marzo 1995 - liberal mensile
Questo giornale vede la luce in un momento difficile della storia d’Italia, ma vede la luce proprio ora per questo; perché chi lo ha pensato e oggi lo presenta ai lettori è convinto che sono i momenti di crisi, momenti in cui tutto ciò che appariva solido si scioglie nell’aria, sono proprio questi anche i momenti in cui è più urgente ed è più possibile costruire qualcosa. Soprattutto qualcosa di nuovo. liberal si propone innanzi tutto di costruire un nuovo impegno, una nuova passione per la politica. Così come siamo convinti, infatti, della opportunità di fondare le singole politiche nei singoli settori della società italiana su basi essenzialmente empiriche, su una valutazione sobriamente realistica dei dati di fatto, senza nulla concedere ai dogmatismi di alcun tipo, allo stesso modo, e più ancora, siamo tuttavia convinti della necessità di rivendicare alla politica lo statuto di un’attività che, nella sua trama profonda, attiene, deve attenere, a un’ispirazione etica. Si tratta naturalmente di un’etica della responsabilità. Chi intende la politica a questa maniera accetta di vivere la tensione non eliminabile tra i principi da un lato - il venir meno ai quali sa che in ultimo equivale a perdersi - e dall’altro la loro applicazione, destinata a rivelarsi in molti casi o problematica, o impossibile, comunque sempre carica di potenziali effetti contraddittori. Chi intende la politica a questa maniera accetta altresì di muoversi sull’impervio crinale tra il potere e la sua logica da un lato (da non demonizzare, ma da intendere invece nella loro insopprimibile attualità), e dall’altro la devozione a un’idea di bene comune la quale comanda che gli esseri umani siano sempre il fine e mai lo strumento del potere.
L’Italia avanza a fatica sulla via aperta della crisi della prima Repubblica trascinandosi dietro, tra i tanti, anche il peso di un pregiudizio contro la politica, di una maleducazione politica dei suoi cittadini e delle sue classi dirigenti che sono parte costitutiva del retaggio storico della società nazionale ma che negli ultimi tempi, non senza buone ragioni, sono aumentati a dismisura. A questo pregiudizio e a questa maleducazione - esasperati dalla fine di un regime politico che meritava di finire, dopo aver dato tutto ciò che poteva dare - va non piccola parte di responsabilità per lo spettacolo cui assistiamo ogni giorno: un’inclinazione diffusa agli enunciati sommari e alle demagogie populiste, il processo alle intenzioni elevato a dignità di argomento, il desiderio di disfarsi degli avversari ricorrendo a tutti i mezzi, la faziosità. Sono atteggiamenti fatti propri sempre più spesso anche da giornali e commentatori autorevoli, da insospettabili uomini di cultura, da accreditati moralisti di professione mai stanchi di moraleggiare sui vizi altrui.
Davanti a tutto ciò la qualità e la dignità della politica vanno riaffermate. Solo la politica può aiutare il Paese a ritrovare se stesso, quella politica che costituisce l’orizzonte inelubibile delle società democratiche, l’ambito relativo e insieme lo strumento del loro fisiologico dividersi e del loro naturale ritrovarsi unite. Al servizio di questo scopo liberl intende porsi. Dunque non vuole essere l’organo di alcun movimento presente o futuro ma esclusivamente il campo di ricerca per la costruzione di una cultura collettiva, di un sentire pubblico, che si riconoscano nella concezione della politica, insieme realistica ed etica, di cui si è fin qui detto. Faremo anzi di tutto per favorire la crescita di un dialogo civile tra un centrodestra e un centrosinistra ancora malfermi o addirittura da costruire; e tutto sommato ancora dominati da reciproche accuse di illegittimità non certo incoraggianti per chi vorrebbe vivere in una vera democrazia dell’alternanza. Dialogo civile: anche per questo abbiamo voluto le pagine di questa rivista improntate a uno stile sobrio e tranquillo senza per questo rinunciare alla modernità dello stile giornalistico. Intendiamo tenerci fuori dal rumore, dal clamore, dall’ansia che sembra aver contagiato, oltre che il ceto politico, anche i mezzi di comunicazione. Questa nostra ricerca intendiamo condurla - secondo quanto abbiamo voluto che fosse scritto a chiare lettere nel sottotitolo della nostra testata - all’insegna di un incontro tra laici e cattolici. Scriviamo la parola «laico» - specie quelli tra di noi che in essa debbono riconoscersi - con un senso di disagio, dal momento che non siamo mai riusciti a non scorgere in quel termine il segno quasi soltanto di una negatività, di un non essere piuttosto che di un essere. Poco importa: le parole hanno un loro destino, e ogni destino ha le sue parole. Il destino italiano ha nel suo bagaglio tramandato la parola laico e noi quindi la usiamo, ma intendendo ciò che con essa va inteso: itinerari biografici, appartenenze culturali lontane da quelli della fede ma non sue nemiche, la speranza in una patria e in uno Stato italiano capace di poggiare sulla volontà e sulla coscienza dei cittadini, la difficoltà di pensare come una virtù necessaria l’obbedienza anche contro il proprio libero convincimento. Tutto ciò o poco altro nella concretezza delle cose ha significato in Italia l’essere e il dirsi «laico», oltre, molto spesso, al richiamo al retaggio liberale da cui trae origine la nostra compagine nazionale.
Per ragioni storiche troppo note per dover essere qui ricordate, tale retaggio, però, invece di divenire il comune denominatore del Paese, che a esso doveva il bene inestimabile dell’unità e dell’essere finalmente uno Stato indipendente, lo ha diviso. Noi siamo convinti che la fatale frattura tra «laici» e «cattolici», capaci più spesso di siglare tra loro patti di potere, ma poco sensibili alla necessità di fondare un comune patto di valori, sia stata la causa prima di una serie di conseguenze sciagurate per la storia d’Italia. La intima debolezza del nostro Stato e della nostra identità nazionale italiana, l’assenza di cultura civica, la larga disposizione delle masse popolari a farsi sedurre da prospettive di sapore millenaristico e antistatali, il secolare almanaccare delle élites intellettuali (da Oriani a Gramsci) intorno alle più svariate formule di «Stato nazional-popolare»: questi e altri ancora sono stati i danni prodotti direttamente o indirettamente dalla divisione che la storia ha imposto all’Italia. Una storia che mentre consegnava a una perigliosa solitudine i «laici», obbligava la cultura politica e sociale cattolica a fare parte per se stessa. A quella cultura è così stato possibile consolidarsi e formarsi come tale, vedere fino in fondo dentro se stessa e attraverso un processo lungo e faticoso giungere a combinare il suo estro, la sua aspirazione religiosa, con la modernità e la democrazia. Sia detto con chiarezza: è a questa cultura politica dei cattolici, pervenuta alla democrazia anche grazie alla pronta conversione a essa da parte del Magistero all’indomani della seconda guerra mondiale (dopo la troppo breve speranza rappresentata dal popolarismo sturziano) che l’Italia deve se è riuscita, nella crisi più terribile della sua storia unitaria tra il 1943 e il 1948, a passare senza traumi eccessivi dalla condizione di nazione paria, guastata da un ventennio di dittatura, a quella di un Paese nuovamente libero e per la prima volta impegnato da una promessa di emancipazione verso le più grandi masse dei suoi figli. Nel nostro ideale pantheon nazionale noi collochiamo Alcide De Gasperi accanto al conte di Cavour. Ma questa Repubblica italiana che De Gasperi contribuì per tanta parte a far vivere ormai esiste solo più come un lascito: prezioso, ma un lascito. Il partito stesso di De Gasperi, la Democrazia cristiana, non è più che l’ombra di ciò che fu, che è stata fino a neppure cinque anni fa. Con ogni verosimiglianza il cattolicesimo politico italiano è giunto a una svolta decisiva della sua esistenza.
Per un verso appare del tutto esaurita la centralità statuale che si era guadagnata nel sistema politico italiano nato nel 1945-48. Per l’altro verso, venuto meno tale sistema stesso, insieme allo sfondo della guerra fredda e alle correnti ideali che gli stavano dietro, è venuto meno anche il senso di quel dialogo a sinistra, della quasi obbligatoria necessità di tale dialogo cui il cattolicesimo politico italiano si è costantemente sentito legato, convinto com’era che lì, a sinistra, stesse la direzione di marcia della storia, l’imminente e grandiosa novità dei tempi. Insieme alla Dc sono in pratica scomparsi tutti gli altri partiti che con la Dc hanno per mezzo secolo condiviso le responsabilità di governo. Ci occuperemo un’altra volta di discutere e capire quanto è davvero successo nel nostro sistema politico tra il 1992 e il 1994, ma quello che è certo è che nulla più potrà essere come prima. È anche da questa consapevolezza che nasce liberal. Per dir meglio, non solo da una consapevolezza; anche dalla volontà che nulla sia come prima. Noi crediamo fermamente, ad esempio, che dal maggioritario uninominale non si debba tornare indietro. Semmai, anzi, che da lì si debba muovere per procedere coraggiosamente innanzi, magari verso l’elezione diretta dell’esecutivo e verso tutti gli altri aggiornamenti della Carta costituzionale resi necessari da un’innovazione siffatta e dalle garanzie che essa necessariamente impone. Questo scenario del tutto inedito richiede un rimaneggiamento non episodico, bensì profondo delle culture politiche italiane: non già una loro sommatoria puramente elettoralistica ma una vera e propria ricomposizione. Una ricomposizione già in corso su altri versanti (si pensi a ciò che è accaduto a destra) ma che deve ormai riguardare tutto lo schieramento politico, coinvolgere tutte le tradizioni.
liberal si prefigge lo scopo di favorire questa ricomposizione fungendo per l’appunto da luogo d’incontro tra la tradizione liberale e quella del cattolicesimo politico. Noi vediamo in un rinnovato confronto etico-politico tra la tradizione rappresentata da don Sturzo e quella rappresentata da Luigi Einaudi un possibile nuovo futuro della democrazia italiana. Non ci interessa stare a pensare, o decidere, se tale amalgama debba vocazionalmente collocarsi al centro o al centrosinistra o al centrodestra. Ci sembra di maggiore momento sapere che cosa sicuramente esso non potrà essere, che cosa non potrà fare. Non potrà certo andare a braccetto con la destra ove essa fosse una destra plebiscitario-populista, con gli statalismi assistenzialisti d’ogni tipo, rovinosi per il benessere collettivo, o con i fautori di qualsiasi monopolio, così come non potrà riconoscersi in quella tradizione centrale della sinistra italiana che dalla sua storia pur mille volte ripudiata, non riesce a perdere la vocazione a un egemonismo dagli esiti sottilmente e puntualmente omologatori e conformistici. Esiste uno spazio ampio - che, ripetiamo, non ci interessa definire con approssimative etichette topografiche - non coperto dalle culture di destra e di sinistra, e che invece ci appare proprio della tradizione liberale intesa nella sua più ampia accezione, e di quella del cattolicesimo politico, anche per questo candidate a ritrovarsi, oggi che sono caduti o sono ridotti quasi a nulla gli steccati dei e tra i partiti. Abbiamo scelto a bella posta «candidate a ritrovarsi». Anche noi come una lunga tradizione crediamo fermamente, infatti, che il liberalismo tragga origine diretta dal cristianesimo: i diritti naturali, il carattere sacro della coscienza e della persona, il destino alla libertà degli esseri umani e la loro sostanziale eguaglianza, sono questi principi, che ci vengono dal retaggio giudaico-cristiano della nostra civiltà, quelli che hanno assicurato al liberalismo una straordinaria capacità di rinnovarsi, di ampliare via via i suoi ambiti, di aprirsi a bisogni sempre nuovi, di fondersi con la democrazia e le sue prospettive.
A questo liberalismo divenuto da tempo democrazia liberale arride oggi uno straordinario successo storico mentre le culture politiche sue nemiche mortali, il fascismo e il comunismo, levatesi in questo secolo con il fine precipuo di spazzarlo via, sono ormai null’altro che fantasmi lordi di sangue, sono da tutti fuggiti e ripudiati. Ma è un successo, questo del liberalismo, che lungi dal riuscire a cancellarne i limiti, li rende anzi più manifesti. Vogliamo accennare solo a una categoria il cui rilievo appare tuttavia immenso. Tra le molte scommesse storiche del liberalismo vi è stata quella dell’autogestione individuale dei valori ultimi, che possiamo così riassumere. Cosa fosse il bene o il male avrebbe dovuto deciderlo solo il singolo. Il campo dei valori, specie di quelli che hanno un risvolto immediato sulla vita degli individui, non avrebbe dovuto essere competenza della società. L’etica e lo Stato ruotano, così, su orbite che non si incrociano. Ora, pur senza spingere troppo oltre il discorso, è facile osservare come questa autogestione individuale dei valori ultimi, che avrebbe dovuto assicurare grazie all’intervento di qualche provvidenziale quanto misteriosa mano invisibile armonia e benessere, si sta, viceversa, rivelando sempre più impraticabile. Infatti, soprattutto a causa di un progresso scientifico-tecnico solo dieci anni fa inimmaginabile, sono oggi possibili tanti e tali comportamenti individuali, ad esempio i campi come quello della vita e della morte umana o della riproduzione degli esseri viventi non umani, che non è verosimile possano essere lasciati all’arbitrio individuale. Lo stesso dicasi, per fare un altro esempio, per le capacità di controllo e di manipolazione delle idee raggiunte da certi mezzi di comunicazione. In questi e molti altri casi le società liberali sono chiamate a scelte difficilissime che, per altro, non fanno che riprodurre su scala più ampia e drammatica scelte valoriali di carattere ugualmente collettivo, e ugualmente urgenti ma di cui nessun liberale fino a oggi avrebbe mai pensato che una società dovesse occuparsi - come conservare un rapporto vitale con il passato, come limitare il peso strabordante delle immagini. Ora sappiamo bene quali difficoltà incontri una società liberale a decidere sui valori. Si tratta di riuscire a restare sul difficile crinale tra inviolabilità della sfera individuale e interesse collettivo. Ma è pur vero che qui sta oggi, ci sembra, l’Hic Rhodus, hic salta. Per ragioni anche più complesse di quelle indicate, mai come oggi l’etica sembra fare il suo ingresso prepotente nella politica. La fine delle ideologie ha messo all’ordine del giorno i valori. Ma se ciò è vero, non significa forse questo per il liberalismo, in Italia, la necessità di un confronto sempre più intenso e penetrante con la cultura dei valori che è dominante nel nostro Paese, con quella cultura che fa tutt’uno con il retaggio storico italiano, con la tradizione nazionale, e che è per l’appunto la cultura cattolica? Ragioni antiche e nuove militano dunque a favore di un ritrovarsi, di quell’incontro cui liberal vuole dedicarsi. Se ci riusciremo dipenderà in misura decisiva dall’aiuto di chi ha accettato di dar vita e di collaborare con noi in questa impresa editoriale e da quello, fondamentale, di chi ora sta terminando di leggere queste righe.