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Il nostro cammino

LIBERAL BIMESTRALE
di Ferdinando Adornato
Liberal n. 28 - Febbraio-Marzo 2005

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Non è facile, soprattutto in un Paese come l’Italia, dar vita a un centro culturale autonomo, fondato cioè, per oltre i due terzi del suo finanziamento, sul proprio lavoro: sulla vendita delle riviste e dei libri, sulle sponsorizzazioni dei convegni, sui contributi economici di club e di amici diffusi nel Paese; e per un altro terzo sui finanziamenti statali previsti per la cultura di qualità. Un centro, insomma, comunque privo di quelle protezioni industriali che, in genere, sono le sole a poter garantire una vita sicura. Spero perciò che sarà perdonato a chi scrive manifestare un piccolo peccato d’orgoglio nel tempo in cui liberal compie dieci anni.

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Dieci anni. Quando abbiamo cominciato, nel marzo del 1995, due lustri di vita ci apparivano come un traguardo avveniristico. Iniziative come la nostra, quasi sempre toccate dal germe di una qualche follia, di solito non durano che pochi anni. E infatti quando nel gennaio del 2000, siamo stati costretti a chiudere il settimanale, affrontando una situazione gravemente critica, più d’uno pensò che l’esperienza di liberal fosse giunta alla fine. Non fu così. Non fu così perché abbiamo avuto fede, abbiamo continuato a crederci: e forse anche perché la storia che ci gira intorno racconta l’attualità delle nostre idee. Non a caso fede e storia sono due parole chiave del nostro universo culturale…

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Dieci anni fa. Ricordo con nitidezza, quasi fosse ieri, la telefonata a Ernesto Galli della Loggia con la quale gli proponevo il progetto. Ernesto prima e meglio di me era andato «oltre la sinistra» e aveva rielaborato con la forza della sua intellettualità civile i negletti percorsi nazionali della cultura liberale. Insieme cercammo Giorgio Rumi. Con lui, storico di vaglia, lombardo e cattolico, uomo di rara ironia e saggezza, avremmo cercato di rappresentare l’unione di quelle culture laiche e cattoliche che, per arrivare a disegnare il sentiero di una nuova storia italiana, muovevano verso il superamento della loro antica «alterità». Verso il superamento, cioè, dell’anomalia italiana per eccellenza: la questione romana, la sindrome di Porta Pia. L’idea di fondo era dunque quella di promuovere una nuova alleanza tra l’umanesimo laico e quello cristiano intorno ai concetti chiave del liberalismo popolare. Liberal dunque non nell’accezione «progressista» americana: ma come nuovo logo (e anche nuovo logos) per rilanciare l’assai poco frequentata cultura liberale in Italia.

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Tre anni di mensile segnarono questa strada, con l’aiuto di tantissimi e illustrissimi amici mentre Massimo De Angelis e Oscar Giannino pilotavano assieme a me quella piccola vettura. La nascita della fondazione, qualche mese dopo, la rese un po’ meno piccola. La strada, comunque, era a tutti chiara. Era una strada lungo la quale fede e ragione cercavano nuovi paradigmi di lettura del mondo e inedite occasioni di reciproca intesa. Incontrammo così il Cardinal Ruini e la saggezza del nuovo progetto culturale della Cei da lui elaborato. Incontrammo anche Francesco Cossiga, liberaldemocratico d’origine controllata, resistente nello spirito, che non aveva sostituito né Locke né Toqueville né De Gasperi né Sturzo con Giuseppe Dossetti. D’altronde la nostra idea della democrazia riconosceva la maternità ideale della rivoluzione di Filadelfia, non la paternità politica della rivoluzione di Parigi. Cominciammo perciò a scontrarci con il laicismo e i diversi corifei del relativismo culturale. Era una strada, la nostra, lungo la quale il revisionismo storico si trovava a combattere i luoghi comuni (dominanti) sull’interpretazione del Novecento europeo, favorendo per questa via una visione più obiettiva della nostra stessa storia nazionale che era stata lacerata in più punti: in primo luogo dalla trasformazione dell’antifascismo in ideologia e in secondo luogo dall’uso meramente governativo (e non fino in fondo culturale) dell’anticomunismo. Lungo questa strada incontrammo Renzo De Felice e François Furet. Ci scontrammo, invece, con Bobbio.

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Era una strada, infine, la nostra che esaltava la cultura riformista, da sempre trattata in Italia come una Cenerentola e, a tal fine immaginammo di far funzionare la fondazione come un vero e proprio think-thank, teso a disegnare il tableau di una seconda modernizzazione italiana, economica e istituzionale. Lungo questa strada incontrammo esponenti di punta dell’imprenditoria italiana, da Romiti a Tronchetti Provera, da Della Valle a Alfio Marchini (che ci aiutarono a metter su casa) e, assieme a loro, battitori liberi della nostra vita pubblica da Baldassarre a Panebianco, da Romano a Maccanico, da Martinazzoli a Sergio Romano. Avemmo anche il grande privilegio di avere nel primo comitato scientifico della fondazione Carlo Azeglio Ciampi cui va oggi, anche da queste pagine, il nostro deferente saluto.

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Un tale orizzonte culturale, civile, istituzionale non poteva non avere evidenti ricadute politiche. È innegabile, basta scorrerne le pagine, che la visione del mondo proposta fin dall’inizio da liberal fosse in tutto alternativa agli schemi ideologici di ciò che in Italia si chiama sinistra: anche nella sua versione post-comunista. Eppure, per una sorta di «complesso di obiettività» di una rivista che si voleva indipendente, oppure perché non era ancora spenta la luce di una possibile evoluzione culturale della sinistra, liberal scelse una collocazione politica che oggi sarebbe definita «terzista». Si può anzi dire che proprio su liberal si sperimentarono le prime prove di «terzismo»: il mensile e la fondazione si spesero politicamente per dare anche all’Italia una moderna democrazia dell’alternanza, nella quale gli avversari si riconoscessero come tali e non si perseguitassero come nemici, fondando la loro legittima competizione su una reciproca legittimazione. Ci battemmo per una Grande Riforma dello Stato che potesse essere condivisa sia dal Polo che dall’Ulivo, guardammo con simpatia al tentativo di un governo Maccanico per le riforme e la fondazione organizzò per la prima (e unica) volta un positivo e pubblico confronto «faccia a faccia» tra Silvio Berlusconi e Massimo D’Alema neo-presidente della nuova commissione bicamerale per le riforme. Positivo, anzi positivissimo confronto. Ma, come si sa, la politica ha le sue ragioni che alle volte la ragione non conosce. La bicamerale fallì: e ancora si discute in Italia sulle responsabilità di quell’ennesima occasione perduta.

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Le idee di liberal avevano successo, ma la sua diffusione non permetteva di raggiungere una massa di persone sufficientemente ampia. Perciò nacque la scommessa del settimanale. Sapevamo di perdere l’appoggio di qualche amico industriale già impegnato nella gestione di più rilevanti mezzi di comunicazione. Sapevamo anche che sarebbe stato proibitivo reggere una sfida del genere senza il sostegno di qualche grande editore. Sapevamo infine che si sarebbe in parte smarrita quell’atmosfera familiare (con tutti i suoi pregi, ma anche i suoi tic) che fino ad allora aveva caratterizzato le riunioni di redazione, ma il gioco sembrava valere la candela. Del resto, come ho già detto, se qualche germe di follia non ci avesse contagiato, liberal non sarebbe mai nato. Inoltre l’Italia era piena di gente (e forse ce n’è tanta anche oggi) che riteneva non adatte a un Paese moderno, chiaramente al di sotto degli standard occidentali, le pubblicazioni settimanali maggiormente in voga. Perciò tentammo. Furono due anni faticosissimi, ma anche straordinari. Sarà che le pagine ingiallite assumono sempre di fronte agli occhi del lettore un fascino incomparabilmente più intenso che le fresche pagine dell’attualità, ma (non è solo una mia impressione) a rivederli oggi quei numeri di liberal settimanale sembrano assai più belli di quanto apparissero allora. Alle tradizionali e già significative firme del mensile si aggiunsero prestigiosi contributi del mondo della cultura e della politica internazionale. Il nostro tentativo era quello di trasmettere le stesse identiche idee e di condurre le medesime battaglie del liberal mensile in forma più divulgativa e di massa. La collocazione politica, rimase «terzista» ma solo per ciò che riguardava lo scenario italiano: perché non si poteva rimanere neutrali di fronte agli avvenimenti che si andavano affermando sullo scacchiere mondiale. In altri termini, la scelta filosofica tra Filadelfia e Parigi era destinata ben presto a trasformarsi in una vera e propria scelta di campo tra le ragioni dell’interventismo democratico e quelle di un pacifismo unilaterale sempre pronto a schierarsi contro gli Stati Uniti al costo di trovarsi al fianco dei peggiori dittatori.

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Così successe alla fine degli anni Novanta con Slobodan Milosevic. Al tempo del Kosovo il settimanale condusse un’intensa campagna a favore dell’«ingerenza umanitaria» e dell’intervento militare delle nazioni democratiche, segnalando il tardivo risveglio dell’Onu dopo decenni di massacri in Bosnia e, soprattutto, le sue croniche ambiguità che lo rendevano e lo rendono un’organismo da ripensare totalmente. Incontrammo allora sulla nostra strada quello che oggi è un nostro caro amico, André Glucksmann (che avrebbe portato in dote a liberal l’attenzione, pressoché unica nella stampa italiana, al drammatico caso della Cecenia) assieme alla sua cara e sapiente moglie Françoise. Al momento dell’intervento in Kosovo, la sinistra italiana, forse perché era al governo, resistette alla pressione delle forze pacifiste che pure le fecero perdere la maggioranza parlamentare. Qualche anno dopo, non sarebbe più stato così. È storia di oggi: il fronte antiamericano si è espanso fino a coinvolgere tutta la sinistra italiana e buona parte di quella europea (con la solita eccezione di Blair) nonché, purtroppo, l’inciprignita Francia di Chirac.

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Nel gennaio del 2000 il settimanale cessò le pubblicazioni e nel giugno di quell’anno liberal prese a uscire nella sua attuale veste, con periodicità bimestrale. Assieme a Renzo Foa riuscimmo a centrare un’impresa che sulla carta appariva proibitiva: quella di non subire più di tre mesi di «vuoto» editoriale. Anche la fondazione, che era un po’ entrata in sonno (dato che il giornale assorbiva quasi tutte le nostre energie), rilanciò i suoi temi e le sue iniziative. Per la storia di liberal si trattava del terzo mutamento editoriale (mensile, settimanale, bimestrale) e del primo mutamento geopolitico. Il bimestrale, infatti, abbandonò lo schema «terzista». Le polemiche sulla politica internazionale, infatti, non erano polemiche qualsiasi. Esse richiamavano in modo esplicito i valori di fondo della civiltà occidentale e pretendevano di «rompere» con le ambiguità dell’ideologia neutralista. Inoltre, la mancata evoluzione riformista della sinistra ci fece ritenere, più nettamente che nel passato, che se era vero che il principale ostacolo alla modernizzazione economica, politica e culturale del Paese era la sinistra, come da noi sempre sostenuto, ebbene solo attraverso una sua radicale sconfitta che la costringesse a mutare davvero anima e non solo nome, l’Italia avrebbe potuto rinascere. Non era più tempo di equidistanze.

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Anche perché le difficoltà attraversate dal centrodestra, coalizione storicamente inedita per l’Italia, pretendevano che ci si desse da fare per contribuire alla sua crescita. Soprattutto di fronte alle evidenti inadeguatezze della sinistra, non si poteva perdere l’occasione di provare a dare all’Italia un partito liberale di massa, un Centro che prendesse le mosse proprio da una nuova alleanza liberale tra laici e cattolici che noi da sempre preconizzavamo. Del resto, tutto si poteva rimproverare a Berlusconi ma non certo di non aver proposto che l’identità di Forza Italia a quelle coordinate facesse riferimento. Il Polo delle libertà era in sintonia con tutte le battaglie promosse da liberal: che senso aveva allora assumere un’aristocratica e supponente distanza basata esclusivamente sulla ritrosia a riconoscersi nella sua classe dirigente? Non era più generoso e utile, al contrario, sporcarsi le mani insieme e, con umiltà e tenacia, contribuire a rendere migliori le cose? Essere liberali vuol dire sentirsi perennemente in minoranza, senza appartenenza, élite tra le élite, distillatori di saggezza eterologa o vuol dire provare a misurarsi per la prima volta nella storia d’Italia con la concreta possibilità di indirizzare la storia verso nuovi traguardi? E non c’è forse nel primo atteggiamento una sorta di imitazione coatta di quella sindrome di sentirsi i migliori che da sempre alberga negli intellettuali di sinistra? Sono in fondo ancora queste le domande che distinguono il gruppo di liberal da chi ancora oggi si dichiara «terzista».

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La svolta geopolitica del bimestrale ci ha portato a misurare le nostre battaglie nel perimetro dell’area culturale disegnata dalla Casa delle libertà. Abbiamo incontrato Silvio Berlusconi, seguendolo nella sua visionarietà ma contribuendo alla sua praticità riformista. Abbiamo incontrato i dirigenti e i militanti di Forza Italia e degli altri partiti della coalizione che in questi ultimi anni ha governato l’Italia. È un mondo disordinato, ma anche la libertà è tale. È un mondo ancora alla ricerca di un saldo denominatore comune: ma nonostante tutto esso può ormai definirsi intorno a tre culture fondamentali: quella cristiano-liberale, quella nazionale, quella federale. Le differenze programmatiche sono assai minori di quelle che agiscono a sinistra. Se non sono già unificate, sono senz’altro unificabili. Obiettivo per il quale il bimestrale e la fondazione liberal continueranno a dare il loro contributo. In fondo quella che era l’utopia che liberal espresse fin dal suo primo numero, quella cioè di arrivare un giorno ad avere in Italia un polo alla Kohl e uno alla Blair, perlomeno per ciò che attiene alla prima parte del progetto se non è a portata di mano è certamente a portata di storia. Solo cecità o autolesionismo, infatti, possono impedire alla Casa delle libertà di raggiungere, entro il prossimo decennio, il traguardo.

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Dentro la Casa delle libertà, dunque. Dentro la grande e variegata area liberale e popolare europea. Ma senza per questo limitare i nostri sguardi e le nostre curiosità. Anzi, essi, in questi ultimi anni, si sono in qualche modo allargati dal momento che abbiamo sentito crescere l’attenzione nei nostri confronti e quindi, di conseguenza anche la nostra responsabilità. La rivista ha proseguito lungo l’orizzonte di sempre e la fondazione ha dato inizio a un periodo straordinariamente fecondo della sua attività.

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Le giornate internazionali del pensiero filosofico, il meeting internazionale sull’istruzione, i Colloqui di Venezia, le giornate internazionali del pensiero storico, il seminario di Todi: quasi un evento ogni tre mesi, schema che si ripete ormai da tre o quattro anni. Si è trattato e si tratta di «incontri globali» sempre segnati da una dialogo tra la politica e la cultura italiana e quella del resto del pianeta. Non c’è altro modo, nell’attuale tempo storico, di pensare la realtà. Lungo questa strada, che ha cominciato a realizzare l’obiettivo iniziale della fondazione, quello di dar vita a un think-thank internazionale, abbiamo incontrato tante persone di valore dalle quali abbiamo appreso cose importanti sulla vita contemporanea. Da James Hillmann a Joseph Ratzinger, da Ernst Nolte a Abraham Yehoshua, da Angelo Scola a Rino Fisichella, da José Maria Aznar a Federico Trillo e Wolfgang Schäuble e tanti altri ancora. Momenti d’amicizia e momenti di riflessione si sono intrecciati in un concerto di progetti comuni. Il tempo li giudicherà.

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Nel frattempo il bimestrale si è arricchito di una nuova proposta editoriale: liberal risk, un allegato quadrimestrale dedicato alla geopolitica mondiale. Uno strumento di riflessione sulla nuova era aperta prima dall’89 e poi dall’11 settembre che, mano a mano è diventato l’organo di un vero e proprio gruppo di pressione (il Comitato Difesa 2000 coordinato da Michele Nones con la partnership di Finmeccanica) di coloro che, tra esperti di difesa, appartenenti alle nostre Forze Armate o persone impegnate nell’industria militare hanno a cuore che l’Italia e l’Europa non siano seconde a nessuno nel mondo nel campo della sicurezza.

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Una particolare consonanza politica, culturale e perfino organizzativa è maturata in questi anni con gli amici americani. Michael Novak, Kim Holmes, John Bolton, Richard Perle, Bill Kristol, Helle e Reginald Dale sono stati in questi anni un nostro costante interfaccia. L’American Enterprise Institute e l’Heritage Foundation, due delle più grandi istituzioni culturali degli Stati Uniti, il nostro punto di riferimento. Si tratta degli ambienti nei quali sono maturate le idee di coloro che oggi sono comunemente definiti neo-conservatori. Alcuni di essi hanno abbandonato un’antica simpatia per le idee della sinistra nel momento in cui hanno capito che la «religione della libertà» non poteva più abitare in zone del pensiero contaminate dal relativismo culturale. In piccolo è un percorso che riguarda anche alcuni dei protagonisti di liberal. Non senza ragione infatti diversi commentatori italiani hanno a volte etichettato anche noi (ma non solo noi) come «neo-con» o «teo-con». Non ci dà fastidio. L’importante è capirsi sui contenuti. Noi, assieme ai nostri amici americani, ci battiamo perché, dopo che con l’11 settembre è stata dichiarata una nuova guerra mondiale contro l’Occidente, quest’ultimo abbia gli strumenti culturali necessari per affrontarla e vincerla. Ci battiamo perché l’Europa sia consapevole della sua storia e della sua cultura di libertà perché, dopo essere stata annichilita dai totalitarismi, essa non venga oggi sterilizzata dal relativismo e dal pacifismo unilaterale. Ci battiamo perché, esaurito l’ordine mondiale della guerra fredda, il club delle democrazie del pianeta si ritrovi intorno a una nuova carta di principi e a nuove istituzioni che ispirino la diplomazia del pianeta nell’era globale. Ci battiamo per l’avvento della libertà globale.

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Oggi, infatti, la libertà è di nuovo messa in discussione. Militarmente, politicamente, culturalmente. Non sempre e non solo dai suoi avversari: ma purtroppo, alle volte, anche dall’interno di nazioni e culture che dovrebbero rappresentarla. Non è la prima volta nella storia, non sarà forse l’ultima. Ma questa è la nostra storia, è la storia del tempo della nostra vita. Perciò gli ultimi anni di liberal sono segnati da questa emergente e impellente sensibilità.

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In questi dieci anni, dunque, abbiamo cambiato geopolitica, ma non abbiamo mai cambiato idea. Né abbiamo mai cambiato il nostro metodo di approccio ai temi e ai problemi dell’attualità. Il lettore che avrà la pazienza di scorrere queste pagine nelle quali abbiamo racchiuso «il meglio di liberal», avrà modo di verificarlo. Troverà i nostri pregi e i nostri tic. Di alcuni di questi ultimi siamo consapevoli: evidentemente non riusciamo a cambiarli. La storia raccontata in queste pagine è la storia di una nuova strada. Pensata, proposta, tentata. Oggi questa strada è seguita con maggiore attenzione. Dopo dieci anni liberal non è più solo una rivista, una fondazione, una casa editrice: è anche un insieme di club che operano in tutta Italia e che organizzano una rete di pensieri e di attività decisive alla formazione del mondo liberal-popolare.

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A tutti coloro che hanno lavorato a liberal, a tutti coloro che credono nel nostro progetto e che ci hanno seguito e ci seguono, a chi ci onora del proprio prezioso contributo intellettuale e politico, agli sponsor che hanno reso possibili le nostre iniziative, va il nostro ringraziamento di cuore. In fondo, ci siamo sempre sentiti una come una specie di famiglia. Chissà se avremo di fronte altri dieci anni. Liberal non ha certo ancora un «sistema» di protezione economica così solido. In ogni caso, oggi come allora, guardare a «fra dieci anni» ci appare avveniristico. Chissà. Dipenderà ovviamente da noi: ma dipenderà anche a chi con noi vorrà camminare. La strada è la stessa.