archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

La libertà che ci unisce

LIBERAL BIMESTRALE
di Michael Novak
Liberal n. 28 - Febbraio-Marzo 2005

Torna al sommario
cop28_th

 

Quando gli amici della Fondazione liberal mi hanno chiesto di scrivere un articolo per i dieci anni di vita della loro avventura culturale mi è tornato innanzitutto alla mente l’incontro del 6 novembre scorso a Roma, al Teatro Capranica. Ferdinando Adornato non avrebbe potuto scegliere momento migliore per organizzare un incontro nazionale dei suoi club della Fondazione liberal sparsi nelle principali città italiane. Lo scopo della manifestazione era il lancio di un nuovo orientamento per l’alleanza di governo di centrodestra, la Casa delle libertà; di fatto, tutti erano venuti per festeggiare innanzitutto la grande vittoria di George W. Bush. Circa cinquecento persone riempivano ogni posto a sedere del Teatro Capranica, e molti stavano in piedi nei corridoi. Le personalità più importanti del Parlamento italiano, più un certo numero di ministri del governo, erano seduti nelle prime due file, appositamente aggiunte per l’occasione. C’era molto da festeggiare, e la festa è stata grande, animata da un evidente senso di sollievo. Una vittoria di John Kerry avrebbe significato che il sacrificio compiuto dai giovani italiani per stare a fianco degli americani nell’ora del bisogno in Iraq era stato spazzato via; e la sinistra italiana sarebbe diventata ancora più insopportabile nella sua autoattribuita superiorità morale. La vera e propria esultanza della stampa italiana quando, il giorno delle elezioni, sono arrivati in Italia i dati degli exit-poll, ha fatto andare molti esponenti del centrodestra a dormire in uno stato di quasi completa desolazione. Invece, la mattina di sabato 6 novembre, giorno dell’incontro organizzato dalla Fondazione liberal, i giornali annunciavano con grandi titoli che il primo ministro Silvio Berlusconi considerava l’elezione di Bush come il segno che bisognava operare una riduzione delle tasse. Cosa che poi si è iniziata a fare. Per il centrodestra, evidentemente, diventavano possibili cose che una settimana prima apparivano utopiche. Essendo l’unico americano sul palco del Capranica, ho ricevuto, come rappresentante di tutti gli americani, una calda manifestazione di affetto, stima, gratitudine e auguri.
Io ho spiegato che i valori morali hanno costituito il motivo dominante della vittoria di Bush. Una forte passione morale si è espressa in America. Essa riguarda la difesa del carattere distintivo del matrimonio, considerato non un semplice contratto tra due individui ma un impegno formale con una valenza religiosa. Per la maggior parte degli americani il matrimonio è religioso e imperniato non solo sull’affetto reciproco ma sui figli, sulla famiglia e sulla costruzione di una casa e di un avvenire per la famiglia. Alle elezioni si è votato anche su una risoluzione che prevede il matrimonio per le sole coppie eterosessuali e tale risoluzione è passata a larghissima maggioranza in tutti gli 11 Stati in cui è stata sottoposta a voto. Le recenti elezioni contengono dunque un rimprovero per quelle élites intellettuali che si presentano come moralmente superiori al popolo, che impongono la «correttezza politica» tramite i media e mostrano dispregio per la religione popolare, le tradizioni e i convincimenti popolari. Probabilmente la cosa che più mi ha colpito nei discorsi di quella giornata è stata l’enfasi del tutto nuova data alle radici spirituali e morali dell’Europa, all’importanza della famiglia e al non-conformismo della coscienza. Gran parte della stampa europea (e, anzi, quasi tutte le élites europee) ritiene che l’Europa debba essere «laicista», parola intesa nel significato di «aggressivamente secolare», al modo della Rivoluzione francese. Ma contro questa visione sembra che stia finalmente annunciandosi una resistenza. Un forte stimolo a questo dibattito è stata senz’altro la recente esclusione dell’intelligente e capace candidato italiano per la nomina a ministro della Giustizia della Commissione europea, Rocco Buttiglione. Rocco può essere considerato uno degli studiosi più filoamericani del Continente: colto, con un’insaziabile curiosità, niente affatto privo di senso critico, ma nel complesso animato da un senso di ammirazione. Allo stesso tempo Rocco, che è uno dei pensatori europei che a mia volta ammiro di più, è una persona assolutamente onesta, schietta, coraggiosa. Perciò resto convinto che durante l’udienza a Bruxelles sia stata ordita contro di lui una trappola con quella domanda sull’omosessualità. Una trappola preparata dai laicisti di Bruxelles ancora determinati a ecraser l’infame: a cancellare ogni traccia rimasta della fede cristiana dalla loro nuova Europa laicista.
Un’altra mente assai coraggiosa in Italia è Giuliano Ferrara, direttore del quotidiano Il Foglio e conduttore della trasmissione politica probabilmente più vivace e brillante di tutta la televisione italiana. Talmente coraggioso che alle otto di sera del giorno delle elezioni americane ha dato ordine di mandare in stampa la prima pagina del suo giornale con questo audace titolo stampato in rosso: «Perché ha vinto Bush» e una serie di articoli sulla vittoria. Ebbene, proprio mentre noi ci incontravamo a Roma, Ferrara era a Milano per partecipare a un programma televisivo con Rocco Buttiglione. L’«ateo devoto», come lui stesso si definisce, Ferrara era indignato dal fatto che si bandiva un uomo dalla Commissione europea perché aveva espresso un coscienza personale cristiana. Considero questi avvenimenti molto importanti e significativi. Essi segnalano, infatti, che anche in Europa vi sono nuclei intellettuali che si muovono in analogia a quanto avviene negli Usa. Infatti, una cosa che colpisce nell’Italia di questi giorni, in confronto a quella di trent’anni fa, è come molti ex esponenti della sinistra abbiano riconosciuto le illusioni della sinistra, cominciando a dirigersi verso il centrodestra. Il loro numero continua a crescere, in modo quasi esponenziale, tra gli scrittori e altri intellettuali. Ogni cosa di sinistra viene sempre più messa in discussione: innanzitutto l’ortodossia economica, ma ora anche la politica culturale. Tutto ciò conferma con grande forza la mia convinzione che nuove e importanti correnti di pensiero, visibilissime nella vittoria di George W. Bush, stiano cominciando a diffondersi anche in luoghi molto distanti, e che profondi mutamenti spirituali stiano producendo i primi germogli: una visione completamente nuova della nostra storia laica, più aperta alla religione rispetto al passato, una nuova attenzione per la famiglia e la morale tradizionale dalle quale dipende la sua solidità, nonché un ripensamento dei fondamentali principi economici che riguardano l’imposizione fiscale, il potere dello Stato e i programmi di Welfare. Sta anche prendendo piede la convinzione che le idee della sinistra appartengano agli anni Cinquanta, se non a un periodo ancora precedente, mentre quelle di Bush e di altri come lui puntano verso un nuovo e più produttivo futuro. Tra i nuovi ideali di Bush vi è quello di dar vita a una società della proprietà. Ogni bambino dovrebbe venire al mondo con un fondo di capitali, costituito da investimenti privati, esente da imposte e in aumento. Un’idea basata sulla proprietà dell’abitazione, un’assistenza previdenziale di cui disporre personalmente, in modo che ove si muoia prima dell’età pensionabile, le risorse accumulate non vengano incassate dallo Stato bensì siano trasferite alla famiglia di provenienza; conti correnti di risparmio personali, conti d’investimento esentasse, spendibili soltanto per l’istruzione, l’acquisto dell’abitazione o la pensione. Aiutare una società a svilupparsi significa ridurre le tasse. Questo gli italiani cominciano a comprenderlo bene. Questo è capitalismo popolare: anziché una ridistribuzione socialista del reddito, un capitale universale di proprietà personale. Si tratta altresì di una forma di compassione orientata al risultato, non basata sui sentimenti o sull’emotività, bensì sui risultati. Essa mira a sollevare realmente i poveri, a porre fine alla situazione di dipendenza, a rendere libere e indipendenti il maggior numero di famiglie possibile e a prendersi cura di chi, non per propria responsabilità, vive in condizioni di bisogno. Tra l’altro, questa politica mostra perché Bush sia tanto odiato dalla sinistra. Bush evidenzia infatti come le idee della sinistra siano ormai obsolete e non abbiano più presa sulla gente. Egli sostituisce le istituzioni di sinistra, che corrompono e indeboliscono ingenerando dipendenza, carenze e deficit, con istituzioni orientate al risultato, che liberano e alimentano la responsabilità personale.
Anche in politica estera esistono nuovi principi: non possiamo porre fine al terrorismo semplicemente dando la caccia ai terroristi e uccidendoli. Dobbiamo organizzare movimenti di libertà e opportunità, che eliminino l’oppressione poliziesca, alimentino il dinamismo economico e consentano ai giovani, donne e uomini, di tutto il mondo, anche quello musulmano, di mettere a frutto le loro diversissime capacità nella costruzione di civiltà, di libertà (compresa la libertà di religione e non una laicità obbligatoria) e di prosperità. Un approccio, quindi, positivo e non negativo alla lotta al terrorismo. Le recenti elezioni in Iraq hanno da questo punto di vista un grande valore, un valore universale. Di tutto questo e di altro ancora abbiamo a lungo parlato, su questo abbiamo lavorato con gli amici di liberal. In una collaborazione che dura da anni e che è diventata particolarmente cara e significativa con i Colloqui di Venezia. La prima edizione si svolse nel novembre 2001, ancora sotto lo choc dell’attacco alle Twin Towers. Da allora in poi i Colloqui di Venezia sono diventati una straordinaria occasione annuale di rafforzare amicizie personali ma soprattutto di rafforzare i legami tra le due sponde dell’Atlantico sforzandoci di comprendere noi americani il punto di vista degli europei, gli europei partecipanti di capire le ragioni degli americani. E questo anche nei momenti più difficili. Perciò considero quel lavoro prezioso. Così come, l’ho detto, è importante che, a partire da questi contatti, si sviluppino punti di vista convergenti tra il movimento conservatore americano e il movimento che si riconosce nalla Casa delle libertà. L’America, infatti, è figlia dell’Europa e soltanto insieme all’Europa può raggiungere i più alti traguardi nel mondo. L’Europa deve ridiventare la priorità assoluta della politica estera statunitense, ai fini del rafforzamento della libertà, che costituisce la maggiore ricchezza dell’Europa stessa. Tale patrimonio appartiene in primo luogo al giudaismo e alla cristianità, nei loro ideali fondamentali: l’unità della creazione, l’offerta da parte del Creatore del dono dell’amicizia a ciascun individuo in assoluta libertà (di rifiutarlo o accettarlo), la dignità dell’individuo nella libertà dinanzi a Dio. Esso è, però, universale in termini partecipativi. Appartiene anche ai musulmani e a tutti gli altri popoli del mondo. Perciò sono convinto che il maggior compito del Ventunesimo secolo è quello di condurre il numero più alto possibile di nazioni che lo desiderino a condividere il dono della libertà. Soltanto in condizioni di libertà e opportunità il mondo può ritenersi al sicuro dalla negatività e dall’autodistruzione. In vista di questo traguardo dobbiamo unire i nostri sforzi.
 

web agency Done Communication