà degli anni Cinquanta, sulla scia della crisi di Suez, e dura sino al novembre 1957. Una terza ondata di antiamericanismo si materializza tra il 1971 e il 1976, per effetto di una serie di controversie transatlantiche che vanno dalla guerra del Vietnam, alla crisi monetaria a seguito della convertibilità del dollaro in oro e alla crisi economica per effetto dell’embargo del petrolio. La successiva ondata antiamericana si ha agli inizi degli anni Ottanta, per effetto della crisi della distensione, della controversia sugli euromissili e del dibattito sul ruolo delle armi nucleari nella deterrenza in Europa. Un breve crollo della simpatia per gli Stati Uniti si ha anche nel 1994-‘95, anche se questo dato va interpretato con una certa cautela perché i dati disponibili per questo periodo sono pochi e riguardano esclusivamente l’Italia. Infine, l’ultima crisi, in ordine di tempo, arriva nel 2003, periodo nel quale assistiamo alla maggiore crescita di antiamericanismo in tutti e quattro i Paesi analizzati dagli anni Cinquanta sino a oggi. Nel 2003 non solo il favore netto nei confronti degli Stati Uniti è il più basso mai registrato, ma per la prima volta diviene negativo in Germania e Italia, per la prima volta cioè coloro che hanno un’opinione negativa degli Stati Uniti sono maggioritari rispetto a coloro che ne hanno un’opinione positiva. In Inghilterra, il favore netto raggiunge il punto più basso della storia post-bellica, con un modesto +8. Tuttavia, come anche nelle precedenti crisi, la simpatia verso gli Stati Uniti aumenta rapidamente. Già nel luglio 2003 i sentimenti positivi in Francia superano quelli negativi di 29 punti percentuali. Il rapido ritorno a un livello di elevata simpatia per gli Stati Uniti è una caratteristica costante di questo dopoguerra in tutti e quattro i Paesi. Tuttavia, vi è un altro dato che richiede anch’esso una qualche attenzione, ed è il campo di oscillazione dell’antiamericanismo. Se è vero che la simpatia per gli Stati Uniti recupera sempre rapidamente terreno dopo una crisi e che non vi è alcun segno di un trend di crescita dell’antiamericanismo - perché la simpatia è maggioritaria in tutti e quattro i Paesi considerati - è vero anche che i margini di oscillazione dell’antiamericanismo diventano sempre più ampi nel corso degli anni e raggiungono un massimo proprio nel 2003. In altre parole, la percentuale di intervistati disponibili a esprimere sentimenti ostili verso l’America aumenta nel corso degli anni, anche se poi essi rapidamente tornano ai precedenti livelli di simpatia. Molteplici possono essere le cause di questo fenomeno, non ultimo il fatto che, con la fine della guerra fredda, una certa riluttanza a criticare l’alleato americano è venuta meno e quindi animosità e ostilità - quantunque contingenti - sono più libere di esprimersi nel pubblico generale.

L’antiamericanismo dopo l’11 settembre
Se si accetta l’idea che l’antiamericanismo sia una predisposizione psicologica a valutare negativamente gli Stati Uniti, i dati disponibili sembrano quindi indicare che, a livello di massa, si tratti di un fenomeno minoritario e tutto sommato transitorio, almeno nei quattro Paesi ora esaminati. Quantunque vi siano differenze sistematiche tra questi Paesi - una conseguenza del modo diverso in cui è stato mediato e interiorizzato il rapporto con gli Stati Uniti - queste tuttavia non sono radicali e soprattutto evolvono in maniera molto simile. Di per sé, questi risultati dovrebbero indurre a ridimensionare le affermazioni secondo le quali l’antiamericanismo è un fenomeno «viscerale» ed emotivo. Se l’antiamericanismo risente ed è una reazione a eventi esterni - spesso determinati dagli Stati Uniti stessi - la sua natura irrazionale dovrebbe uscirne ridimensionata. L’importanza della politica estera americana nello spiegare le fonti dell’antiamericanismo è confermata proprio dalla presente crisi dei rapporti transatlantici. Nel periodo 2001-2003 si è infatti assistito a una dinamica che, nel periodo post-bellico, si è già ripetuta più volte. La differenza in quest’ultima circostanza è da rintracciare nel fatto che - presumibilmente anche per effetto del crollo dell’assetto bipolare - il fenomeno ha potuto manifestarsi con maggiore libertà e, quindi, come tale ha assunto livelli più ampi che in passato. Vediamo brevemente come sono andate le cose, partendo dal 2001. Sulla scia degli attacchi dell’11 settembre 2001 infatti, l’ampia riserva di sentimenti favorevoli verso gli Stati Uniti ebbe modo di manifestarsi a pieno sia a livello di opinione pubblica che di governi. Quando il 12 settembre 2001 il Consiglio nordatlantico stabilì che «questo attacco … contro gli Stati Uniti … deve essere considerato come un’azione che ricade entro l’art. 5 del Trattato di Washington» (comunicato stampa Nato, citata in Sloan, 2003: 186), esso stava interpretando un sentimento proprio della maggioranza del pubblico europeo. E ancora più importante è ricordare come questi sentimenti prevalessero nonostante i dubbi e le perplessità, pur presenti in una maggioranza del pubblico europeo, circa la strategia adottata dall’amministrazione Bush per fronteggiare la minaccia terroristica. La disponibilità a superare i propri dubbi, pur di mostrare sostegno per l’alleato sotto attacco, è di per sé una dimostrazione di forte americanismo del pubblico europeo (e che lo distingue da quello di altri Paesi non europei).
Tuttavia, questo sostegno e questa simpatia per l’America cominciò a erodersi abbastanza presto. Già alla fine del 2001 cominciarono a emergere nel pubblico europeo i primi dubbi sulla lungimiranza della strategia americana contro il terrorismo, a seguito dell’atteggiamento sostanzialmente unilaterale del governo americano nella conduzione dell’operazione in Afghanistan. In questo contesto, il discorso sull’«asse del male» ha rappresentato un importante catalizzatore delle crescenti apprensioni circa la direzione che la politica estera americana stava prendendo. Il successivo dibattito sull’Iraq non ha fatto altro che confermare e ampliare diversità di vedute che precedevano gli stessi eventi dell’11 settembre. Se è indubbio che le attuali controversie transatlantiche affondano le loro radici, anche a livello di opinione pubblica, in differenti orientamenti di politica internazionale, d’altro canto queste stesse differenze non vanno nemmeno esagerate e piuttosto precisate nella loro portata. Se si guarda alle determinanti dell’atteggiamento verso l’Iraq del pubblico europeo, emerge chiaramente che le differenze sono da rintracciare all’ostilità verso l’amministrazione Bush e la sua politica estera, piuttosto che a sentimenti genuinamente antiamericani. Una volta tenuti sotto controllo i fattori più specifici - quali il favore verso l’amministrazione Bush e il giudizio sulla leadership americana - l’indicatore di antiamericanismo non gioca nessun ruolo nello spiegare gli atteggiamenti ostili verso l’operazione irachena. In conclusione, la mia posizione tende a minimizzare la portata e gli effetti dell’antiamericanismo nelle culture politiche dei Paesi europei occidentali negli ultimi quarant’anni. Non pretendo ovviamente di averlo conclusivamente dimostrato in questa sede, ma solo di aver offerto alcuni elementi di riflessione. Ma se questa conclusione è accettata almeno come plausibile e coerente con i dati empirici disponibili, una domanda sorge spontanea: perché mai così tante persone, di cultura, orientamento politico e nazionalità differenti, in Europa come negli Stati Uniti, sono così propense a denunciare con tale vivacità e sicurezza che l’antiamericanismo in Europa stia crescendo in intensità e diffondendosi in settori sociali differenti? In poche parole, se l’antiamericanismo è un fenomeno minoritario e tutto sommato transitorio nel tempo, perché dedicare d esso così tanta attenzione? Perché essere preoccupati di qualcosa che non esiste? In parte, la spiegazione potrebbe dipendere dalla prospettiva con cui si guarda al fenomeno. In questa sede si è parlato degli orientamenti di massa, mentre l’antiamericanismo è tipicamente un fenomeno di élite. Che in ciò possa risiedere una parte della spiegazione è senza dubbio possibile, e anzi potrebbe essere avvalorato dal fatto, segnalato anche all’inizio, che gli studi di natura culturale, quelli basati sui prodotti di élite, quali libri e film e su comportamenti elitari, quali i resoconti di viaggio, sono in genere propensi ad attribuire a ciascuna cultura un livello di antiamericanismo maggiore di quello che le inchieste di opinione sembrano avvalorare. Due considerazioni tuttavia segnalano, a mio avviso, il limite di questa spiegazione. Da un lato, gli studi empirici sistematici sugli atteggiamenti delle élite politiche europee sembrano indicare esattamente il contrario, che cioè le élite politiche europee-occidentali non sono affatto più antiamericane delle loro masse, ma semmai il contrario. Per citare solo un recentissimo esempio, in una recente inchiesta condotta presso un campione di parlamentari italiani sulle relazioni transatlantiche, i sentimenti dei parlamentari verso gli Stati Uniti sono, se possibile, di gran lunga più calorosi e favorevoli agli Stati Uniti dell’opinione pubblica italiana. Dall’altro lato, vi è anche un’obiezione metodologica a molti di questi studi di orientamento culturale. Il loro problema è che manca in essi una chiara e precisa definizione della popolazione di riferimento, per cui è difficile sapere con esattezza quanto estesi o rappresentativi delle produzioni culturali di un Paese o di un periodo siano i prodotti citati. Il libro di Paul Hollander, Anti-americanism: Irrational & Rational (Transaction Pub, 1995) è un buon esempio di questo tipo di problemi. La lista di manifestazioni antiamericane raccolte da questo autore - tralasciando per ora il problema di quanto esse siano coerenti con la definizione da lui offerta di antiamericanismo - è veramente impressionante, tanto da riempire centinaia di pagine. Ma quanto rappresentative esse sono della cultura americana nel suo complesso? Costituiscono il 10%, il 30% o l’80% delle produzioni culturali espresse dai media, dalle Chiese e dai movimenti sociali e culturali. Purtroppo è impossibile saperlo, per cui i lettori sono lasciati nel dubbio che la pur impressionante lista di comportamenti antiamericani possa costituire un campione distorto, perché auto-selezionato, delle manifestazioni culturali di quel Paese.
Un’altra ragione dell’enorme successo dell’antiamericanismo come filone di riflessione è forse da ricondurre al fatto che la sua ambiguità - la difficoltà di definire con esattezza cosa sia realmente antiamericano - lo rende particolarmente appropriato come strumento di lotta politica, piuttosto che di analisi e comprensione dei comportamenti, individuali o aggregati. Proprio la natura volatile dell’antiamericanismo, la capacità di questi sentimenti ostili agli Stati Uniti di esprimersi e poi rapidamente rientrare, una volta che i comportamenti che li hanno giustificati sono venuti meno, può contribuire a spiegare il successo di questa categoria analitica. Proprio la rapidità con cui l’ostilità verso gli Stati Uniti recede e torna in un alveo di sostanziale simpatia verso questo Paese e ciò che rappresenta può costituire u’attraente ragione per utilizzarlo come scudo o spada contro gli avversari. L’antiamericanismo, come arma di lotta politica ha il duplice vantaggio di essere facilmente attivabile, ma anche di durare relativamente poco, in modo da non vincolare le élite politiche che lo agitano, vuoi per denunciarlo che per ammantarsene, a comportamenti conseguenti. In altre parole, è un uso simbolico dell’antiamericanismo a costi relativamente bassi in termini di vincoli per le scelte successive che le stesse élite saranno chiamate a fare. Ci si può interrogare se questo uso politico dell’antiamericanismo non possa lasciare strascichi e conseguenze a lungo termine nei rapporti transatlantici. Ancorché i precedenti quarant’anni di storia lascino ritenere il contrario, è possibile che, in un periodo quale quello attuale in cui, per il venir meno dei vincoli della guerra fredda, i margini di oscillazione dell’antiamericanismo sono più ampi e i rapporti transatlantici stanno entrando in terreni sinora inesplorati, l’antiamericanismo da strumento di lotta politica a buon mercato possa diventare più costoso per le élite che lo agitano.

 

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