Chiedo al ministro delle Politiche comunitarie: quali sono e saranno i riflessi economici delle difficoltà incontrate dal Trattato costituzionale europeo?
Ritengo che il nesso causale funzioni in senso inverso: la crisi economica europea ha prodotto la bocciatura referendaria franco-olandese del Trattato costituzionale. È da un anno e più che Eurobarometro segnala che in cima alle preoccupazioni degli europei vi sono due cose: la disoccupazione e lo stato dell’economia. Ad esempio, la paura degli effetti dell’allargamento sull’occupazione ha svolto un ruolo centrale nel no francese - il ritornello dello «stagnino polacco». Se negli anni Novanta i successi europei erano sostenuti da un’economia in espansione, il momento della verità per il Trattato costituzionale è arrivato nel mezzo di un grave rallentamento della crescita: le radici dell’attuale crisi politica europea sono di natura economica. Ciò che non va con l’economia è che i tre grandi della zona euro, Francia, Germania e Italia, non riescono a creare crescita e occupazione dall’inizio di questo decennio. E non ci riescono perché dopo avere abbracciato la scuola di pensiero di Maastricht (stabilità macroeconomica attraverso severi vincoli monetari e fiscali), esitano ad abbracciare la scuola di pensiero di Lisbona (flessibilità guidata dal mercato attraverso riforme strutturali). Mi è stata affidata dal governo la responsabilità di redigere il Piano per l’Innovazione, la Crescita e l’Occupazione (Pico. Analoghi esercizi sono in corso negli altri 24 Paesi membri dell’Unione europea: è il rilancio della strategia di Lisbona varata nell’ormai lontano 2000 e rimasta, purtroppo, quasi lettera morta.
Qual è il futuro dell’Europa politica?
Il futuro dell’Europa politica dipende dal successo che avrà la strategia di Lisbona nel risalire la china economica. Un rinnovato senso di fiducia verso le istituzioni europee - e il rilancio del processo di ratifica costituzionale - può essere ottenuto solo calmando i giustificati timori dell’opinione pubblica per le cattive condizioni dell’economia. Soltanto la ripresa della crescita e dell’occupazione può rendere accettabile per i cittadini europei il processo di allargamento dell’Unione: si pensi alla Turchia o, ancor più importante per l’Italia, ai Balcani occidentali. Infine, le decisioni sulle priorità di spesa dell’Unione - le cosiddette prospettive finanziarie - saranno più facili se la torta, per effetto della crescita, diventerà più grande.
Quale potrà essere l’influsso della Gran Bretagna sulla configurazione dell’Europa politica?
Molto importante sul piano del dibattito economico. Il discorso al Parlamento europeo col quale Tony Blair ha aperto il semestre di presidenza britannica è stato molto convincente, centrato com’era sulla necessità per l’Europa di puntare sull’innovazione e la competitività. E sull’idea di ripartire da qui per dare funzionalità e prestigio all’Unione agli occhi dei cittadini europei. Sul piano del dibattito istituzionale, il Trattato costituzionale rappresentava il massimo sforzo accettabile dal governo britannico. Quanto all’opinione pubblica britannica è, naturalmente, tutt’altra faccenda - in particolare dopo il rigetto popolare in Francia e in Olanda. Il governo di Londra, questo governo, è più avanti dei propri elettori sui temi dell’Europa. Questa è una realtà con cui lo stesso Blair si trova, in mezzo a mille difficoltà, a dover fare i conti. Esistono poi politiche al di fuori del nocciolo delle competenze comunitarie, dove il contributo britannico è fondamentale per andare avanti. Penso, naturalmente, alla politica europea di Sicurezza e Difesa.
Cosa pensa della politica monetaria della Bce?
Ho sempre pensato che il mandato della Bce - essenzialmente la lotta all’inflazione - sia troppo stretto. La politica monetaria dovrebbe, idealmente, farsi carico anche della crescita. L’ho scritto, insieme a Franco Modigliani, quando era ancora materia di dibattito. Adesso però quel mandato è legge e la discussione su di esso non può che essere puramente accademica. Oltretutto, rimetterlo in questione proprio ora rischia di fornire scuse a chi si rifiuta di intraprendere la strada delle riforme strutturali dell’economia europea che, come ho già chiarito, sono di vitale importanza per il futuro economico e politico dell’Unione.
Cosa pensa del Triumvirato - Francia, Germania e Gran Bretagna - e quali sono le prospettive che si aprono dalla proposta di Sarkozy e Merkel di allargarlo a cinque o a sei?
Una costante della nostra politica estera, che condivido, è sempre stata il rifiuto di eventuali direttorii o club di Paesi che ci escludano, relegandoci in un ruolo secondario. Il punto, tuttavia, non è crearne uno all’interno dell’Unione che invece ci includa. Il punto è pesare nel processo decisionale in modo adeguato alle dimensioni e alla storia del nostro Paese. Non c’è nessun motivo obiettivo per cui l’Italia debba contare meno di Francia, Germania e Gran Bretagna. Il motivo è soggettivo, è nella nostra testa. E nella nostra lentezza nell’innovare la macchina dell’amministrazione pubblica e del governo - in particolare quelle parti che sono più a diretto contatto con le istituzioni dell’Unione. Certe volte bastano cose apparentemente banali - come non essere sempre gli ultimi a trasporre le direttive o a risolvere le procedure di infrazione - per essere ascoltati di più e meglio dai nostri partner. Anche sulle grandi questioni politiche.
Quali sono i vantaggi e gli svantaggi dell’ingresso della Turchia nell’Unione Europea? Vede in particolare la possibilità di creazione di Partiti islamici europei a seguito di tale ingresso?
La lotta all’integralismo, per la quale Europa e Stati Uniti stanno spendendo tante risorse umane e materiali, avrebbe uno dei suoi successi più chiari se avessimo il coraggio di premiare con l’appartenenza all’Unione l’unico Stato laico e democratico a maggioranza islamica del mondo. Si tratta anche di un’economia che è, attualmente, molto più dinamica della nostra e che, perciò, potrebbe rivelarsi un fattore propulsivo - invece del fardello che molti, ingiustamente, temono. Lo svantaggio è quello di alimentare le paure manifestatesi in Francia e in Olanda, ma evidenti anche altrove, come in Germania e in Austria. Ma la paura è una pessima consigliera politica, come sosteneva Roosevelt. Quanto alla creazione di partiti islamici europei, se ci riuscissero bisognerebbe complimentarsi - visto che i partiti tradizionali, come i socialisti e i popolari, non ci sono ancora riusciti.