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Il partito unico c’è già: basta farlo

LIBERAL BIMESTRALE
di Adolfo Urso
Liberal n. 32 - Ottobre-Novembre 2005

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Guardo indietro, ritrovo appunti e fogli sgualciti. Rivedo i volti, rivedo lo sguardo intenso di Pinuccio Tatarella e di tanti amici che in quei giorni appassionanti di fine ’92 decisero di tentare un’avventura. Li rivedo e non posso non pensare al clima di quelle settimane. Non mi viene alla mente né il Raphael né i processi sommari, non mi viene alla mente né la svalutazione della lira né il negoziato per il cambio lira-euro (ah!). Mi viene in mente il ragionamento che in quel gruppo di amici e intellettuali condividemmo: Alleanza Nazionale, come ci suggeriva in quei giorni Domenico Fisichella, doveva vedere la luce come alternativa a destra di un contenitore unico del centrosinistra. Alleanza Nazionale, doveva essere, in nuce già un partito unico; doveva averne le anime (nazionale, liberale, cattolica) e la vocazione. Rivedo quegli appunti e ripenso all’autostrada che, diverse volte mi ha portato a Todi. Ripenso che un gruppo di persone che quel progetto del ’92 non l’ha, in realtà, mai abbandonato. E allora, se penso ad Alleanza Nazionale, penso innanzitutto che il progetto che ne costituì la base trova nella casa comune del centrodestra il suo compimento non la sua negazione.

Dieci anni di immagini
Penso alla grande avventura di dieci anni di centrodestra. Penso al carisma che ha evocato, sin dall’inizio, il nostro leader, al miracolo del successo, della sfida vincente; penso al suo ruolo di cerniera - e Forza Italia è stato il partito-cerniera - tra An-Cristiano democratici e Lega. Penso a una coalizione nata con la scesa in campo di Berlusconi mentre vedo dall’altra parte una coalizione di centrosinistra nata con il governo Dini, come antagonismo a Berlusconi. Noi per, loro contro, sempre e comunque riferendosi a Berlusconi quale discrimine identificatorio. Penso a come sia stato deleterio per tutti, Berlusconi per primo, che attorno a un problema di leadership e di «legittimità», quasi genetica, si sia svolta la disputa politica di uno dei Paesi più industrializzati del mondo. E allora penso che dobbiamo passare dalla coalizione a immagine di Berlusconi, a un partito unico con Berlusconi leader. Superare un’anomalia che abbiamo subito, liberare le potenzialità della politica. Ripenso, riguardo i fogli di quei giorni, più di dieci anni fa; ripenso a un peccato capitale che nel ’94 portò la coalizione del Polo delle libertà e del Buongoverno a entrare in crisi nella rottura con la Lega e non può non venirmi in mente che la coalizione della Casa delle libertà ha fatto registrare le proprie difficoltà proprio sul mai risolto tema del cosiddetto «Asse del Nord», la presunta saldatura con la Lega. Il primo governo Berlusconi cade nel gennaio ’95 perché si ruppe l’alleanza del Nord; il secondo governo Berlusconi entra in crisi quando prevale l’asse del Nord, nella metafora di una devolution malpercepita. E con esso entra in crisi Forza Italia, il partito-cerniera tra An-Udc e Lega ma anche tra Nord e Sud. Oggi dobbiamo costituire un partito omogeneo, territorialmente e politicamente, che con FI-An-Udc sia alleato della Lega e di altre forze non pienamente riconducibili al solco popolare. Il tronco della nuova coalizione dovrà essere il nuovo partito centrale, senza la Lega ma alleato della Lega. Un partito nazionale con varie forze locali, un tronco con rami rigogliosi.
E ciò dovrà favorire nuove sintesi, esattamente ciò che non è stato percepito nelle posizioni espresse dai leader della Casa delle libertà. Seppure infatti è innegabile che le frequenti tornate elettorali abbiano rappresentato un necessario momento di distinzione e visibilità, con i partiti impegnati a «intitolarsi» le singole battaglie, non possiamo non cogliere nell’elettorato un desiderio di una maggiore coesione, il rifiuto altresì di una polifonia che, nel migliore dei casi disorienta, nel peggiore allontana. Una Casa delle libertà che, intenta nei litigi, si allontana sempre più dai problemi reali, quotidiani, dei cittadini, deve aprirsi, invece, a una aggregazione «comune» nel senso di condivisa e nel senso di quotidiana. Un’aggregazione nel solco dei partiti popolari. Il popolarismo europeo ha avuto nel decennio scorso una sua chiara evoluzione, sull’impronta di Aznar e Khol, e dall’Italia con Berlusconi. Ma Aznar e Kohl sono ormai fuori scena. E Berlusconi risente di troppi pregiudizi a livello europeo. Nel partito popolare europeo vi sono inoltre due differenti linee che ancora oggi si confrontano, tra coloro che sono stati favorevoli all’intervento in Iraq e sono la maggioranza e coloro che ne sono stati decisamente contrari con in testa Chirac. La soluzione sta proprio nell’evoluzione della politica francese. Il modello a cui dobbiamo fare riferimento è proprio quello di Sarkhozy. Il nuovo leader dell’Ump è nel contempo fortemente europeista ma atlantico, laico ma non laicista, liberale ma solidarista. Il suo libro (Le religioni, la Repubblica, la speranza) ha posto le basi di una rivoluzione politica in Francia, nella destra francese e nello Stato francese, ponendo in discussione il caposaldo della separazione tra fede e politica (facendone salva la distinzione). In tal senso, recuperando il rapporto con la destra americana, valori e programmi di Bush, riafferma i valori giudaico-cristiani dell’Europa e nel contempo può meglio capire e governare il fenomeno dell’Islam, altrimenti impossibile e addirittura conflittuale con il laicismo della politica e della Stato francese. È questo il solco di un nuovo soggetto, ma anche di quell’ispirazione di oltre dieci anni fa. Che oggi si compirebbe.
Allo stesso tempo la collocazione internazionale è di grande rilevanza, oggi più di ieri, perché le categorie della politica sono europee e globali. Il nuovo partito deve essere nel contempo europeo, profondamente legato alle radici e ai valori europei, fautore di un’Unione politica e non meramente burocratica, delle sue radici giudico-cristiane, e dei suoi valori di libertà; e nel contempo, atlantici, tanto più importante in Italia, per la nostra storia politica. Abbiamo un solo Occidente. E dobbiamo riaffermarne valori e radici. Bush lo fa in America, Aznar lo ha fatto in Spagna, Sarkhozy lo sta facendo in Francia. La Chiesa di Wojtyla ha vinto la battaglia contro la dittatura comunista, la Chiesa di Ratzinger sarà impegnata nella battaglia contro la dittatura del relativismo. Il muro dell’Est e il muro dell’Ovest. Un altro dato interessante: è progressivamente emersa, su scala europea, la debolezza di processi «verticistici» alla base dell’Unione: dalla forzatura percepita da imprese e governi dei vincoli del Patto di stabilità, alla freddezza con cui le opinioni pubbliche guardano al Trattato Costituzionale al malpercepito ruolo della Bce nella politica dei cambi dell’euro… Al contempo si è consolidata e rafforzata una «cultura» dei processi democratici che creano uno spirito comune europeo, soprattutto nella saldatura delle «famiglie politiche» continentali, ove si sta con forza riproponendo un bipolarismo centrodestra vs centrosinistra, popolarismo-socialismo. Si percepisce sempre più, in sostanza, che le politiche nazionali devono integrarsi sempre più con quelle europee, non solo in termini ricettivi ma anche propositivi; un’Europa «comune», che sa distinguere parametri da vincoli, convergenza da omologazione, … ma che sa anche distinguere cultura religiosa reale da ingegneria costituzionale teorica, famiglia come istituzione naturale da unione come vincolo di diritto positivo. E ciò vale anche in termini di riferimenti culturali: si è realizzato in questi anni un progressivo avvicinamento (fino a potersi parlare in alcuni casi di saldatura) fra quel pensiero conservatore, di matrice cattolica e identitaria, attento ai richiami del diritto naturale e alla partecipazione civile, e il pensiero laico non relativista, liberale straussiano, attento a fondare le proprie battaglie non su retaggi pensierodebolisti ma sulle conquiste civili e di libertà ancorate a una cornice di principi «metagiuridici». Una osmosi che ha portato all’affermazione di visioni che, nel caso del pensiero conservatore e identitario, attingono a una maggiore fiducia nella ragione umana (presupposto della lotta alla «dittatura del relativismo») e superano un vecchio refrain antimoderno del pensiero cattolico; nel caso del pensiero laico liberale lo «liberano» (appunto) delle derive nichiliste evitando un «precipitato filosofico» laicista. Esperimento di questa visione sono numerose riviste e quotidiani dove esponenti tradizionalmente provenienti dal mondo laicista e vagamente antireligioso esprimono oggi posizioni su bioetica, radici culturali e religiose, diritto della famiglia e libertà di espressione delle confessioni religiose testimonianza di un profondo percorso culturale, speculare a un pensiero tradizionale, cattolico e nazionale, che riconosce come centrali alcune conquiste civili e tecnologiche della modernità. Su queste coordinate si muove oggi la politica, in ogni parte dell’Occidente. E tanto più in Italia, dove più forte è l’impronta culturale cattolica. In questa legislatura, abbiamo dato risposta alla politica dei valori, nella difesa della vita e della persona, nella famiglia e nella società, anche nel volontariato e nell’associazionismo, certamente nell’affermare e nobilitare il valore della Nazione e delle radici cristiane. Se due sono sempre state le coordinate della politica italiana, valori e interessi, come insegna l’esperienza democristiana; sul primo fronte dobbiamo solo proseguire sulla strada intrapresa e il partito unico può farlo meglio e di più, senza ambiguità. Sul secondo fronte, invece, come dimostrano le recenti prese di posizione dei massimi esponenti confindustriali e sindacali, non si è saldato ma anzi indebolito (e non sempre e solo per colpa nostra) il blocco sociale maggioritario, che si reggeva su imprese-professioni-pubblico impiego. Alcune categorie che sempre hanno votato per i partiti moderati sono in forte difficoltà: pensiamo ai professionisti, pensiamo alle piccole imprese e agli artigiani, pensiamo ai lavoratori del pubblico impiego che hanno spesso fatto da contrappeso, con i coltivatori diretti, al prevalere della sinistra presso i lavoratori dell’industria. Dobbiamo cambiare rotta, formando una coalizione sociale, individuando gli interessi prevalenti e decisivi, laddove si possono rendere compatibili con una politica del risanamento e del rilancio.

Istantanee di futuro
Avrebbe senso in questa fase, alla luce delle summenzionate premesse, procedere alla realizzazione tout court di un partito unico di tutta la «vasta coalizione»? Tale prospettiva, a dire il vero comprensibilmente, è giudicata prematura da larghe fasce dell’opinione pubblica e dei partiti per almeno due ordini di motivi: in termini politici, perché vi sono elementi di incompatibilità in parte della coalizione; in termini elettorali, perché non si può modificare la legge elettorale, abolendo la quota proporzionale, senza il consenso della sinistra, che non sembra intenzionata a darlo (mentre si potrebbe rendere più corretto il processo con norme anti liste-civetta e anti liste di disturbo). La soluzione migliore sembrerebbe quella di un partito prevalente e aggregante composto dalle forze che hanno fondato la coalizione e che si sono trovate sempre e comunque insieme, nella buona e cattiva sorte, nelle elezioni politiche e amministrative e che quindi possono completare questo percorso comune. Forza Italia, An e Udc sono nate insieme e insieme hanno fatto nascere la coalizione: condividono valori comuni e non solo programmi comuni. La soluzione migliore, nell’attuale condizione politica e con l’attuale legge elettorale è un partito comune di FI-An-Udc, con la Lega e le altre forze autonomiste come alleati strategici e con un programma comune di governo, tentando il recupero dei socialisti di De Michelis, dei radicali di Emma Bonino, e con un accordo di desistenza con la lista di Alessandra Mussolini. In sostanza una coalizione a più velocità o a geometrie variabili. Il partito comune, il tronco robusto, potrebbe contare su circa il 40% dell’elettorato, ed esprimerebbe chiaramente l’asse della coalizione, alternativo all’Ulivo. La Lega e le autonomie ne sarebbe alleate strategiche mentre alleanze ad hoc prenderebbero forma con alcune forze, socialisti, radicali e repubblicani, che nel contesto europeo fanno parte di altre famiglie, non collocabili nel centrodestra, con le quali, per evidenti motivi «nazionali» (la sinistra italiana è prevalentemente a matrice ex comunista: anomalia appunto solo italiana) sono alleati sul piano programmatico del centrodestra.
È fuorviante, in tal senso, porre l’alternativa Partito delle libertà o Partito popolare europeo. Il nuovo partito deve essere nel contempo inserito nel filone del bipolarismo europeo e quindi nel Partito popolare europeo e frutto della naturale evoluzione del Polo oggi Casa delle libertà. Deve essere nel contempo ancorato alla nostra storia e a quella europea. La nostra storia è quella delle libertà, che è l’unica denominazione sempre presente, perché identifica noi ma anche i nostri avversari: identifica noi, quali fautori delle libertà, libertà della persona, della famiglia, dell’educazione, dell’impresa e della nazione; identifica gli altri, che evidentemente non possono definirsi tali, perché eredi in prevalenza della tradizione comunista. Non perdiamo questo vantaggio linguistico-lessicale ma anche etico e storico: noi le Libertà, come sempre, loro evidentemente altro. Ma il Partito delle libertà deve essere chiaramente collocato in sede europea nel Partito popolare. Forza Italia e Udc ne fanno già parte, i parlamentari di Alleanza Nazionale possono con facilità aderirvi. Non si tratta di far entrare An nel Ppe, per il semplice motivo che An confluirebbe nel nuovo partito nazionale e quindi non esisterebbe più come soggetto politico autonomo, ma i suoi parlamentari, cosa molto più facile e veloce. Anche per tale motivo, Lega, socialisti, repubblicani e radicali dovrebbero restare soggetti autonomi, ma alleati. La loro storia e la loro politica non è allo stato e forse, per alcuni, non lo sarà mai, compatibile con quella dei popolari europei. Il nuovo partito sarebbe auspicabile che nascesse prima delle elezioni, ma se ciò non fosse possibile, la sfida non va persa, semmai rilanciata dopo le consultazioni. Personalmente mi auguro che ci possa essere uno scatto di remi proprio nella parte finale di questa legislatura. Il perché è semplice. Dobbiamo realizzare lo stesso effetto innovativo che ci fece vincere nel ’94. Anche allora la sinistra era convinta di aver già vinto. Chi non ricorda la marcia trionfale della gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto. Allora, tutto avvenne in tre-quattro mesi, tra la fine del ’93 e l’inizio del ’94 e la novità sorprese gli avversari, creando interesse ed entusiasmo. Abbiamo la possibilità di farlo anche oggi, ma dobbiamo agire con altrettanta novità e coraggio. Non basta la Federazione; le liti Margherita-Ds dimostrano come le vie mediane raramente risultano vincenti. È assolutamente necessario il partito unico. La grande novità capace di convincere gli incerti, mobilitare gli elettori, smuovere gli apatici e i rassegnati, attrarre gli indecisi, motivare chi si astiene.
 

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