A evitare ipocrisie: questo termine o concetto o filosofia (che nel nostro tempo è sinonimo di «globalizzazione», dall’anglosassone global cioè mondiale), non ha mai goduto di buona reputazione. Per dirla con Federico il Grande, re di Prussia: «Il mondo somiglia a una partita di gioco alla quale partecipano persone oneste, ma anche bricconi che barano». (Correva l’anno 1740). Chi sono gli «onesti» e chi sono i «bricconi»? Stando al politicamente corretto, la mondializzazione sarebbe un autentico flagello: distrugge ambiente e culture, impoverendo il pianeta sotto ogni profilo. Per l’economia, saremo alla mercé delle multinazionali oligopoliste e avide; per la finanza al vorticoso e incontrollabile tourbillon dei capitali. Fra i globalizzatori dunque, ben pochi onesti e legioni di spregiudicati masnadieri. Secondo una vulgata che va di moda nell’intellighenzia di sinistra (quella che ha eretto a simbolo apocalittico Jeremy Rifkin) il «vero progresso» dell’umanità andrebbe ricercato battendo altre strade, anche se quali non si sa dire, se non moltiplicando i «no». Processo mentale sconcertante, che costringe una valutazione di fondo: le «sinistre» specie nelle versioni movimentiste ed extraparlamentari, paiono essere divenute il baluardo della paura nel futuro. Invocando sempre più Stato e sempre meno libertà economica. Fenomeno che si tocca con mano soprattutto sul Vecchio continente, e in Italia. Proviamo a fare un passo indietro, agli anni Cinquanta. L’Europa era divisa dalla Cortina di ferro: da una parte il liberalcapitalismo tiepido, dall’altro un «socialismo reale» arrogante. E per chi batteva il cuore delle sinistre? Fu una pulsione talmente forte che portò i partiti (socialisti e comunisti) occidentali, a organizzare una tenace battaglia contro il Mercato comune, allora a «sei». Certo, vi erano motivazioni ideologiche e il fascino del modello sovietico, ma come non ammettere un substrato di paura per il cambiamento? L’Europa si fece nonostante i supposti «progressisti», per merito di conservatori illuminati quali De Gasperi, Adenauer, Schuman. Intrigante: le sinistre denunciavano il pericolo di una rottura delle strutture nazional-autarchiche, che avrebbero causato impoverimento e disoccupazione. Ricordo i cortei che inalberavano striscioni tipo: Mec = Miseria. Poi, oltre che per l’Urss, presero a tifare per la rivoluzione maoista che avrebbe «liberato» Terzo e Quarto mondo dalla povertà. In taluni ambienti, l’antiglobalismo viene insomma da lontano. Con tendenza al perseverare, e scarse concessioni all’autocritica. Infatti, se adesso l’Europa «piace», è accarezzando (senza confessarlo ufficialmente, ovvio), l’idea di un continente autosufficiente, pertanto neo-autarchico, in contrapposizione agli Usa.
La paura, sempre pessima consigliera, è generatrice di contraddizioni. Ad esempio: il fascino della Cina si è trasformato in un incubo, per via della concorrenza; Paesi come Taiwan, Corea del Sud, Thailandia, Singapore, Sud Africa, guardati con differenza, per il solo fatto di aver saputo, liberalizzando, sviluppare potenzialità inesplorate. E non sta facendo altrettanto la Russia, una volta gettata alle ortiche la camicia di forza del socialismo? Per non dire del «miracolo giapponese». Ora, piaccia o meno, questo progredire dell’umanità, va messo a credito della mondializzazione. Dove esporterebbero infatti questi Paesi, in presenza di un pianeta a compartimenti stagni? Un’infinità di studi, statistiche, testimoniano del costante aumento della vita media giunto a livelli mai conosciuti, financo nelle aree più demunite. Di pari passo, sebbene la popolazione mondiale sia quadruplicata nell’arco di un secolo, la mortalità per la fame è inferiore all’inizio del Novecento, poiché la produzione di cibo cresce con ritmi esponenziali. Tuttavia, i no global sono partiti lancia in resta contro l’introduzione dell’Ogm (organi geneticamente modificati) nelle culture. Vessillifero, José Bové, un Garibaldi-contadino francese, amatissimo dalla gauche, che vuole difendere a ogni costo i prodotti della campagna dell’Esagono. Accolto come un Messia nei vari forum arcobaleno intercontinentali, c’è da restare a bocca spalancata. Perché nessuno prova a chiedergli: ma come la mette con le produzioni africane di frutta, legumi, pesca? «Bricconi» gli anti-global? Semplicemente luddisti con un paio di secoli di ritardo sul manchesteriano Ned Ludd che nel 1779 organizzò la distruzione dei primi telai meccanici, sostenendo che avrebbero portato al disastro la Gran Bretagna. Tuttavia, trovano abbondante credito; e fosse indetto un referendum sulla mondializzazione, v’è da ritenere che i «no» prevarrebbero. Determinante la disinformazione. Comprensibile. Almeno per quel che concerne l’Italia, per una complessa serie di stati d’animo, sui quali occorre una seria riflessione. La prima, riguarda gli imprenditori. Privati e pubblici. L’Italia è in pratica l’unico Paese avanzato che, soggiacendo alla demagogia ecologista ha rinunciato al nucleare, salvo importarlo dalle centrali franco-svizzere. Se la Fiat avesse avuto sin dagli anni Ottanta la lungimiranza di rinunciare al monopolio produttivo nazionale, per investire sulla mondializzazione, non si troverebbe dov’è: trincerandosi dietro il paravento della «difesa dell’auto italiana». Non casualmente il presidente Luca Cordero di Montezemolo (che lo è anche di Confindustria), invoca sostegni governativi a favore del Mezzogiorno: dove peraltro gli attuali stabilimenti (in crisi), sono stati costruiti in larga misura con aiuti statali. E l’Alitalia? Tutte le compagnie internazionali, hanno stretto alleanze, a eccezione della nostra! Sempre tirando in causa l’orgoglio della bandiera. Quanto al sistema finanziario, la Banca d’Italia raziona al contagocce l’ingresso degli stranieri, con risultato finale di una scarsissima concorrenza.
Seconda nota dolente, le confederazioni sindacali. Ovunque contrattano il mantenimento dei posti di lavoro con aumenti dell’orario a parità di retribuzione. Da noi promuovono scioperi generali invocando confusamente un «nuovo modello di sviluppo», che non si capisce cosa significhi. Esattamente come negli anni Settanta. Che lo Stato, incarnato da quattro milioni di dipendenti pubblici di proverbiale inefficienza, non gradisca a sua volta una mondializzazione che ha quale presupposto l’efficienza burocratica è pertanto logico. È bastato l’annuncio di una riduzione di statali & affini di 75 mila unità, riducendo i rimpiazzi del turn-over, a portare la maggioranza sull’orlo della crisi governativa. Quindi un unicum: la levata di scudi contro la riduzione delle tasse! Decisamente l’Italia non ama la mondializzazione, in quanto richiede un’energica assunzione di responsabilità da parte delle sue classi dirigenti. Romano Prodi, con messianico visionarismo, ci ha portati a testa bassa nell’euro, senza il coraggio di dire quel che avremo dovuto fare per non trasformarci nel classico vaso di coccio. E ora che l’export boccheggia per l’assenza di competitività, è scaricabile. Purtroppo, osservando lo scenario, anche coloro che sono inclini all’ottimismo, provano sconcerto. Alle radici di questo sentimento, una troppa confusa convinzione: nel mondo, magari sì, in maniera che faccia comodo a noi. Con bizantina confusione nel linguaggio e nei propositi. Facciamo il caso dell’immigrazione extracomunitaria. Agli imprenditori fa un gran comodo (per contenere le richieste salariali), al mondo cattolico per ragioni di solidarietà. Però i sindacati denunciano il «lavoro nero», l’evasione fiscale. (Oramai, un terzo del Pil è dichiarato «sommerso»). Ritengo che per l’Italia sia venuta l’ora di scelte decisive per il suo futuro. Non è infatti lo sforamento o meno dei parametri di Maastricht sul debito pubblico, a seriamente preoccupare, bensì la latitanza di un visione accomunante. È la mondializzazione, che nonostante tutto va avanti, divenendo il riferimento-chiave. Infatti dobbiamo confrontarci non con Francia e Germania più Spagna, ma con l’emisfero anglosassone, l’Asia, la Russia, il Sudamerica... il che comporta: primo, rimboccarsi le maniche; secondo, stringere accordi strategici; terzo, rendersi consapevoli che la liberalizzazione dei mercati è un’occasione straordinaria per un profondo mutamento culturale. Mi diceva al telefono tempo fa da New York, un gran banchiere, mentre trepidando s’attendeva l’esito delle elezioni presidenziali: «Capisco i francesi, che con inguaribile sciovinismo detestano da sempre l’America. Capisco i tedeschi che ci rimproverano a bassa voce i bombardamenti del ’44. Non suggerisco di guardare ai russi, ai giapponesi che acquistano i nostri bond nonostante il ribasso del dollaro, ma almeno guardatevi nello specchio… Berlusconi ha portato i vostri soldati in Iraq e gli sparate addosso!».
Si osservi il nuovissimo ministro degli esteri Gianfranco Fini: s’è sicuramente accreditato presso l’establishment internazionale, e i suoi pellegrinaggi in Israele hanno avuto un valore ben più che simbolico. Quale sia però il suo pensiero sulla «mondializzazione» resta ignoto. Ci ha parlato forse di «mondializzazione» Luca Cordero di Montezemolo? Quanto al saggio e prudente governatore Antonio Fazio, risulta che le sue maggiori ansie siano riservate al domani dell’istituzione da lui presieduta. Ecco la questione cruciale: mondializzazione, più che una parola è una finestra aperta sul futuro, che presuppone un supplemento di volontà, di fede, d’iniziativa, ad andare incontro ai tempi nuovi. Si osservino, in altra sfera, le mosse di Giovanni Paolo II. La Chiesa romana ne ha preso atto, dialoga a 360°, offrendo e chiedendo: agli ortodossi, ai protestanti, agli ebrei, agli islamici, ai culti orientali. Quale straordinaria chiaroveggenza, che oserei definire «innovazione teologica»! C’è una Chiesa «universale» per definizione dogmatica che non esita ad accettare il confronto, utilizzando le mirabili capacità intellettuali e diplomatiche del cardinal Joseph Ratzinger. Perché allora l’Italia non sa anch’essa «investire nel futuro», restando invece ingessata nel passato? Quel passato che è riassunto in un termine: la furbizia. Sono assolutamente consapevole che il «taglio» dato all’interpretazione del termine «mondializzazione» può risultare indigesto. Forse, da cronista economico, avrei potuto muovermi diversamente. Eppure, avendo maturato la convinzione che le idee-portanti vengono prima dei numeri, sempre interpretabili, insisto. Arrivando alla conclusione che se l’Italia attraversa un momento delicato («tragico» sarebbe eccessivo) di declino, è perché riteniamo che la furbizia sia pagante. Confortati da un secolo e mezzo di storia patria. Evito di rinvangare. Mai e poi mai una rivoluzione, comunque. Né in politica né in economia. In molti, all’estero, hanno elevato a simbolo d’Italia il mitico Gattopardo. Da un accademico della Columbia di New York mi sono sentito suggerire: «Sostituitelo col bradipo». Bradipo: animale dalla folta e protettiva pelliccia, che passa la giornata dormendo, camuffandosi fra gli alberi. Quando arrivano le grandi piogge amazzoniche, prende a galleggiare sulle acque: e ha una vita lunghissima… come ci riesca, nessuno lo ha ancora capito. L’immagine del bradipo è suggestiva, ancorché poco esaltante. Ammettiamolo, però: com’è che, nonostante tutto, questo nostro amatissimo Paese è, gira e rigira, sempre presente nel cartellone del «Top 10» mondiale? Evidentemente, vantiamo una creatività raramente eguagliata. Se ciò fosse, cosa impedisce di pretendere di più? Sappiamo benissimo che Francia-Germania ci hanno voluto in Eurolandia per la semplice ragione che senza di noi non vi sarebbe stata una moneta unica; che siamo l’ago della bilancia del mediterraneo; che le nostre «radici cristiane» costituiscono un bene inalienabile. E l’economia, le peripezie del monetarismo? L’Italia ha saputo dimostrare di saper sopravvivere sia con una lira forte che con una lira debole. Basterebbe che gli eurocrati di Bruxelles ne prendessero nota. Tuttavia, mondializzazione imperante, la musica può essere cambiata. Crollati i miti del socialismo, rivelatisi miraggi gli slanci scomposti della contestazione, il realismo s’impone. Altrimenti, il bradipo finirà col ritrovarsi nell’elenco delle «specie in via d’estinzione».