I desideri e le speranze finiscono sempre per turbare le analisi e giudizi di un osservatore. Fino alla vigilia del referendum francese sulla Costituzione europea, credevo ancora nella possibilità che una parte dell’elettorato, risvegliatosi dal torpore delle settimane precedenti, si sarebbe precipitato alle urne e avrebbe salvato il trattato. Ma il risultato non mi ha colto di sorpresa. Ciò che è accaduto in Francia e nei Paesi Bassi mi è parso la conclusione di un processo iniziato verso la fine degli anni Novanta. Come all’epoca della grande rivoluzione studentesca, il fenomeno si manifestò anzitutto in America, durante le dimostrazioni di Seattle contro l’Organizzazione per il commercio mondiale, ma divenne più esteso, bellicoso e violento in Europa. È un fiume in cui si riversano torrenti impetuosi e affluenti delle più disparate provenienze: ambientalismo, nazionalismo, populismo, localismo, nuove forme di marxismo e di spiritualismo post-cristiano. I nemici sono la globalizzazione, il capitalismo finanziario, l’imperialismo americano, le tecno-burocrazie europee. I singoli bersagli variano a seconda delle circostanze e possono essere indifferentemente di destra o di sinistra: il fast food americano, le quote-latte, le importazioni cinesi, i clandestini, l’«invasione» dell’immigrazione islamica, l’inflazione provocata dall’euro, i tango bonds. Una parte dell’Europa, a destra e a sinistra, teme che la modernità rimetta in discussione le rendite di posizione di singoli gruppi sociali e lo Stato assistenziale che l’Europa ha progressivamente importato dalla Gran Bretagna nel secondo dopoguerra. Alcuni uomini politici se ne accorgono. Hanno capito che vi è ormai in tutti i Paesi dell’Unione europea una zona sociale insoddisfatta, amareggiata e frustrata, che i vecchi partiti non riescono più a rappresentare. Fra coloro che cercano di impadronirsene vi sono forze nuove, ma in altri casi la tendenza si manifesta all’interno dei partiti tradizionali e cerca di orientarne il programma. Per tutti questi movimenti (il Blocco fiammingo, il Partito popolare danese, la Lega, il Fronte nazionale francese, le frange dell’estrema destra e il partito degli ex comunisti in Germania) l’Unione europea, con i suoi grandi programmi modernizzatori, è un nemico ideale. L’euro, il mercato unico, la libera circolazione dei lavoratori e la liberalizzazione dei servizi suscitano paure che la politica può sfruttare. Ogni Paese ha il proprio personale spauracchio: gli zingari nella Repubblica Ceca e in Slovacchia, i clandestini polacchi in Germania e in Francia, i bangladeshi in Gran Bretagna, gli albanesi e i romeni in Italia e naturalmente i musulmani ovunque. Gli attentati dell’11 settembre sono, in questa prospettiva, provvidenziali. Danno all’opinione pubblica europea una ragione di più per temere l’Islam e per rimproverare ai governi la loro indifferenza ai sacrosanti principi della sovranità nazionale. E soprattutto danno ad alcune forze politiche un terreno su cui dare battaglia. Ce ne siamo accorti nel momento in cui la Lega ha dimenticato i terroni e i cafoni per concentrare ogni suo sforzo contro i musulmani. Per meglio nobilitare questa diffusa paura della modernità vengono innalzate nobili bandiere: le radici cristiane dell’Europa, le tradizioni occidentali, l’identità nazionale, la famiglia, la solidarietà sociale.
La situazione economica contribuisce ad accrescere questi malumori. Quando si riuniscono a Bruxelles gli uomini di governo dell’Unione sanno che l’unica terapia utile contro la stagnazione e la disoccupazione è quella di adattare i sistemi economici e sociali dei singoli Paesi alle esigenze del mercato unico e della moneta unica. E sanno soprattutto che soltanto una grande economia europea, governata dalle stesse regole, può tenere testa, nel mercato mondiale, ai colossi di oggi e di domani. Sottoscrivono l’Agenda di Lisbona e si impegnano solennemente a riformare il sistema sanitario, il sistema previdenziale e il mercato del lavoro. Ma non appena tornano nelle loro capitali si accorgono che le riforme necessarie sono precisamente quelle di cui i loro lettori hanno maggiormente paura e procedono pavidamente fra esitazioni e tentennamento. I risultati dei due refendum sono per molti aspetti la conseguenza di questa schizofrenia. Timorosi di perdere elettori o di spiacere a certi loro alleati, i governi non hanno avuto il coraggio di affrontare esplicitamente gli avversari dell’integrazione europea. Alcuni uomini di Stato hanno addirittura dato credito agli argomenti degli euroscettici promettendo che avrebbero difeso i principi della solidarietà sociale; come se il testo della Costituzione europea non fosse, per molti aspetti, fin troppo «sociale». Abbiamo ascoltato propositi di questo genere nella bocca del presidente Chirac. Abbiamo sentito il presidente del Consiglio italiano attribuire alla moneta unica responsabilità che non le competono. Sappiamo che le aziende e le banche straniere sono, per il segretario del partito socialdemocratico tedesco, «locuste». Allorché le classi dirigenti europee non sembrano convinte di ciò che stanno facendo, è davvero sorprendente che i cittadini manifestino sfiducia per il loro lavoro? I due referendum sulla Costituzione sono certamente destinati ad avere conseguenze sul futuro dell’Unione.
Ma il messaggio che esce dalle urne francesi e olandesi non è, contrariamente alle apparenze, un messaggio antieuropeo. Lo spettacolo a cui stiamo assistendo non è la crisi del processo d’integrazione, ma l’agonia degli Stati nazionali europei, sempre più inadatti ad affrontare, anche intellettualmente e moralmente, le sfide della modernità e della globalità. Non è escluso, d’altro canto, che questo incidente di percorso produca alla fine qualche effetto positivo. I due referendum falliti hanno indotto Tony Blair a scoprire il gioco inglese. Con la rinuncia al referendum britannico, previsto per la primavera del 2006, il Primo ministro ha cercato di accelerare la morte della Costituzione europea. Con il suo discorso di Strasburgo all’inizio del semestre britannico, e le critiche alla politica agricola comune, ha lasciato chiaramente intendere che l’obiettivo inglese non è l’integrazione delle economie e delle istituzioni, ma una grande zona di libero scambio. La Pac è protezionista e conservatrice, ma è un pezzo d’integrazione a cui nessun europeista, in questo momento, può rinunciare. Non è facile d’altro canto comprendere come Blair possa sperare di costruire un’Europa liberista dopo due referendum in cui i voti localisti e protezionisti hanno avuto un peso rilevante. Con la sua reazione ai referendum e il discorso al Parlamento europeo Tony Blair ha tentato un’operazione che è probabilmente destinata a fallire, ma ha avuto il merito di dire al continente quali siano i limiti dell’impegno europeo del governo di Londra.
È possibile dare una risposta europea alla strategia di Blair? Per il momento non ne esistono le condizioni. Né la Francia di Chirac e Villepin, né l’Italia di Berlusconi, né probabilmente la Germania hanno gli «spiriti europei» necessari per un vigoroso rilancio. L’asse franco-tedesco può ancora dare qualche risultato, ma le intese fra i due Paesi, quando verranno raggiunte, saranno tattiche e di breve respiro, piuttosto che strategiche. L’epoca in cui il piccolo François Mitterrand accettava un evidente handicap estetico e si faceva fotografare accanto al gigantesco Helmut Kohl, la mano nella mano, è finita. In queste condizioni non resta che attendere la fine della crisi, vale a dire il completamento del processo di ratifica del trattato costituzionale. Constateremo allora probabilmente che l’Unione europea, indipendentemente dal modo in cui ogni Paese avrà affrontato il problema della ratifica, è divisa in due grandi gruppi: i Paesi dell’euro e quelli che hanno conservato, e intendono conservare la loro moneta nazionale. I primi hanno già una Costituzione non scritta che li costringerà ad affrontare con criteri unitari i problemi della loro economia e della loro finanza. È negli uffici della Banca centrale europea a Francoforte, tanto per fare un esempio, che si discute il «caso Fazio», non all’Ecofin. Il vincolo monetario, in ultima analisi, sarà più importante, per valutare e correggere le politiche di bilancio dei singoli governi, di quanto non sia lo stesso patto di stabilità. L’Unione monetaria garantisce a ogni condomino il diritto di esigere dagli altri ciò che nessun estraneo, anche se membro dell’Unione, può pretendere. È probabile quindi che sarà Eurolandia, nei prossimi anni, il vero nome dell’Europa auspicata da Jean Monnet. L’Unione, con i suoi venticinque membri e con quelli che verranno, sarà una grande cornice all’interno della quale si formeranno nuclei particolari, uniti dalla necessità di fare fronte con strumenti unitari a un problema comune. Vi sarà il gruppo di Schengen, quello dei Paesi particolarrmente interessati all’immigrazione mediterranea e quello dei Paesi maggiormente disposti a unire le loro risorse di intelligence per meglio reagire alla minaccia terroristica. Ma l’Europa delle ambizioni federali sarà quella dell’euro.