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Il network della libertà

LIBERAL BIMESTRALE
di Franco Frattini
Liberal n. 32 - Ottobre-Novembre 2005

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Per la buona riuscita di un’analisi, pur sommaria, della situazione socioeconomica italiana corrente, trovo stimolante provare, almeno per una volta, a cambiare il metodo. Invece di interrogarsi sul come gli interventi macroeconomici e quali fra questi, possano effettivamente incidere sul rilancio della nostra economia, valutandone empiricamente gli effetti solo in grafici e parametri, trovo più utile effettuare tale verifica in funzione della percezione reale che il cittadino direttamente avverte e comprende. E potremmo cominciare affrontando un problema lessicale, che da forma si fa sostanza, considerando che molti dei parametri econometrici e sociologici usati tuttora per interpretare l’andamento dell’economia e la sua ricaduta in termini di benefici sulla vita quotidiana degli italiani, sono vetusti e non corrispondono più alle odierne categorie reali della società italiana. Molti di questi riferimenti terminologici (classe media, cittadino medio, borghesia, paniere, precariato, etc.) male interpretano, a volte nemmeno inquadrano la contemporaneità dei fenomeni globali che influenzano continuamente e direttamente le nostre scelte e i nostri orientamenti. Purtroppo non molti lo hanno ancora compreso appieno, ma viviamo in un’epoca di transizione verso nuovi modelli di aggregazione non ancora compiutamente definiti e purtroppo, all’interno di questa transizione geopolitica, che potremmo definire senza fatica globale, l’Italia per certi versi arranca con maggior fatica, gravata dal peso di alcune contraddizioni irrisolte, che a ogni confronto sul futuro del Paese prendono la forma del conflitto ideologico, del pregiudizio ancestrale, o della solita stucchevole lacerazione che ci vede erigere invalicabili barricate, come nel caso del presunto scontro tra finanza laica e finanza cattolica. Lacerazioni che sono sì vere e proprie guerre di frontiera fra avanguardisti che tentano la strada della modernizzazione dell’Italia e conservatori prigionieri di un passato anomalo, ma sono anche e soprattutto tentativi di perpetuazione autoreferenziale di quei poteri e di quelle consorterie, che non troverebbero nella contemporaneità lo spazio avuto nel passato. Si tratta delle rendite di posizione di intere categorie, anche di ordini professionali, che vivono e prosperano approfittando dell’inefficienza e della farraginosità di un modello di Stato superato e per certi versi decadente. E certo non mi riferisco al solo confronto pubblico-privato: nell’ambito professionale, come economista d’impresa, ho constatato spesso i limiti delle nostre aziende e sono rimasto sorpreso da certi loro tratti di inefficienza, come del resto ho potuto apprezzare, nel corso della mia esperienza al servizio delle istituzioni, la preparazione e la dedizione di molti funzionari pubblici.
Per agevolare la comprensione del mio pensiero in merito al rilancio economico del Paese e la conseguente ricaduta in benefici tangibili sui cittadini, trovo idoneo approfondire alcuni temi specifici che più di altri si prestano a interventi rapidi, capaci di concretarsi nel breve periodo, in funzione di un allentamento di quella cappa negativa fatta di depressione, ansia, timori e incertezze che attanaglia l’animo di molti italiani e allontana i tanti potenziali investitori che attendono un segnale positivo in questo senso. Con la consapevolezza che occorrono almeno due premesse propedeutiche alla piena comprensione non solo dei profili di responsabilità degli attori in campo, ma anche e soprattutto della loro rinnovata, a volte ridimensionata, competenza e capacità di azione. Nel corso dell’ultimo decennio infatti, abbiamo assistito a un progressivo conferimento di sovranità da parte del governo centrale, verso l’alto e verso il basso, rispettivamente verso l’Ue e verso le Regioni, che nella sostanza corrisponde a un’effettiva riduzione delle competenze e a un’effettiva alienazione di potere decisionale su alcuni temi. L’Ue ha avocato a sé alcuni dei fattori portanti della sovranità nazionale come la moneta (euro) e la tutela fisico-giuridica dei confini (Schengen), lasciando agli Stati membri competenze e poteri su questi temi, assolutamente residuali: è come se, fatto cento il confine della stessa Europa, ne avesse frazionato l’incidenza, anche in termini di costi, per il numero complessivo degli Stati membri. Allo stesso modo alle Regioni è stato demandato il compito della gestione autonoma di diverse competenze come la sanità e l’imposizione fiscale su alcune attività produttive, con una progressiva differenziazione procedurale e di indirizzo da Regione a Regione. Ma spesso il cittadino, ignaro di questa coazione Euro-Regionale in termini di trasferimento di poteri e responsabilità, continua a individuare nei meccanismi di governo centrali, l’alpha e l’omega dell’andamento dello Stato, bonus malus. Più in dettaglio, alla luce degli avvenimenti epocali recentemente avvenuti e di quelli in corso di svolgimento, concentro la mia attenzione soprattutto sui seguenti temi oggi controversi che, opportunamente sviscerati e destrutturati, contengono elementi certi per contribuire a elaborare una concreta strategia di rilancio economico. E lo faccio ignorando volutamente i tanti temi di attualità al confine fra cronaca e illegalità presunte, che hanno rattristato, con la loro volgarità, la nostra estate.

Il Credito
L’anno in corso è stato ufficialmente dedicato al Microcredito, un sistema di finanziamento indirizzato al mondo produttivo che potremmo definire proto-artigianale, caratterizzato dalle dimensioni ridotte del credito erogato e dalla riconducibilità del debitore a un tessuto di credibilità sociale e famigliare, tale per cui il mancato rimborso comporta l’emarginazione sociale dalla comunità, che funge così anche da garante morale a favore del creditore. Ebbene qui nasce un confronto paradossale fra le economie dei Paesi in via di sviluppo in cui il Microcredito è indirizzato verso la produzione e quindi alimenta il circuito virtuoso della crescita, e le economie dei Paesi avanzati, in cui il Microcredito sostiene il consumo, aumentando l’indebitamento corrente del cittadino e minando la sua propensione al risparmio. Questi due approcci diametralmente opposti della destinazione del denaro in prestito, sono indicatori chiari di due modelli di sviluppo sociale, non solo di due modelli di economie. Buona parte delle risorse destinate al supporto della produzione, infatti, sono utilizzate per l’apertura di laboratori familiari che riparano beni strumentali, mentre in Occidente non esiste più la propensione ad aggiustare, ma al superare con un prodotto nuovo quello precedente, già programmato per la rottamazione a scadenza, con tempi contingentati. In Italia ad esempio, un’intera filiera di artigiani specializzati nelle riparazioni, è a rischio di estinzione. Ormai si compra tutto a rate, ipotecando il futuro, non solo i beni tangibili, ma anche i servizi, come le vacanze ad esempio. Assecondare questa pericolosa e innaturale impostazione significa per il cittadino rompere con la tradizionale prudenza che ispira la propensione al risparmio e incamminarsi sulla china discendente dell’indebitamento progressivo, che spesso sfocia negli anni in un vero e proprio anatocismo. Si calcola che siamo milioni gi italiani che hanno scelto questa via, ma purtroppo si cominciano a registrare rilevanti percentuali di richieste di finanziamento finalizzate al sostegno delle spese correnti quotidiane! Un segnale di pericoloso depauperamento delle riserve delle famiglie. Con la tradizionale propensione al risparmio minata dal consumismo e dai suoi riti, con una diffusa precarietà dovuta al cambiamento dei modelli di lavoro, con una ridotta capacità progettuale e produttiva in termini di valore aggiunto, con una Borsa Valori tradizionalmente asfittica e provinciale e preda di raids di personaggi improbabili, la liquidità residuale utilizzabile per sostenere nuove iniziative imprenditoriali, funzionale a un rilancio con mezzi propri nazionali, è assolutamente insufficiente. Il ricorso ai capitali stranieri è quindi inevitabile, ma visto il quadro d’insieme piuttosto instabile e l’alto tasso di conflittualità non solo sociale, ma anche all’interno delle singole categorie, essi prediligono il sostegno di quelle iniziative che danno ragionevoli certezze: le attività in regime monopolistico, soprattutto le utilities. La controversa stagione delle privatizzazioni, soprattutto nel corso della seconda metà degli anni Novanta, ha semplicemente partorito la traslazione dell’asse monopolistico dei servizi dagli enti pubblici a società di diritto privato, a volte controllate da altisonanti nomi del nostro capitalismo, a volte da Public Companies con management autoreferenziale, a volte infine da ex municipalizzate possedute dai comuni. Tutte accomunate comunque dalla ricchezza che solo le rendite di posizione protette dalla concorrenza possono generare, soprattutto quando ci si può permettere il lusso di riverberare aumenti, costi e inefficienze sulle bollette che il cittadino è costretto comunque a pagare.

L’Energia
Mi riesce facile proseguire il ragionamento affrontando il tema dell’energia, non solo perché soggetto a monopoli territoriali, o a cartelli di produttori e distributori, ma anche e soprattutto perché rappresenta quel conflitto di cui dicevo in apertura. Un conflitto tutto italiano fra modernisti e reazionari, in cui però a seconda dei singoli interessi di bottega da difendere, i membri di entrambi gli schieramenti, anche i più autorevoli, si schierano sull’altro fronte con repentina facilità. In passato almeno, la disputa fra «gli antichi e i moderni» infiammò e permeò di sé la storia delle idee del Settecento europeo, fino al terrore giacobino che pose fino a tutto. Jonathan Swift chiamava «api» i cultori della tradizione, coloro che potevano creare, inventare solo dopo «aver bottinato i giardini della memoria» producendo quindi cera e nettare, elaborando quanto la natura metteva a loro disposizione, laddove cera e nettare erano la luce e la dolcezza che nutrono le anime, come sostiene Marc Fumaroli nel suo saggio Le api e i ragni, la disputa degli antichi e dei moderni (Adelphi 2005). Ebbene, allo stesso modo i cultori del monopolio dell’energia si nutrono delle esperienze passate coltivando le rendite di posizione, guardandosi bene però dall’affrontare il pericoloso e insidioso mondo dell’innovazione e degli investimenti permettendo così al cittadino-cliente di ottenere tangibili benefici in futuro. L’Italia, a seconda delle stime, importa energia per oltre l’80% del proprio fabbisogno e la propria dipendenza dai combustibili fossili è stimata in percentuali altissime di quella stessa importazione: dal punto di vista economico, una catastrofe! Non solo perché a ogni variazione al rialzo del costo del greggio, si importa inevitabilmente inflazione, ma anche perché un’economia tradizionalmente votata alla trasformazione e priva di materie prime, imposta la propria struttura basandosi su alti volumi di consumo energetico. La scelta sul nucleare fu infelice e duole ancor più ascoltare oggi lezioni sull’utilità dell’atomo da parte di coloro che ieri, per ragioni di pregiudizio ideologico, tale impianto concettuale affondarono, facendo inabissare con esso anche tecnologie, competenze, imprese di valore apprezzate sui mercati internazionali e capaci di ottime performance. Ma ancor più infelice è assistere all’incapacità progettuale, sia indotta che derivata, quando si affrontano le altre ipotesi di progressiva emancipazione dell’Italia dal giogo dei combustibili fossili.
Un gap culturale impedisce ad esempio a molte imprese edilizie di approfittare dei vantaggi e delle agevolazioni promosse dal ministero dell’Ambiente, a favore dei tetti fotovoltaici. Considerazioni troppo viscerali e ancor più spesso prive di sostegno scientifico, impediscono la realizzazione di centrali a BioMasse, che risolverebbero contestualmente anche molti dei problemi legati a produzione, raccolta e stoccaggio di rifiuti in molte comunità, con il vantaggio addizionale dell’erogazione di energia a basso costo. Una cultura decadente impedisce infine il mantenimento adeguato delle reti e delle infrastrutture (penso alle reti idriche e agli elettrodotti), diminuendo gli sprechi e aumentando l’efficienza. Su questo aspetto, i ritardi della politica riflettono comunque una scarsa predisposizione degli italiani allo sfruttamento, sostenibile ed equilibrato, delle risorse naturali. Si ha un bel dire ragionando in termini assoluti, che il ricorso a queste fonti alternative contribuisce solo parzialmente a soddisfare la domanda crescente di energia del Paese, ma imparando a ragionare anche in termini relativi, si scoprirebbe che i benefici di questo tipo di energia, apporterebbero un significativo contributo alle politiche energetiche di molte comunità e renderebbero un buon servizio, anche in termini educativi di uso consapevole, in attesa che nuove auspicate scelte infrastrutturali ci dotino dell’idonea autonomia energetica. Anche su questo fronte l’Italia è indietro rispetto ai partner europei: l’unico elemento di conforto ci giunge dalle alleanze internazionali che ci vedono fruire della profittevole stagione della nostra politica estera, che ha portato in dote rapporti energetici di lungo periodo e stabili, soprattutto con Russia, Algeria ed Egitto. Ma si tratta di un beneficio temporaneo e comunque sempre legato al controverso mondo degli idrocarburi.

Le Banche
Abbiamo già parlato dello stucchevole steccato che lacera e contende il mondo della finanza italiana, ancora sensibile addirittura al ricordo della contrapposizione fra laici e cattolici. Ma sul fronte del pregiudizio e della capacità di dividersi l’Italia dà sempre buona prova di sé e quindi propone, anzi impone, una nuova frontiera sulla quale e per la quale dividersi: la presunta italianità delle banche. Ben inteso si tratta di un tema strategicamente fondante per un Paese importante come l’Italia, ma era una battaglia da fare per tempo, decenni addietro e con adeguato rigore: ora ha il sapore strumentale della contesa ad usum delphini, per favorire questa o quella cordata di managers, o imprenditori, o cooperative che spesso, nel torbido e perverso meccanismo Banche-Fondazioni, sono occupate su tanti fronti eccetto quelli fondamentali della competenza e della capacità effettiva di provvedere alle necessità creditizie della crescita economica. Complice la Riforma di Basilea 2, che prevede nuovi parametri per le banche europee in termini di affidamenti e crediti in sofferenza (troppo spesso le banche italiane hanno a bilancio poste attive che riguardano esposizioni gravose verso imprese tecnicamente fallite), l’erogazione dei crediti alle aziende avverrà con parametri rigidi basati sul rapporto Patrimonio Netto-Finanziamento Erogabile-Capacità di Rimborso. Questo comporterà nel corso del 2006, anno di entrata in vigore di tale accordo, un vero e proprio «Anno Zero» per le aziende italiane.
Tradizionalmente sottocapitalizzate, con politiche di bilancio più attente al conto economico che allo stato patrimoniale, poco propense all’innovazione tecnologica, in molte si troveranno fuori dai parametri ipotizzati per poter essere affidate e quindi il ricorso al credito per loro diverrà arduo, in taluni casi impossibile. Basilea 2 è una riforma voluta dalle banche a livello europeo, ma impostata seguendo i parametri delle economie del Nord e porterà, oltre all’irrigidimento sul fronte degli impieghi, anche un’ulteriore standardizzazione delle stesse procedure di affidamento. In tal modo, la figura del dirigente di filiale e di agenzia, che ben conosceva le aziende clienti e sulla base della conoscenza del territorio e del feeling personale con gli imprenditori e del monitoraggio delle informazioni si assumeva quindi la responsabilità di erogare o meno credito a favore dello sviluppo aziendale, tende a scomparire. Non dimentichiamo che il miracolo economico italiano si è basato sul binomio impresa-banca, visto che nessuna azienda nasce grande e affermata e solo grazie al capitale di terzi, sostiene la propria crescita. Soprattutto in un Paese che continua a considerare la Borsa Valori come una realtà che riguarda solo le grandi imprese e che non presta attenzione alle iniziative imprenditoriali in fase di Seed, o Start Up. Le Piccole Medie Imprese, struttura portante dell’economia italiana, non sono pronte ad affrontare la nuova sfida del mondo del credito spersonalizzato, che affida le proprie valutazioni ai parametri degli algoritmi, senza considerare adeguatamente la variabile indipendente legata alla capacità dell’imprenditore. Molte storie di successo del Made in Italy, non sarebbero tali se gli imprenditori non avessero potuto contare su un solido terreno di intesa con il mondo del credito e bene fa ad esempio Giulio Tremonti, a considerare determinante la nascita di un polo creditizio virtuoso nel Sud, per sostenerne lo sviluppo. Di fronte a tutto questo il mondo immobile delle banche si dimostra distante, con i suoi attori spesso inefficienti e con le Fondazioni che ne detengono il controllo, troppo spesso interessate a proficue (per chi le guida) incursioni nel mondo della politica, anche amministrativa. Personalmente credo molto nel credito espressione del territorio e quindi, perché no, anche piccolo, purché puntuale nell’assolvere, con rigore e serietà, alle proprie funzioni. Anche perché tecnologia e capacità relazionali consentono di poter accedere a network di servizi internazionali, assistendo con la dovuta professionalità le imprese clienti.

Lo Sviluppo Sostenibile
Sono molto sensibile a questo tema, non fosse altro perché è l’oggetto dei miei studi e delle mie ricerche. E credo che prendere atto della limitata concezione che di esso si è diffusa, particolarmente in Italia, agevoli il superamento di alcune delle contraddizioni più dannose che agitano la società italiana in questo inizio di millennio. «Sostenibile è lo sviluppo che soddisfa i bisogni del presente, senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri»: questa è la definizione ufficiale delle Nazioni Unite recitata dal Rapporto Bruntland (da Our Common Future Bruntland Report, United Nations 1987) e come si vede, è ben più ampia, profonda, trasversale e multidisciplinare di quella interpretazione tutta italiana e riferita a un fermento culturale che per ragioni di praticità indichiamo in rosso-verde, che vorrebbe lo Sviluppo Sostenibile come un semplice parametro del rapporto Economia-Ambiente. E invece no, non si tratta solo di questo, ma di un ben più ampio orizzonte spazio- temporale che a vario titolo riguarda l’uomo nel confronto con i suoi simili e con la natura, in una dimensione infragenerazionale e intergenerazionale. Ed è certamente riferito ai tanti quesiti che assillano l’uomo e che, giunti a oggi, non si possono più eludere e non possono essere più soddisfatti dalle solite risposte interlocutorie, cui siamo stati abituati negli ultimi decenni. Si tratta di equità sociale, di modelli di sviluppo ecocompatibili e sociosostenibili, di rispetto dei diritti civili, di attenzione a tutti quegli altri parametri e indicatori che non si esauriscono nel Pil e che gradualmente vanno affermandosi. Ma si tratta anche di cominciare a dividere il mondo fra quei Paesi che a questo sono sensibili e si sforzano di adempiere a questi comportamenti virtuosi, e quelli che proprio nemmeno ci pensano. E naturalmente nascerebbe una graduatoria, funzionale anche al ripristino di regole certe in termini di competizione. Il tema dello Sviluppo Sostenibile è di per sé tanto vasto da esaurire ben presto gli spazi a disposizione, ma in questi tempi difficili mi piace pensarvi in termini costruttivi, soprattutto per dare un senso compiuto agli sforzi che l’Italia ha effettuato in questo senso e che non gli sono riconosciuti, specie quando si tratta di mettere in competizione i nostri prodotti con quelli che vengono da altre parti del mondo. In sociologia si sa, l’analisi comparata fra due campioni richiede che gli stessi siano omogenei e abbiano tratti essenziali in comune, altrimenti per definizione l’analisi stessa non è comparativa.
Allo stesso modo quando si parla di competizione economica, all’interno di una quadro normo-giuridico certo, bisogna che i concorrenti rispettino le regole del gioco. Per questo mentre trovo inopportuno e antistorico parlare di dazi sulle importazioni di prodotti che vengono dal Far East, sono propenso a una corretta indagine comparativa fra le imprese che quegli stessi beni producono. La stragrande maggioranza delle imprese manifatturiere italiane sono oggi virtuose nell’osservanza e nell’adempimento dei doveri di tutela e salvaguardia dell’ambiente, osservando le normative di riferimento e procedendo all’adozione delle corrispondenti certificazioni di idoneità. Prova ne sono i laghi, i fiumi, i tratti di costa recuperati nel corso degli ultimi anni a condizioni di vivibilità ed entro i parametri naturalistici di riferimento, proprio per la doverosa adozione da parte delle imprese degli accorgimenti, delle procedure e delle tecnologie anti-inquinanti, previste dalle normative in vigore. Dotarsi di tutto ciò e adeguare le proprie imprese è stato oneroso e in gran parte finanziato in autonomia dalle imprese stesse, fatti salvi i contributi previsti da governo, Ue e Regioni. Grazie ai benefici della Legge Biagi, il costo del lavoro in Italia è rientrato entro parametri equilibrati e il rapporto dipendente-datore di lavoro, è più flessibile, eppure ancora molti impropriamente ritengono che il gap differenziale nella composizione del costo del prodotto, sia ancora la manodopera. Dati alla mano invece, in molti settori sono altre le componenti che tengono alto il costo del prodotto Made in Italy. E se la competizione non avviene fra concorrenti messi sullo stesso piano, che rispettano le stesse regole quindi e che affrontano lo stesso iter di investimenti e formazione per farvi fronte, esistono per alcune voci di costi che per altri sono letteralmente inesistenti. Ma chi non osserva quelle regole, non solo compete slealmente, soprattutto produce un danno globale quando, non rispettando le normative ambientali ad esempio, inquina aria e acqua che sono patrimonio dell’umanità, ma anche vettori universali per definizione, in grado di veicolare il danno ambientale pressoché ovunque. Il settore tessile in Italia ha effettuato radicali politiche di investimento e in questo senso presenta tratti di eccellenza e serietà nell’adempimento dei requisiti ambientali all’avanguardia nel mondo: favorire la competizione solo con quei soggetti che si sono sottoposti alle stesse regole, è non solo corretto in termini di confronto, ma è soprattutto un dovere morale per i politici italiani ed europei.
L’Italia è un Paese fragile e complesso, ma al contempo resistente e virtuoso. Fragile perché frammentato e privo di quei presidi economici trainanti, capaci di farsi carico, di divenire il perno sul quale innestare i percorsi di ripresa nei momenti difficili: complesso perché le decisioni prese da un corpo dello Stato, vengono spesso messe in discussione da un altrettanto autorevole corpo dello Stato, generando così una sacca di ambiguità che rallenta gli investimenti e ne mina la credibilità internazionale. Ma è resistente, perché nonostante i tentativi di sradicarne le radici, può contare su una fitta rete di sostegno rappresentata dagli agglomerati socio-economici come le famiglie, le associazioni, le comunità che compensano con la loro assistenza, spesso gratuita e solidale, le tante inefficienze della burocrazia che porta lo Stato a essere in eccesso, là dove si rivela invasivo e latitante, là dove se ne avverte l’evanescenza. Ed è anche virtuoso, perché può contare su tante eccellenze che se fossero messe insieme in rete e opportunamente veicolate e valorizzate, potrebbero ancor più concretamente contribuire al bene comune. Esistono grandi problemi di comunicazione e ancor più vistosi problemi di percezione, in un’Italia che cede ancora alle lusinghe dell’appartenenza al clan, al gruppo, alla famiglia ideologica, piuttosto che alla comunità nazionale. Si fa un gran dire della mancanza di radici: probabilmente ci si trova di fronte a una proliferazione di radicamenti particolari, con un angolo geotropico largo che tende quindi a privilegiare rapporti superficiali, che faticano a riconoscersi in un’unica eredità storico-culturale. (L’orientamento delle radici rispetto alla verticale determina l’angolo geotropico; con l’angolo stretto l’apparato radicale si espande in profondità, con l’angolo largo è più superficiale e allargato).

Proposte, soluzioni e rimedi
Ho sempre pensato che fosse poco serio cementarsi nell’elencazione dei problemi senza proporre soluzioni ragionate e praticabili. Gli italiani di buon senso, e sono tanti, da tempo ormai concordano sulla diagnosi, anche se spesso si presentano divisi sulla terapia. E in fin dei conti è fisiologico nella misura in cui riflettono percorsi formativi e culturali differenti e quindi privilegiano cure diverse a seconda delle proprie convinzioni. Ma le condizioni del paziente Italia, se mi si consente questo parallelismo con il mondo della medicina, versa in condizioni serie e non risponde più ai trattamenti sintomatici: ha bisogno di una terapia intensiva, se serve invasiva, che attacchi con coraggio i focolai di infezione che ne pregiudicano la salute. Per questo è importante stabilire con chiarezza i limiti e le competenze dei poteri in campo: alla politica spettano le scelte di indirizzo e la formulazione di un quadro normativo che deve essere snellito e reso al passo coi tempi, anche intervenendo sulla seconda parte della Costituzione, se necessario. Si deve prevedere però una progressiva ritirata della politica dalle posizioni impropriamente occupate nel corso della storia recente e soprattutto deve essa stessa ritrovare il coraggio delle scelte, una fra tutte: le risorse del settore pubblico infatti, sono comunque ingenti, anche in questi tempi di crisi, e bisogna scegliere se destinarle al mantenimento o agli investimenti. Un’analisi delle pieghe di bilancio della finanziaria dello Stato e delle singole finanziarie regionali, mostra chiaramente come ancor oggi cifre ingenti siano destinate al mantenimento di mezzi, persone, (in)attività perpetuando nel tempo quel rapporto incestuoso che molti italiani hanno con la loro Patria. La ritengono infatti più Matria, che Patria, riferendosi a quel mammismo intellettuale che giustifica il ricorso alle mammelle dello Stato, sempre pronte a farsi mungere da quanti non hanno ancora imparato a camminare sulle proprie gambe nel proprio percorso di vita, fuggendo il rapporto diritto-dovere, presupposto fondante del rapporto con la Patria. Il riferimento al precariato, fra gli altri, è eloquente. E proprio su questo bisogna riflettere, su quanti siano ancora coloro che approfittano delle indulgenze clientelari di un vecchio modo di far politica, incompatibile con i tentativi in corso di modernizzazione dell’Italia.
E così il confronto fra ceti mantenuti e ceti produttivi, assolutamente trasversale a settori e categorie, L’Europa è stata accusata molto spesso di essere un Superpotere. Ora, dopo il doppio schiaffo referendario in Francia e Olanda, qualcuno ha preso a descriverla, anche in questa materia - quella del contrasto al terrorismo -, come un «Gigante con i piedi di argilla». Né l’uno, né l’altro. L’Europa può e deve saper diventare il guardiano della sicurezza. Da mesi non mi stanco di dire che il terrorismo non è un’emergenza passeggera, ma una dimensione difficile e terribile del nostro tempo con cui dobbiamo abituarci a convivere. Il terrorismo ha cambiato la nostra vita quotidiana, trasformando in pericolo quello che pericoloso non dovrebbe essere: camminare per la strada e spostarsi da un punto all’altro delle nostre città, incontrarsi in un bar e sentirsi sicuri. Il terrorismo minaccia la prima delle nostre libertà, la libertà dalla paura. Accanto al timore e all’insicurezza il terrorismo - con i controlli di prevenzione che ci impone - minaccia ora anche la nostra privacy. Minaccia, se ci pensate, un pilastro della nostra cultura: l’idea che ogni persona è un mondo irripetibile, inviolabile e sacro. Il pendolo va così dalla libertà alle esigenze della sicurezza: dobbiamo bilanciarlo attentamente. Il terrorismo cambia anche il modo con cui guardiamo gli altri e il mondo. Ad esempio la nostra relazione con gli altri, con quegli altri - in particolare - che alimentano i flussi dell’immigrazione. Nella nostra simpatia tradizionale per le diversità culturali adesso avvertiamo la presenza di qualche cambiamento. Scopriamo ora anche il significato e l’importanza di potere convivere stabilmente con persone che appartengono a mondi diversi dal nostro. E assieme, molte società europee scoprono ora l’importanza di una parola che pensavano più facile: integrazione. Alcuni poi - penso alla Francia, all’Olanda dell’assassinio di Theo Van Gogh e al Regno Unito degli attacchi di luglio, da ultimo - società che da decenni sperimentano modelli di integrazione, sono ora costretti a confrontarsi con una nuova e insospettata complessità dell’integrazione. È dunque minacciata la nostra convivenza. Non solo: questo nostro mondo è diventato più piccolo sia per la facilità con cui ci spostiamo (i mezzi di trasporto) ma soprattutto per la facilità con cui comunichiamo (le reti). La comunicazione, la propaganda, la minaccia e la rappresentazione terribile delle azioni terroristiche viaggiano ora lungo le reti. Il terrorismo usa sapientemente i new media. Noi dobbiamo saperlo fare meglio, cercando di non rompere la rete di diritti che abbiamo saputo costruire nel tempo, a caro prezzo. Scopriamo quindi che quanto facciamo in casa nostra non basta. Dobbiamo pensare e preoccuparci - di fronte a una minaccia globale - di agire globalmente. Dobbiamo chiedere alle comunità musulmane di combattere assieme a noi il fanatismo, una denuncia pubblica degli orrori di questa cultura della morte, un impegno solenne nella difesa e nell’affermazione di un nucleo di valori e diritti fondamentali: dalla sacralità della vita di ogni individuo, all’uguaglianza di genere tra donne e uomini. Dobbiamo sensibilizzare le comunità musulmane attorno al tema della formazione degli iman e trovare una strada comune europea.

*****

Ora la sicurezza è il numero 1, nella lista dei diritti. Senza sicurezza - liberi dalla paura - non c’è libertà. Questo ha significato per noi, per la Commissione e per i suoi Servizi, non smettere di lavorare mai, non abbandonare mai l’attenzione e l’impegno in questa direzione (e la prova è - soprattutto per chi conosca i tempi delle istituzioni europee - che ci siamo presentati subito con un pacchetto di iniziative a pochi giorni dalle bombe e dagli attacchi che si sono succeduti a Londra). Questa consapevolezza - che il terrorismo è una dimensione strutturata del nostro tempo e che la sicurezza è il primo dei nostri diritti - ne ha generata un’altra: che l’Europa deve produrre la sua sicurezza (dopo i molti, troppi anni al comodo riparo della Relazione Transatlantica). E dobbiamo produrla con più velocità, più cooperazione, più coraggio. Camminare insieme, spediti, uniti e con più coraggio, contro un nemico che fa della nostra divisione e della nostra paura l’arma psicologica principale per affermare la sua cultura della morte. Facendone una predicazione di morte. Si apre quindi ora una fase nuova dell’azione europea. Dobbiamo allora dirci con franchezza che - in questa materia: qui e ora - l’Europa delle sole leggi e della loro armonizzazione perderebbe la sfida tanto contro il terrore, quanto con le opinioni pubbliche e le loro aspettative. Dobbiamo passare dalle parole delle leggi alle azioni coordinate. È in questa sfida che può e deve nascere l’Europa capace di parlare con una voce sola. Non più e non solo guardiana dei Trattati: guardiana della sicurezza. Facendo soprattutto del coordinamento l’arma principale e promuovendo nello stesso tempo la responsabilità politica degli Stati membri; chiamandoli cioè all’attuazione e all’implementazione delle decisioni, monitorando le loro azioni, senza tollerare la lentezza e la non-azione. Denunciandola e indicandola semmai alle opinioni pubbliche (name & shame, name & blame). Subito dopo Madrid il Consiglio europeo indicò una serie di obiettivi strategici per la lotta al terrorismo. E nel giugno 2004 adottò un Piano d’Azione che, assieme al Programma dell’Aja, costituisce il punto di avvio e di costruzione di nuovi mezzi e metodi per la battaglia. Il Programma dell’Aja del novembre 2004, oltre a disegnare un rinnovato e più forte spazio di libertà, sicurezza e giustizia, indica entro i prossimi 5 anni la data di approdo di tutta questa materia nel «primo pilastro». (Il «primo pilastro» contiene le disposizioni dei Trattati costituenti della Comunità europea, della Ceca e dell’Euratom, la cittadinanza dell’Unione, le politiche della Comunità e infine l’Unione economica e monetaria. Mentre lo «spazio di libertà, sicurezza e giustizia», riorganizzato con l’entrata in vigore del Trattato di Amsterdam, ottobre 1997, rappresenta quello che l’eurogergo chiama, a partire dal titolo VI del Trattato dell’Unione - Maastricht, 1993 - il «terzo pilastro», originariamente della «cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale». Mentre il «secondo pilastro» - politica estera e sicurezza comune - è destinato a conservare ancora il suo «metodo intergovernativo», il «terzo pilastro» che il Trattato costituzionale avrebbe abolito è comunque destinato progressivamente a comunitarizzarsi: il Programma dell’Aja del novembre 2004 - lo abbiamo visto - ha come obiettivo l’approdo di tutta questa materia nel «primo pilastro» entro 5 anni). Il Piano d’Azione indica finalmente anche il tempo entro cui le iniziative devono realizzarsi; parliamo di aree di intervento che vanno dalla lotta ai finanziamenti e dalla protezione delle infrastrutture critiche fino alla promozione del dialogo nella società civile. La presidenza britannica dell’Unione ha dato grande impulso al Piano. Prevenzione, protezione e risposta ne costituiscono i pilastri. Soltanto la prevenzione può garantirci il successo in questa lotta di lunga durata: combattendo il finanziamento delle operazioni terroristiche (da qui la Direttiva sul money laundering e le iniziative per «tracciare» il trasferimento di denaro promuovendo anche nel settore degli aiuti e delle charities un «codice europeo di condotta»), una componente chiave della strategia antiterrore. Nuove azioni e misure sono inoltre in corso sul versante della protezione: tra queste il Programma di protezione per le infrastrutture critiche, con il suo complemento: il network di allerta rapida sui possibili rischi e attacchi. La Commissione si appresta poi a varare una legislazione in linea con le esigenze del versante sicurezza, con l’obiettivo quindi di offrire nuovi e più adeguati strumenti alle autorità di polizia e di intelligence. Soprattutto in direzione di una sempre più spinta cooperazione: una proposta denominata «principio di disponibilità» faciliterà l’accesso ai dati e alle informazioni al settore della sicurezza, con possibilità di interconnessione dei database Dna nazionali. Tutto questo implica poi la crescita della fiducia reciproca tra gli Stati membri e un nuovo, forte impegno finanziario delle istituzioni europee. In tutte le nostre azioni dobbiamo infine assicurare il completo rispetto dei diritti fondamentali. Specialmente in materia di data retention e data protection: la disponibilità e lo scambio di informazioni tra autorità giudiziarie e investigative - di uno stesso Stato membro, o tra Stati membri - richiederà, in parallelo, uno strumento di garanzia per la protezione dei dati.

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Le nostre libertà sono certo più forti del terrore. Ma dobbiamo combattere questo nuovo sanguinario totalitarismo mobilitando e risvegliando anche le coscienze europee. Dobbiamo produrre sicurezza è vero, ma dobbiamo soprattutto vincere la sfida dei valori. Non so se questo sia il nuovo sogno di cui siamo tutti in cerca, in un momento di crisi. Certo è una realtà, dura e difficile, che mette alla prova le nostre menti e i nostri cuori. L’appartenenza religiosa, culturale e sociale dei giovani terroristi suicidi di Londra rende terribilmente concreto un tema diventato pubblico poco tempo fa anche in Italia. Allora si discusse di un commento al Corano - commento intriso di frasi antisemite - diffuso per anni in Italia da una grande organizzazione musulmana. Il tema di oggi è invece presente, con uguale intensità, in tutte le nazioni d’Europa: riguarda, da un lato, il rapporto tra appartenenza religiosa e lealtà verso il modello costituzionale liberale che regola le nostre vite; dall’altro - poiché il problema si pone oggi con il mondo musulmano - la posizione, la formazione e il ruolo delle guide religiose che influenzano la predicazione islamica nelle moschee e nelle comunità islamiche. Accanto alla propaganda antisemita fiorisce, si sviluppa, cresce, un radicale rifiuto del nostro mondo - il mondo dei diritti e della separazione tra Stato e credo religioso - senza che la nostra società, e la politica democratica in particolare, mostri di prenderne coscienza in modo approfondito. Le bombe di Londra rappresentano ora una svolta decisiva, l’ultimo segnale utile per capire quanto una predicazione di odio e di guerra abbia saputo radicare il germe della violenza e del terrore. E proprio tra le seconde e le terze generazioni di un’immigrazione multiculturale che sembrava, nonostante i percorsi difficili dell’integrazione, non dovere e non potere conoscere la svolta radicale e il cosiddetto «martirio», in realtà l’atto estremo della cultura della morte contro la vita. Le ragioni del dialogo sono le ragioni del coraggio. Sono infatti le forme e le parole della religiosità - per quanto piegata a un’interpretazione che con tutta evidenza nega e calpesta qualsiasi fondamento religioso - a rappresentare ora il collante dell’identità di un esercito che comunica attraverso il campo virtuale delle reti. E diventa allora assai delicato, da un lato, il problema della formazione dei predicatori musulmani e del rapporto tra le religioni, tra le fedi; così come diventano decisive la riaffermazione e la difesa del fondamento laico dello Stato.
Un dialogo fondato sul giuramento di appartenenza alla cittadinanza europea. Le bombe di Londra impongono una nuova prospettiva al dialogo: per impedire i conflitti, per costruire «ponti tra civiltà», il dialogo interculturale e interreligioso conserva certo il suo ruolo unico e indispensabile, in tutto il continente. Ma vi è una condizione che dobbiamo alle vittime di Londra, proprio perché questo dialogo maturi, si rafforzi e cresca: che sia fondato sull’attivo riconoscimento di una cittadinanza europea. Una cittadinanza che non conosca sconti e sia fiera di continuare a definirsi dentro uno spazio di libertà, giustizia e sicurezza. Un dialogo fondato dunque sul giuramento di appartenenza alla cittadinanza europea. Che non si limiti cioè a bandire l’intolleranza, il razzismo, la superbia. Che non conosca solo i precetti della negazione, ma affermi positivamente la reciprocità e l’uguaglianza dei diritti e l’impegno a difendere il quadro delle libertà per tutti, affermate nel loro esercizio da uno Stato garante del pluralismo politico, religioso e culturale. Un dialogo i cui attori siano naturalmente in prima fila nella prevenzione e nella lotta contro il terrorismo perché con tutta evidenza ora le ragioni del dialogo sono le ragioni del coraggio. Arriva anche per noi europei, per le nostre generazioni, l’ora della verità: eredi a costo zero di uno straordinario patrimonio di valori e stili di vita, scopriamo ora quanto costi difenderlo e quanto sia ancora forte la bestia del totalitarismo, capace di rendere ciechi il cuore e la mente. Per lunghi anni abbiamo pensato che questa precondizione fosse acquisita, che fosse superfluo proporla. Oggi, purtroppo, dobbiamo prendere atto che non è assolutamente così. In nessuna parte d’Europa. È un’Europa troppo silenziosa quella che vediamo ancora ora. L’Europa deve risvegliarsi perché non vinceremo questa sfida soltanto con la tecnologia e con le sole armi. La sfida dei diritti è anche la garanzia che tecnologie e armi non conquistino le nostre menti e cambino così questo straordinario e fragile mondo di tolleranza, convivenza e libertà che abbiamo ereditato e del cui valore - ora e soltanto ora che è in pericolo - finalmente ci accorgiamo.

 

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